Maestri dell’altro mondo, 10 / Sergej Aksakov, Cronaca di famiglia

Al cuore del realismo
“Ah, i russi!...”. L’esclamazione fa sospirare tanti lettori italiani.
Ebbene, questa non è una recensione, è un appello: occorre salvare da un temporaneo oblio, liberare dal silenzio che l’ha avvolto, un grande scrittore, uno dei più grandi scrittori “russi”. Da quando l’ho letto, all’inizio degli anni 90, non ho ancora incontrato qualcuno che lo conosca o che ne parli, su carta o in rete.
Si chiama Sergej Aksakov ed è vissuto dal 1791 al 1859. È nato a Ufa, nella Russia che guarda all’Asia, ma è stato gran tempo a Mosca, dove persone come Turgenev e Gogol, ammirati dei suoi racconti e dei suoi ricordi, l’hanno incoraggiato a scrivere: “scrittore per istigazione” l’ha definito infatti Serena Vitale.
Ha cominciato a scrivere a sessant’anni e ha pubblicato il suo primo libro a 65 anni, tre anni prima della morte. La sua scrittura nasce da intima necessità e non reca tracce di leziosaggine. Aksakov si meravigliava del successo e dava ai suoi libri titoli eloquenti e modesti: “cronaca”, “memorie” “storia”. La stessa Cronaca di famiglia, che è la più romanzesca delle sue opere, non ha la struttura tradizionale del romanzo.
La Cronaca di famiglia è il libro che ho consigliato e regalato di più; io l’ho letto quattro o cinque volte e l’ho collocato tra i libri che amo di più, come ho collocato il suo autore al cuore del realismo.
Cronaca di famiglia è un romanzo inattuale, non ha nulla a che vedere con i romanzi che oggi vanno per la maggiore, quelli, ad esempio, che per spiegare un omicidio chiamano in causa spie internazionali, traffici di uranio, invasioni di extraterrestri, civiltà scomparse, poteri soprannaturali. In Cronaca di famiglia nulla di ciò: c’è al contrario la regolarità dei casi della vita, del lavoro e delle relazioni umane, e non l’eccezione e la trasgressione a tutti i costi.
Né c’è in questo romanzo quel tipo di realismo che si può fare risalire a Zola, che mette in scena il patologico e il fisiologico, l’aberrazione e il degrado; che seziona corpi e menti per estrarne fin le visceri, nell’ansia di dire tutto, mostrare tutto, anche quello che non è mai stato detto, l’intimo, il nascosto: un modo di interpretare la ricerca del nuovo dell’arte contemporanea.
E nemmeno il realismo che viene dopo la grande crisi novecentesca, quello che sorge su una quotidianità svuotata di senso.
Il romanzo è composto di quattro frammenti. Il primo è dominato dalla terra, la terra bella e vasta: “Chi l’ha mai misurata? Di solito i confini indicati sono quelli naturali, ad esempio così: ‘dalla foce del ruscello Knlyelga sino alla betulla secca, sul sentiero dei lupi, e dalla betulla secca in linea dritta fino allo spartiacque, e dallo spartiacque alle tane delle volpi…”. È la terra che s’impone, prima che possiamo vedervi in azione gli umani. Tra i quali giganteggia la figura, di grandezza shakespeariana, del nonno Stepan Michajlovic Bagrov, che si sposta dal governatorato di Simbirsk, che gli sta stretto, a Buguruslan. “Non c’era persona che non avesse fiducia in lui; la sua parola, la sua promessa erano più forti e più sacre di qualsiasi atto… i briganti lo conoscevano di persona e lo temevano come il fuoco”: è il rappresentante di un’epoca nella quale non era l’uomo in quanto tale a costituire un problema, ma i casi dell’uomo.
L’arrivo nella nuova proprietà è salutato con un canto alla terra, una lode semplice e spontanea alla dimora dell’uomo, alla grande casa. “Che campi, che distese c’erano allora su queste rive! L’acqua era così pura… c’era una inverosimile moltitudine di bestie selvatiche nelle steppe come nei boschi; per dirla in breve: questa era – ed è tuttora – una terra promessa…”. Ed è un motivo che ritorna: “Dio mio, pensare com’era bella allora quella selvaggia, incolta, rigogliosa natura!... ma tuttavia sei ancora splendido, mirabile paese! Limpidi e trasparenti, come coppe profonde e immense, stanno i tuoi laghi… d’una meravigliosa vegetazione brillano i tuoi fertili, rigoglioso prati e campi di terra nera… Da un ricco raccolto è ricompensata la pigra e rozza fatica… Pacifici e quieti sono i tuoi primitivi patriarcali abitanti, le nomadi tribù baskire!...”.
