14.07.08

Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver

di giuliomozzi

[Questo libretto uscì presso Einaudi qualche anno fa. Vedo che ora è stasto ristampato. Riporto pari pari la recensione che scrissi all'epoca per il quotidiano Il Messaggero. gm]

Raymond Carver, Il mestiere di scrivereIl mestiere di scrivere di Raymond Carver (Einaudi Stile Libero, pp. 172, L. 13.000 [oggi 9,8 euro]; titolo non troppo originale con sottotitolo Esercizi, lezioni, saggi di scrittura creativa, a cura di W. L. Stull e R. Duranti) è un libro imperdibile. E’ una raccolta di saggi sullo scrivere molto belli e interessanti, e in più contiene la sbobinatura di un’autentica lezione di scrittura tenuta nel 1983 da Carver all’università dello Iowa (pp. 99-130). Carver è probabilmente lo scrittore americano che ha più (direttamente, indirettamente) influenzato i nuovi narratori italiani (senza contare gli sceneggiatori); per molti di essi è, per così dire, «difficile non dirsi carveriani». La pubblicazione o ripubblicazione di testi nei quali Carver racconta (senza mai «teorizzare») il suo modo di fare, le catene di avvenimenti o pensieri che lo hanno condotto a fare la tale o la talaltra scelta, il modo in cui la vita d’ogni giorno si è incastrata con l’ambizione di dedicarsi totalmente alla scrittura — è quindi cosa buona e opportuna.

Tuttavia: i primi tre saggi (pp. 5-41) stavano già in Voi non sapete che cos’è l’amore, un libro misto di saggi, racconti e poesie (curato da Carver stesso, non una scelta altrui) pubblicato in Italia da Tullio Pironti e da tempo esaurito [e oggi nuovamente disponibile presso minimum fax]: così temiamo che ora nessuno penserà più a ristamparlo integralmente (il terzo di questi tre saggi si legge anche come introduzione al Mestiere di scrittore di John Gardner, ed. Marietti). In più, due dei saggi «nuovi» (per il pubblico italiano) inclusi nel libretto Einaudi raccontano l’occasione e la genesi di alcune poesie pubblicate appunto nell’introvabile Voi non sapete, e che quindi il lettore comune non potrà raggiungere (questi, ovviamente, non sono problemi per i carveriani di lungo corso: ma il libro esce pur sempre in una collana economica e divulgativa).

La lezione del 1983 è proprio bella. Chiunque abbia tenuti o frequentati corsi di «scrittura creativa» (ma non sarebbe l’ora chiamarli, italianamente, «corsi di retorica»?) sa quant’è importante la lettura-commento, riga per riga, dei testi scritti dagli allievi. E’ il vero momento didattico, nonché il momento in cui docente e allievi si trovano, diciamo così, ad armi pari. E qui troviamo un Carver che legge i racconti dei suoi ragazzi guidando l’attenzione verso le minime scansioni temporali, l’esatto muoversi dei personaggi nello spazio, la credibilità (relativamente a situazione e personaggio) di ogni singolo gesto e di ogni singola battuta di dialogo. Il tutto fatto con modi semplicissimi e non autoritari («non mi piace», «secondo me», «sto cercando di orientarmi», «va bene», «non so se va bene»...) e con grande disponibilità all’ascolto: «Se non vi piace il modo in cui l’ho commentato, per piacere ditemelo», p. 102; «Insomma, ragazzi, vi è piaciuto o no questo racconto?», p. 103; «...se metà della gente [degli allievi, divisi nell’interpretazione di un finale] pensa una cosa e l’altra metà ne pensa un’altra, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona», p. 123, e così via: «Non insisteva mai, raramente asseriva con forza, non sembrava tagliato per fare l’insegnante», testimonia l’ex allievo Jay McInerney a p. 133.

E’ singolare poi come Carver faccia ad ogni piè sospinto, «per orientarsi», dei brevi riassunti del troncone di racconto già letto: trasformandolo così, per noi che (ovviamente) non conosciamo il testo commentato se non attraverso le sue citazioni, i suoi commenti e per l’appunto i riassunti, in una specie di pièce teatrale fatta di scene molto statiche e terribilmente drammatiche, nelle quali i personaggi sono sempre sul punto di... sul punto di.

Il giovane o meno giovane lettore italiano (che magari conosca già un po’ Carver) imparerà meditando questo libretto a «capire meglio» i racconti di Carver stesso (e in generale tanta scrittura americana, da Morley Callaghan a Hemingway ai cosiddetti «minimalisti» come McInerney o Leavitt). Imparerà a leggere analiticamente, a sostare dopo ogni frase per chiudere gli occhi e immaginare (come a teatro o al cinema) la scena che è stata raccontata: appunto, a «vedere» ciò che è scritto come una sequenza di scene drammatiche.

