La ragazza di Vajont, di Tullio Avoledo
di giuliomozzi
La prima cosa che mi vien da dire è che, per quanto mi riguarda, adesso Tullio Avoledo potrebbe anche smettere di scrivere romanzi. La ragazza di Vajont (che mi pare essere una sorta di seguito ideale dello Stato dell'unione, anche se narrativamente non c'entra nulla) è un libro definitivo e finale.
La seconda cosa che mi vien da dire è che il titolo La ragazza di Vajont non mi convince, mentre mi pare che il titolo vero del romanzo sia a pagina 15: La volpe della memoria e quella vera.
La terza cosa che mi vien da dire è che in Einaudi qualcuno deve aver deciso che i libri di Avoledo devono avere in copertina una figura di spalle. Così fu per Tre sono le cose misteriose, così fu per Breve storia di lunghi tradimenti (con un'impressionante somiglianza tra l'uomo in copertina e Avoledo stesso), e così è per La ragazza di Vajont.
Le tre cose le ho dette, ora cerco si spiegarle. In verità i romanzi di Avoledo tendono a finire tutti con un'apocalissi. Ma per la prima volta, in questo romanzo, nell'apocalissi finale la pulsione di morte è contrastata davvero da una amorosa speranza di vita. La tensione tra questa e quella mi ha preso allo stomaco.
La storia, è una storia che si racconta facile. C'è un uomo: si chiama Giulio (come il Giulio - ma il cognome è diverso - dell'Elenco telefonico di Atlantide e di Breve storia di lunghi tradimenti). Giulio è stato uno studioso, diciamo così, di metodologia nazista. Studiando sui suoi libri un partito autoritario è ora al potere - in un Paese che è più o meno l'Italia. Dal partito autoritario Giulio è stato anche assoldato (l'hanno convinto con qualche mese di lager): per il partito Giulio ha scritto discorsi, studiato metodologie, messo a punto programmi. E' stato un uomo di potere.
Ora Giulio è lontano da quel potere, ma il potere lo mantiene. Gli dà una pensione, un'automobile con benzina - privilegio raro -, protezione. Giulio è, diciamo così, in "cura". Più o meno ogni giorno ha un colloquio con un qualcuno che sembra un medico. Qual è la sua patologia? E' che lui si ricorda - si ricorda distintamente - cose che non sono mai state. O, per essere più precisi, cose che secondo il potere non sono mai state. E il potere ha bisogno di capire che cosa gli sta succedendo.
Andando avanti e indietro da casa all'ospedale (in corriera, perché è vero che ha la macchina e la benzina, ma preferisce non esibirsi), Giulio conosce una ragazza. La ragazza abita a Vajont, e perciò in tutto il libro è chiamata "la ragazza di Vajont". Giulio se ne innamora, nei suoi limiti. Lei si innamora di lui, nei suoi limiti. Perché c'è un problema. La ragazza non è purosangue. E' una mezzosangue. Per questo ha subita la mutilazione stabilita dalla legge: non potrà aver figli. Giulio ha scritta quella legge, era tra quelli che hanno scritta quella legge. Ora la ragazza vive un'esistenza precaria, da un giorno all'altro una nuova legge potrebbe stabilirne la deportazione o l'uccisione.
Giulio decide di mettere in salvo la ragazza. La fa arrivare in Svizzera. Contemporaneamente, attraverso una rete di collezionisti di aeromodelli, fa arrivare fuori dal Paese delle vere informazioni su come vanno le cose. L'Onu, dopo qualche tentennamento e un po' di lavoro diplomatico inutile, decide per la soluzione militare. Giulio si arruola, com'è suo dovere. Sa che morirà. La ragazza di Vajont, dalla Svizzera, gli ha fatto arrivare una fotografia, come d'accordo: poi, più niente.
Non so cosa ne sia stato, di lei. Vorrei ci fosse un altro modo per finire questa storia. Vorrei poter dire che so cos'è successo. Che tutto è andato a finire bene. Ma non è così.
Di lei, dopo quella foto, non ho saputo più nulla.
E' bello imaginare che sia riuscita a essere felice.
Tutto è possibile, se si vive abbastanza a lungo. Il mio dono non è stata la vita, ma una possibilità di vita. Più di così non mi era dato fare.
Il suo dono...
Il suo dono devo ancora aprirlo. E' qui dentro di me. Sono due parole non dette, nel momento dell'addio. Un giorno, forse molto presto, lo conoscerò, saprò chiamarlo col suo nome. Ne capirò la bellezza. (p. 302)
La volpe della memoria e quella vera mi sarebbe piaciuto, come titolo di questo romanzo, perché la faccenda è tutta lì. Ci sono sempre due volpi. La volpe della memoria e quella vera. La volpe della speranza e quella vera. La volpe dell'immaginazione e quella vera.
La volpe di cui si parla a pagina 15, è una volpe impagliata. Giulio la cerca e la trova nella soffitta. L'aveva uccisa e impagliata il nonno di Giulio. Da bambino, Giulio la temeva e la guardava ammirato. Ora è quello che è (è quella vera): una pelle con la paglia dentro, ragnatele, insetti rosicchianti. Nei romanzi di Avoledo c'è sempre l'opposizione tra una volpe (della memoria, della speranza, dell'immaginazione) e quella vera. Che, comunque, ha dalla sua la forza d'esser vera.
Infine la figura di spalle. Che è giusta, perché nei suoi romanzi, fin dal primo e in modo del tutto esplicito da Lo stato dell'unione in poi, Tullio Avoledo non fa altro che congedarsi. Se ne va, dopo averci offerta, con l'immaginazione, una possibilità di vita. Consapevole che ci sono la volpe della possibilità, e quella vera.
Pubblicato da giuliomozzi il 14.07.08 15:47