Ogni aspetto della natura, anche il più fastidioso, è accolto dallo scrittore con una rarissima sensibilità, che l’abbraccia tutta: “… non posso nascondere che io amo il ronzio da soprano e persino le punture delle zanzare: in essa sento l’estate afosa, le splendide notti insonni, le rive del Buguruslan coperte di verdi cespugli, dove da ogni parte si levano canti d’usignoli; ricordo i palpiti del giovane cuore e la dolce, vaga tristezza, per cui ora darei tutto quel che resta della mia vita che si sta spegnendo…”.
E che società intorno! “I vicini furono invitati con cavalli, carri, badili, forche, accette. Nel primo giorno enormi fascine di rami secchi… furono ammonticchiati su entrambe le rive del Buguruslan… Il secondo giorno, al sorgere del sole, circa cento uomini si raccolsero per fermare l’acqua, cioè arginare il fiume… Il giorno seguente la macina si mise a frantumare, il mulino cominciò a macinare – e macina e frantuma ancora oggi…”.
In questo primo frammento si compie un evento mitico, è tutta una tribù che viaggia con il nonno, la famiglia e quaranta anime; nelle pagine circola un’aria epica, i ricordi letterari vanno dalla Bibbia a Omero a Esiodo.
Ma di pari potenza è la presentazione dei personaggi e delle loro storie nel secondo frammento: qui vediamo il nonno intervenire in difesa della cugina contro il marito, un prototipo del possidente capriccioso, violento, beone. Dedito al lusso e a piaceri crudeli, egli ha circuito la fanciulla e l’ha sposata per carpirle i beni, avuti i quali la maltratta e la tiene segregata. Questa parte fa di Aksakov il contemporaneo di Gogol e Goncarov, il critico del sistema feudale russo. Se non fosse che ad Aksakov non interessa sostenere una tesi né compiere un'analisi sociale: nella sua opera tutto si risolve sul piano della narrazione, e le pagine in cui il nonno corre col suo carro in soccorso della cugina si leggono con la stessa tensione, con lo stesso fiato sospeso con cui si seguirebbe una cavalcata di D’Artagnan.
Aksakov sa che “Nell’essere umano è celato molto egoismo; esso agisce spesso a nostra insaputa, e nessuno ne è esente; persone oneste e buone, non riconoscendo la natura dei propri impulsi egoistici, li attribuiscono in buona fede ad altre, più nobili ragioni: senza volerlo ingannano sé e gli altri”. Ma al contempo è fiducioso che “esiste una forza morale delle azioni giuste, dinanzi a cui il coraggio di un uomo ingiusto cede”.
L’opera ha anche una sua dinamica interna: ben diverso dai precedenti è il personaggio del figlio di nonno Stepan, Aleksej (il padre dello scrittore), con cui si annuncia un’altra epoca. Nel terzo frammento Aleksej si sposta dalla campagna alla città: qui assistiamo a un tipico viaggio di formazione, che apparenta questo ad altri personaggi di romanzi ottocenteschi. Tanto più che argomento principe del terzo frammento è l’amore, e poi il matrimonio, di quelli che saranno il padre e la madre del narratore. Aleksej vince la sua battaglia per sposare Sof’ja, la donna che ama. Per farlo deve superare l’avversione e la diffidenza sia del padre di lui sia del padre di lei; e l’abisso culturale esistente tra il rampollo di un possidente terriero e la società intellettuale cittadina: e lo fa senza colpi di scena, con la sola forza del sentimento e le sole sue qualità (“il suo naturale buon senso, la purezza dei costumi, l’onestà e la delicata bontà”), nonostante la donna, più intelligente e acculturata, non sia innamorata di lui e ne veda i limiti.