Credo che non passi molta differenza tra l’imparare a leggere e l’imparare a scrivere. La scrittura è per lo più riscrittura: è luogo comune (ma vero) della retorica che la naturalezza della frase sia il più complicato e il più artificioso degli effetti. Precisamente quando impara a leggere i propri scritti nella maniera analitica (della quale Carver dà ottimo esempio) la persona comincia a rendersi conto di ciò che ha veramente fatto scrivendo: e quindi comincia a spostare l’attività di scrivere dalla zona dell’inconsapevole a quella del consapevole. E’ tutto qui: una volta che stiamo nel consapevole, possiamo consapevolmente apprendere (con l’aiuto o no di altri, questo è secondario: in ogni caso apprendiamo essenzialmente da noi stessi).

Infine: alle pp. 131-143 c’è una «testimonianza» di Jay McInerney, l’autore di Le mille luci di New York, Si spengono le luci e L’ultimo dei Savage. La testimonianza è trattenutamente commossa e molto commovente. «Di sicuro Carver», dice McInerney, «ha cambiato la mia vita in modo definitivo». E, alludendo alla sua voce timida e bassissima, conclude: «Ancora oggi mi chino in avanti con la testa girata da una parte per cercare di sentire la sua voce» (p. 143). Così noi oggi ci chineremo sulle pagine di Carver, per cercare di sentire la sua voce. Abbastanza banalizzanti, invece, gli «esercizi» a cura di Stull, proposti in appendice al libretto.

Pubblicato da giuliomozzi il 14.07.08 10:36

COMMENTI

Un libretto da prendere e da buttare nella spazzatura.
Se si vuole imparare il non-scrivere, allora si possono tranquillamente seguire i consigli di Carver.

[...] i personaggi sono sempre sul punto di... sul punto di.: queesta idea non l'ha avuta Carver, ma il suo editor Gordon Lish - che peraltro è (stato) anche insegnante di scrittura creativa. Lish è stato direttore di importanti riviste, basti citare l'Esquire. Sempre Gordon Lish è scrittore, purtroppo da noi misconosciuto, mai pubblicato in lingua italiana, che io sappia. Eppure nel 1994 è stato insignito dottore ad honorem in lettere della State University of New York; e Le Nouvel Observateur lo considera uno dei duecento scrittori contemporanei più importanti al mondo.
Incredibile come la cecità italiana sia tanto forte d'ignoranza.

da Giuseppe Iannozzi il 14.07.08 11:19

Ma: a me i libri di Lish sono sembrati assai inferiori a quelli di di Carver (ne ho letti un paio: le "Selected stories" e "How to write a novel"). E trovo che ciò che dice Carver sul raccontare sia più interessante e utile.

Di quale ignoranza parli, Iannozzi? Il nostro giudizio di valore su Carver è diverso: l'ignoranza non c'entra.

Nessuno qui ha sostenuto che quella dei personaggi sempre "sul punto di..." sia un'invenzione di Carver, quindi trovo bizzarro che tu lo smentisca. Ma visto che me ne dài l'occasione, io qui sostengo che quello è secondo me un modo di raccontare che si è formato pian piano nella narrativa nordamericana, e che si presenta per la prima volta come del tutto compiuto nei racconti di Morley Callaghan.

Pignoleria: la laurea "ad honorem" è quella che si dà ai morti. Ai vivi si dà la laurea "honoris causa".

da giuliomozzi il 14.07.08 16:51

Questione di gusti?
A me Carver piace poco o niente: per lo più lo trovo insipido quando non addirittura banale.

Parlo dell'ignoranza di non voler dire che Gordon Lish ha contribuito in maniera fattiva alla nascita di Carver. Però sembrerebbe che la gente, che la critica italiana soprattutto non ne voglia che sapere di Lish. In ogni caso non fa strano che l'Italia adotti simili comportamenti, anche in considerazione delle uscite editoriali nostrane che sono, in massima parte, tutt'alro che buone.

Puo' darsi che qualche indizio di "quel modo di raccontare" xiz zn hd presente in Callaghan. Ma se è per questo è presente anche in parecchi racconti della beat generation. In ogni caso "quel modo di raccontare" che viene attribuito al solo Carver risulta essere una reiterata falsità.

Laurea honoris causa: mio errore, nessuna "ad honorem".


da Giuseppe Iannozzi il 14.07.08 18:22

E chi è, Iannozzi, che "non vuol dire che Gordon Lish ha contribuito in maniera fattiva alla nascita di Carver"? Mi pare una cosa che sanno tutti.

Honoris causa, ad honorem: l'errore non è tuo, è di Wikipedia. Ora ho corretto anche lì.

da giuliomozzi il 15.07.08 09:08

"Mi pare una cosa che sanno tutti" non è una certezza, neanche minima. Omettere facendo finta, o anche credendo, che tutti sappiano, è dire una menzogna sempre e in ogni caso.

