12.09.08

Il più bel gioco del mondo, Gianni Brera

di Paolo Cacciolati

il gioco più bello del mondo.jpg
Roba da non credere, dimenticare in fondo alla libreria la raccolta di scritti sul calcio di Gianni Brera, Il più bel gioco del mondo (BUR, 2007). O forse non è stato un caso, che quegli scritti di calcio, tra gli anni ’50 e gli ‘80, e quello stesso titolo dell’antologia, mai come adesso mi sembrano così maledettamente preistorici. Oggi, tra pinturicchi e puponi, neobiscardate e telebuffonate con contorno di balordi funzionali alla repressione di governo, lo stesso Brera non avrebbe difficoltà a intitolare la raccolta come "Il più brutto gioco del mondo".

Vien da chiedersi perchè le masse si entusiasmino ancora per l'ultimo dei Giovinco, mentre ignorano Usain Bolt. Brera ai suoi tempi ci ha pure provato a spiegarlo:
"Nessun dubbio che il successo universale del calcio derivi dal suo mistero, che si arricchisce di (o annulla in) aspetti sempre nuovi, dunque sorprendenti."
Comunque il Gioann, più di cinquant'anni fa, dopo l’eliminazione della nazionale italiana dai mondiali di Svezia, già radiografava i mali attuali:
“Il calcio diventerà mero spettacolo per folle di bocca buona. Alle folle bisogna pur dare circensi. Molti ricchi in Italia provvederanno. Funzioni educative il calcio ne ha ben poche. E quanto a fonte di prestigio, meglio non parlarne.”

Il curatore dell’antologia, Massimo Raffaeli, critico letterario che scrive anche sul Manifesto, ricorda come parecchi altri scrittori della generazione di Brera si siano confrontati con il calcio, a partire da Pier Paolo Pasolini, che lo decifrava come linguaggio, come grammatica passibile di infiniti sviluppi linguistici, sia in prosa che in poesia. E Brera fu colui che tradusse in pratica questa nuova grammatica, con continue invenzioni di parole e nomignoli, dall’abatino di Rivera in giù, tant’è che Umberto Eco lo definì come “Gadda spiegato al popolo”, cosa che imbufalì oltremodo il Gioann.
“Un bel niente! Carletto Emilio è uscito col Pasticciaccio quando el Gioann scriveva cronacazze muscolari da venti anni. El por Gioann non ha mai preteso di far letteratura. Se ha dovuto inventarsi un linguaggio, non già una lingua (scherzem minga), lo ha fatto perché non esisteva. A scrivere di sport erano letterati minori, senza gran nerbo, o tecnici di sport che non sapevano di letteratura.”

Mi stupisce che non sia stato accostato a un altro grande della sua generazione, che ha scritto spesso di pallone: Giovanni Arpino.
Il confronto tra i due è intrigante, sono talmente agli antipodi da risultare naturalmente complementari. La prosa di Brera è grassa e carnascialesca, da Gran Padano, quando il termine padano aveva ancora una sua dignità. Più umbratile e riflessivo l’approccio di Arpino, ricco di analisi sul fenomeno del calcio piuttosto che sulle singole partite. Ma è commovente che lo scrittore piemontese abbia parlato di calcio nelle sue ultime righe, scritte all' ospedale delle Molinette, il 3 novembre 1987, e dedicate ai suoi “compagni” di reparto.
“Immobili, intubati, bloccati supini nei letti guardano la partita di calcio. Tutta in questi novanta minuti la vita, purchè cada la memoria, purchè si fermi la storia, il dolore al polmone, al naso, al collo forato. E’ la partita- ancora- che li salva, e sono straziati ma felici perché gli unici ad avere ai piedi del letto il televisore, compagno morboso di un presente che è tutto il futuro rimasto. Nella notte i campanelli dell’urgenza suoneranno a lungo, piangeranno le lenzuola, squittiranno scarpe di gomma, ma l’Inter ha vinto e qualcuno si consola.”
Era ancora il gioco più bello del mondo.

Per il resto gli articoli di Brera sono memorabili anche per quella continua invenzione di nuovi termini di cui accennavo prima. Ecco alcuni esempi:
"Costa gli balzò addosso, fuffignò con il piede fino a strappargli la palla e a ficcarla in rete."
"Si avviino al calcio gli atleti e non le smunte signorinelle che abbiamo veduto miseramente pedatare."
"Come i rugbisti fanno con i calci a seguire, così faceva l'Inter avventandosi a ruminare il suo avarissimo calcio."

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Godiamo, ma evitando il troppo lodare, che al Gioann mica sarebbe piaciuto, lui che scriveva: " Da ora innanz, a chi mi parla di linguaggio rispondo annoiato che studio e m'intendo di sport abbastanza per scriverne e guadagnarmi il pane. Sono un artigiano. Flaiano cita chi vuole e per sé lo ritiene giusto: ma a me vorrebbe impedire di citare Tino Richelmy, che mi ha mandato la sua traduzione delle bucoliche...Io sono un iceberg con la chiglia piatta, tutta de foeura; lui invece ha la chiglia di un galeone con deriva oceanica: non può navigare nel Po."

[Nella foto Carlo Parola. E' il 15 gennaio 1950, in Fiorentina-Juventus il granitico stopper bianconero si produce nella rovesciata che sarà immortalata sulle bustine delle figurine Panini, pubblicata in oltre 200 milioni di copie e puntualmente riproposta ogni anno sugli album "Calciatori".]

Gianni Brera, Il più bel gioco del mondo, BUR, euro 12

Pubblicato da Paolo Cacciolati il 12.09.08 21:27

COMMENTI

E pensare che da ragazzo detestavo Brera e il suo "settentrionalismo calcistico". Era anche uno scrittore di romanzi non male. Oggi si occuperebbe di altro, ne sono certo.

da bruno il 14.09.08 18:55

Bruno, non male la definizione "settentrionalismo calcistico".
Ciao
P.

da Paolo Cacciolati il 14.09.08 23:32

Bisogna riconoscere che di rovesciate come quella di Parola se ne vedono sempre. Ma quella foto è unica: è epica. (la nebbia, il bianco e nero, gli spalti sfumati, una generale serietà del contesto...)
Ezio

da Ezio il 15.09.08 10:18

Hai ragione , Ezio.
L'autore della foto si chiamava Corrado Banchi, nato a Firenze, ma sempre vissuto a Massa Marittima, dove è morto all'età di 87 anni il 26 aprile del 1999. "Il segreto di quella foto - disse Banchi "è soltanto dal posto in cui l'ho fatta, cioè dal basso. Perché per il resto era una foto normalissima".

da Paolo Cacciolati il 15.09.08 15:24




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