Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, di Michael Chabon

Non sarebbe difficile, in fondo, elencare i temi chiave de Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay. Il libro è incredibilmente ricco (la ricchezza è forse, in ogni senso, la cifra autentica del romanzo), e procede per ondate semantiche e narrative di enorme intensità — ma non è difficile da decostruire.
Joe Kavalier e Sam Clay, giovanissimi inventori del fumetto L'escapista: il supereroe la cui virtù è quella di poter fuggire da ogni catena, e dunque di essere l'emblema di tutti coloro che sono rinchiusi in prigioni fisiche o spirituali: la cella della solitudine di Sam e la cella della Boemia stretta dal regime nazista per Joe: e di qui la rocambolesca fuga del secondo verso l'America (passando per la Lituania, la Russia e il Giappone): e la sua presenza che determinerà la fuga del cugino Clay dalla situazione di stallo in cui si trovava: e il successo di entrambi, e l'amore di Joe per Rosa, e la morte del fratello Thomas, e il crollo dell'età dell'oro, e la nuova fuga di Joe nel grembo della guerra, e il matrimonio di riparazione fra Sam e Rosa (famiglia imperfetta nel presente in luogo della famiglia resa perfetta nel ricordo), e infine il ritorno di Joe. Avventura, amore, brivido della creazione, l'evoluzione del fumetto da intrattenimento a forma d'arte, e ancora la New York del prima e dopoguerra e una serie infinita di personaggi secondari splendidamente tracciati. Ogni evento è spiegabile nei termini di una fuga e l'Escapista si riverbera in ognuna di esse, sintetizzandole e allo stesso tempo giustificandole: scappare non è vigliaccheria, bensì opera di coraggio. Il prodotto di due ragazzi che dietro l'ansia di successo (tipica di ogni sogno americano) vogliono in realtà solo un modo per cancellare il loro dolore, uno strumento di vendetta e risoluzione, un eroe proiettato verso il futuro. A differenza di Superman, non vola. A differenza di Batman, non è un vigilante notturno e tormentato. Non ha superpoteri eclatanti e in fondo il suo unico, radicale movente è il bisogno di libertà — che naturalmente in certi momenti sembra trasformarsi nel suo esatto opposto, la fuga come forma a sua volta di prigione (e non a caso il libro si chiude con un ritorno e una pacificazione).
Eccetera. Ora, tutto questo è vero. Il punto è che il romanzo di Chabon diluisce questo tutto questo, ogni singolo passaggio, in un sistema narrativo che sbalordisce per bellezza e funzionalità. Soprattutto, sbalordisce per l'apparente naturalezza con cui ogni particolare si interseca con l'altro. Se l'espressione "non vi staccherete più dalla pagina" ha un senso, allora la sua ovvia applicazione è questo romanzo. Dal punto di vista narrativo, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay è perfetto. Ha la forza di un romanzo di Dickens con la profondità psicologica di chi si è studiato i classici del Novecento. Adottando una strategia basata sulla continua tensione, sull'accumulo di fatti, sul rientro in scena di personaggi sepolti nel tempo e così via, Chabon erige un'epopea dove (e lo ritengo un complimento straordinario per uno scrittore) la dimensione simbolica e profonda del romanzo traspare senza mai essere spiegata, è presente senza mai invadere lo spazio dedicato alla narrazione, emerge con sobrietà e potrebbe essere anche tranquillamente dimenticata, per godersi soltanto il racconto. È qualcosa di piuttosto anomalo, nel panorama americano contemporaneo. Un romanzo dove ogni altro aspetto è sempre servo di quanto accade, come ai vecchi tempi: niente postmodernismo, niente giochetti linguistici, niente minimalismo. Una prova straordinaria che vi lascerà beati e felici. E vi ricorderà quanto è importante avere fede nelle storie.
Pubblicato da Giorgio Fontana il 26.08.08 23:58