23.09.08

Fabio Genovesi, Versilia Rock City

di Demetrio Paolin

C’è stato un anno che sono andato al mare ad Arma di Taggia, avevo 10 anni. Io e la mia famiglia abbiamo vissuto in una casa, che una persona del posto affittava durante l’estate. Ricordo quei 30 giorni con una certa angoscia. Mi chiedevo dove vive la signora che prima era qui? Io e la mia famiglia c’eravamo infilati nella sua vita. Usavamo il suo bagno, le sue pentole, e poi io dormivo nella cameretta del suo nipotino.
Le avevo usurpato la vita e questo lo ebbi chiarissimo quando un giorno ruppi un bicchiere così particolare che pensai questo non lo si trova al supermercato.
Avevo rimosso questo ricordo fino a quando non ho letto Versilia Rock City (Transeuropa) di Fabio Genovesi, un doppio esordio per l’autore e per la collana narrativa “Narratori delle riserve”.

l libro di Genovesi racconta il deragliamento di 4 quattro vite, che nel giro di pochi giorni a cavallo dell’anno nuovo, si incontrano, s’intrecciano. Quattro storie che si annodano: Marius, ex dj, con un tempo un nome e una fama, che vive rintanato in casa, in una sorta di autoreclusione, mitigata solo dai byte che scarica dal suo computer e dal fatto di aver salvato la vita a una presunta porno attrice; Nello, zio di Marius, che dopo una vita piuttosto difficile tra droghe e solitudini, ha deciso reinserirsi a suo modo nella vita e costruisce una barca con cui realizzare i suoi progetti; Roberta avvocato in carriera con una vita rispettabile, che decide di cambiare tutto per ritrovare la passionalità del crimine; Renato, che vive a Milano, e organizza viaggi immaginari per chi non può permettersi di viaggiare realmente.

La città dove avviene il redde rationem è Forte dei Marmi, in cui ogni anno va in scena una sorta di strambo mutamento antropologico: nei tre mesi d’estate tutti gli abitanti della cittadina vengono spogliati delle loro case, dei loro letti e delle loro abitudini, per lasciare il posto ai villeggianti.
Ogni anno quindi ognuno dei protagonisti di questo romanzo è depredato della sua casa, dei suoi giochi e della sua vita.

D’estate la tua famiglia viene a stare qua nella casetta estiva, praticamente un ripostiglio di due stanze e mezza più bagno, con le pareti di canniccio e il tetto di eternit. Se ti sdrai sul letto e allunghi un braccio arrivi a toccare ogni parete. Un po’ come vivere dentro una cabina del telefono, insieme a qualche chilo di dischi e una temperatura fissa di 35 gradi…

I personaggi di questo romanzo sono stati privati della loro vita. Questo li rende così precari, e rende le loro vite fragili. Non stupisce che Renato, uno dei protagonisti, partendo da questa sua povertà, decida di inventarsi una agenzia di viaggi per chi non ha soldi e non può permettersi di viaggiare. Renato arriva organizza tutto, inventa e fa in modo che il suo cliente abbia tutto foto ricordo, regali, timbri sul passaporto. Oppure Roberta che abbadona la sua esistenza educata e linda, così simile a quella dei villeggianti che in estate usurpavano pure la sua vita.

C’è un sordo male che attraversa il romanzo, qualcosa che Genovesi non denuncia in maniera chiara, ma suggerisce. Vite svuotate che vivono vuotamente, vuoti a perdere, con nessun accenno di riscatto che non sia semplicemente immaginario.
Ma la loro redenzione è perduta, perché questo andirivieni dei villeggianti ha prodotto una mutilazione ben più profonda del semplice dover dormire alcuni mesi in un letto che non è il proprio.
E’ l’esproprio di una vita, è la convinzione tenace di come la propria esistenza sia liquida e labile, che un niente la cancella. E’ proprio l’immaginario quello di cui vengono privati i protagonisti del romanzo, e l’assenza di immaginario tramuta la loro fuga in una corsa in un vicolo cieco.

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Pubblicato da Demetrio Paolin il 23.09.08 11:41

COMMENTI

eh.

da andrea branco il 24.09.08 00:20