Il quarto frammento, quasi speculare al terzo, vede Aleksej e Sof’ja recarsi dalla città al villaggio di Bagrovo in visita alla famiglia di Aleksej. Qui viceversa è Sof’ja a vincere la sua battaglia per conquistare la simpatia del nonno, da cui dipende la buona accoglienza nella nuova famiglia, superando l’antagonismo e la gelosia della suocera e delle cognate. Le tappe attraverso cui la giovane sposa conquista il nonno sono semplici gesti quotidiani: la preparazione del tè, una passeggiata al mulino, una visita a parenti… Leggo nella descrizione del pranzo di nozze offerto da nonno Stepan l’elenco dettagliato degli invitati e delle portate, e davanti a me scorrono come le epiche rassegne degli eserciti. E le quotidiane controversie hanno la grandezza delle discussioni nei banchetti olimpici.
Il quinto frammento racconta la vita dei giovani sposi nella città, a Ufa, dove pongono la loro residenza. Come ne I promessi sposi, il matrimonio non segna la fine della storia e non immette nel tempo senza tempo dell’idillio. A preoccupare gli sposi ci sono i problemi quotidiani, le difficoltà nelle relazioni, la morte del padre di Sof’ja, la malattia e la morte della prima figlia della coppia… ma “la vita segue ininterrotta il suo corso, e sono proprio le inezie che costituiscono la sua pace, la sua bellezza, il suo piacere, in una parola ciò che noi chiamiamo felicità”.
Il frammento e il libro si chiudono con la nascita di un nuovo figlio. “Ma cosa accadde a Bagrovo, quando giunse la notizia che Dio aveva dato al Aleksej Stepanovic un figlio ed erede?... Il primo gesto di Stepan Michajlovic fu un segno di croce. Poi saltò giù prontamente dal letto, andò scalzo al suo armadio, tirò fuori rapidamente l’albero genealogico che noi conosciamo, prese dal calamaio la penna, tracciò una linea dal cerchietto con nome ‘Aleksej’, fece un altro cerchietto all’estremità della linea e nel mezzo vi scrisse ‘Sergej’.”: il nuovo nato è Sergej Aksakov, il futuro scrittore, che ha già trovato posto nell’albero genealogico della famiglia.
Anche Sergej Aksakov con questo libro fa un viaggio a ritroso alla ricerca delle sue origini, della “scena primaria”, ma non c’è nulla di torbido nelle sue pagine e tutto viene narrato con la massima naturalezza. Se il narratore dice “commoventi” o “strazianti”, le cose sono davvero commoventi e strazianti. Il narratore, onnisciente, parla di sé e parla d’altro; la sua è l’onniscienza di chi ha sentito raccontare tante volte certi eventi e le trasmette con la calma certezza di essere l’unico a tenere il filo di una storia di generazioni. E con questa certezza ce la consegna. Aperta con un canto alla terra, la Cronaca si chiude nel nome dell’uomo.
“Addio, mie luminose e oscure immagini, persone cattive e buone, o, per meglio dire, immagini che hanno lati oscuri e lati luminosi, persone in cui c’è il bene come il male! Non siete grandi eroi, non siete personalità illustri; nel silenzio, ignote a tutti, avete passato la vostra vicenda terrena e da tempo, da molto tempo essa si è conclusa; ma siete stati uomini, e la vostra vita interiore ed esteriore è così piena di poesia, così interessante e istruttiva per noi, come noi e la nostra vita, a nostra volta, lo saremo per i nostri discendenti. Anche voi siete stati personaggi del grande spettacolo universale che da tempi immemorabili viene rappresentato dall’umanità, anche voi avete recitato coscienziosamente le vostre parti, come tutti gli uomini, e per questo siete degni del nostro ricordo. I vostri discendenti hanno potuto oggi conoscervi grazie alla potente forza della scrittura e della stampa. Vi hanno accolto con simpatia e hanno riconosciuto in voi dei fratelli, in qualsiasi tempo e comunque abbiate vissuto, di qualsiasi foggia fossero i vostri abiti. Che la vostra memoria non sia mai offesa da alcun giudizio mosso da passione, da nessuna parola avventata!”.
[tutti i Maestri dell'altro mondo]
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Pubblicato da Giorgio Morale il 15.07.08 00:04