20.08.08

Strategie di fuga, di Penelope Fitzgerald

di cletus
la copertina del libro

Leggere, al sabato, l’inserto Tuttolibri de LA STAMPA, consente dei piccoli, indubbi, vantaggi.
Da un trafiletto apparso qualche settimana fa, e letto svogliatamente, al mare, ho appreso di questo testo, uscito per Sellerio con alcune scarne note circa l’autrice che me ne hanno subito consentito di rendermela simpatica, e subito dopo di trovare il volume, in una libreria di Roma. L’autrice, sottolineava l’articolo, rimasta profondamente delusa dai tagli apposti dall’editor della casa editrice, ad un suo romanzo, per ripicca ha sfornato questa manciata di racconti che fanno della stringatezza, ma insieme della grande poesia trattenuta in ognuno di essi, un piccolo involontario manuale su come sviluppare e maneggiare il dono della sintesi.

Sono racconti che evocano, piuttosto che esplicitare. Danno un quadro di riferimento che sembra il festival della coincisione. Mi hanno lasciato senza parole. Per usare un paragone stupido, è come se, subito dopo esser stati scritti, fossero stati zippati da qualcuno che fa questo lavoro per conto di Dio. Quando li leggi, sei messo in grado, magari attraverso le scarne battute di un dialogo, di farti agevolmente un’idea di tutto il resto, il carattere dei protagonisti, l’arredo del luogo dove avviene, persino il colore del cielo, e insieme, il profumo dei luoghi, intorno.
La più eclatante capacità della Fitzgerald, pertanto, risulta quella di condensare. Sono curioso di sapere se questa grazia, la ottiene già in prima stesura o è frutto del lavoro certosino di limatura sul testo, lasciando l’essenziale, ma del quale non avverti, se c’è, la rinuncia a nulla di narrativamente significativo. Detta tutta, non so nemmeno se questa capacità le appartienga di diritto in quanto donna. Alcune donne possiedono il colpo d’occhio, hanno cioè, molto meglio degli uomini, la percezione della realtà ridotta all’essenza, senza fronzoli, vanno oltre, attestandosi nella graduatoria degli aficionados della realtà (e della conseguente trasposizione di essa nella scrittura) ai primi posti, davanti al più evanescente uomo.
Una dote congenita, quindi, ma che fa della Fitzgerald, unita alla grande padronanza espressiva e alla soavità del suo sentire, una delle scritture che più mi sono piaciute fra quelle praticate quest’estate.

Pubblicato da Cletus il 20.08.08 22:31

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