Tre racconti, di Gustave Flaubert
di cletus
Lucca riserva di queste chicche. Mesi fa, ho messo il naso in una grande libreria, nel cuore del centro storico. Ricordo la gentilezza della cassiera, che con estrema grazia mi ha offerto dei pasticcini, presi per festeggiare il compleanno di qualche collega. Aggirandomi fra le sale con ancora il sapore del dolce in bocca, ho messo le mani su un volumetto dell’edizioni SE (li riconoscete facilmente, sono agili, molto stretti e tutti, rigorosamente, con copertina nera. Nel titolo la parola magica (per me) “racconti”.
L’ho preso e messo li, in lista d’attesa, come si dice. Ad agosto, è venuto il suo turno. Beh, se si eccettua un’elegiaca lezione, tenuta da Andrea Camilleri, alla quale ho avuta la fortuna di assistere, nella quale il papa’ di Montalbano tesseva le lodi sperticate di Gustave Flaubert, ammetto (non senza imbarazzo) di non aver mai letto nulla di suo. Fino ad ora.
Questi tre racconti, curati da Camillo Sbarbaro, rappresentano un mio tardivo atto di riparazione a tanta lacuna.
Da restarne incantati. Il primo, Un cuor semplice, è la storia di una tenace donna di servizio, e dei suoi amori sfortunati, della sua vita spesa a servizio di tanti dai quali sperava di venire amata, e che ripiega, indifferente alla sofferenza per la perdita di altri “simulacri” (nipoti lontani ai quali si avvinghia nella voglia di appagamento di una maternità mai celebrata), sull’amore quasi idolatro per un pappagallo. Posto che la cosa sia impossibile per evidenti motivi temporali, forte è stato il sospetto che Garcia Marquez, gli sia in qualche modo debitore.
Il secondo, se possibile, ancora più struggente, è la leggenda di San Giuliano Spedaliere. Una fiaba, di quelle che ti aspetti, via via che procedi con la lettura, il finale. Ma non per questo meno sorprendente. A colpire è la ricercatezza della prosa, la grande capacità descrittiva e il linguaggio, che, reso da una traduzione filologica, ne restituisce appieno il grande lavoro di cesello e il respiro che lo determina.
Infine l’ultimo, Erodiade, nel quale Flaubert da sfoggio della profonda conoscenza della storia, rendendo le vicende che portarono alla decapitazione di Giovanni Battista [ricordo ancora il terrore col quale, bambino, osservavo su una già ingiallita, all’epoca, copia del Novissimo Melzi, la rappresentazione grafica dell’avvenimento]. Qui Flaubert rende il clima insieme dissoluto e complottardo che si viveva alla corte di Erode, fra solerti funzionari romani venuti a controllare la fedeltà del governatore, forti del sospetto stesse tramando con i Parti ai danni dell’impero, e sullo sfondo i conflitti fra i samaritani e i farisei per il controllo del territorio occupato, quest’ultimi “cresciuti con gli avanzi di olocausti”. Un pugno, che se non suonasse blasfemo, potrei serenamente rimandare a certe seratine del Procasma.
Nelle note conclusive,
Sbarbaro, iscrive questi tre racconti in un unico, parallelo alla stesura dei più ben noti romanzi, tentativo di rappresentare l’idiozia umana. Opera della quale, soprattutto di questi tempi, si avverte la potente mancanza. Da consigliare a chi già ha letto quest’autore ma anche a quanti, come me, trovano magari giusto approcciarlo dalla forma breve della narrazione.
Non ne resteranno delusi.
Pubblicato da Cletus il 31.08.08 23:47