Vede Signor Mozzi, io ho consultato la voce su Wikipedia e ho sbagliato, perché ho da quella voce ho appreso della laurea a Lish. Dovevo stare più attento con quel "ad honorem". Già, dovevo stare più attento, invece di fidarmi come uno stupido ingenuo. Sarebbe stato un grave errore se avessi portato la notizia di una laurea ad honorem a Lish in un articolo, ad esempio. Per mia fortuna l'errore l'ho fatto in luogo di commento, ma è comunque un mio errore di superficialità.

Però più grave è parlare di Carver senza nulla dire di Lish. Omettere non è un atto di superficialità, è un atto volontario meditato e premeditato. Non serve proprio a niente un "mi pare una cosa..." etc. etc.

Lei collabora a Wikipedia?

La saluto.

da Giuseppe Iannozzi il 15.07.08 23:51

Non c'era nessuna ragione di parlare di Lish in questo articolo. Mica è un articolo generale su Carver. E' un articolo su uno specifico libro, tra l'altro non predisposto da Carver ma "confezionato" dai curatori. Se poi vuoi fare esercizio di benaltrismo, potrei domandarti perché parli di Lish omettendo, con atto volontario e premeditato, di parlare di Matthews Sanders.

Quali libri di Lish hai letto, Iannozzi?

Non sono un "wikipediano". Ma se in Wikipedia trovo un errore, correggo.

da giuliomozzi il 16.07.08 11:35

Perché io non ho scritto alcun pezzo che parli di Carver o di Lish: è chiaro che non ho omesso alcunché.
Il libro contiene, tra le altre cose, una lezione di scrittura creativa tenuta da Carver, era dunque necessario accennare almeno almeno che Lish, che proprio lui è stato a inventarsi la tecnica del "troncamento", quella che poi ha fatto la fortuna postuma e immeritata di Carver.

Tu perché mi chiedi cosa ho letto di Lish?

da Giuseppe Iannozzi il 16.07.08 15:31

Come ho già detto, Iannozzi, secondo me quella che tu chiami tecnica del "troncamento" non è un'invenzione né di Carver né di Lish, bensì è un modo di raccontare che si è formato pian piano nella narrativa nordamericana, e che si presenta per la prima volta come del tutto compiuto nei racconti di Morley Callaghan.

Nell'articolo non ho accennato a Lish come non ho accennato a Callaghan.

Ti chiedo che cosa hai letto di Lish perché sono curioso.

E ti chiedo di nuovo perché, tu che parli di Lish, ometti di parlare di Matthews Sanders. Sospettavo che l'omissione fosse volontaria e premeditata. Vedo che eludi la domanda, e ciò mi conferma nel sospetto.

da giuliomozzi il 16.07.08 17:26

>>> ti chiedo di nuovo perché, tu che parli di Lish, ometti di parlare di Matthews Sanders.

Mozzi, non funzionano i suoi giochetti con me. Se lo cacci bene in testa.
Le sembra che io abbia scritto un articolo su Carver o su Lish?
Mi risponda o con un sì o con un no.

>>> i chiedo che cosa hai letto di Lish perché sono curioso.

Per soddisfare una sua curiosità non c'è un serio motivo per cui dover rispondere.

>>> non è un'invenzione né di Carver né di Lish

Questo lo sostiene Lei.
Porti delle prove a riguardo.

E' esasperante parlare con Lei. A volte sono tentato di chiederle se c'è o ci fa.

da Giuseppe Iannozzi il 16.07.08 18:28

Iannozzi, non vorrai mica che a chi passa di qui venga il dubbio che tutto quello che sai di Lish sta in una voce di Wikipedia che hai consultata frettolosamente e scopiazzata senza controllarla?

da giuliomozzi il 17.07.08 12:50

Mozzi, lei non vorrà mica continuare a credersi un gigante quando invece è un nano in tutti i sensi, vero?
Spiacente per lei, ma le sue basse insinuazioni vengono ripagate con uguale conio.

Mozzi, non vorrà mica che a chi passa di qui venga il dubbio che Lei Matthews Sanders lo conosce solo per averlo sentito nominare da qualche buffone in un qualche 'caffettino' fintamente letterario o a qualche 'corsettino' di scrittura ricreativa, vero?

Lei continua a non rispondere e chiama in causa Matthews Sanders: chi è Matthews Sanders? che cosa ha letto di Matthews Sanders? Avanti, ci 'facci' vedere la sua gigantesca cultura!!!

da Giuseppe Iannozzi il 17.07.08 15:29

Iannozzi, ma tu, un libro di Lish, almeno uno, tanto per farti un'idea, l'hai letto o no?

Matthews Sanders è un nome che ho scritto a caso.

da giuliomozzi il 20.07.08 10:05

Ma va???
Signor Mozzi, ma va???
Non l'avevo mica capito!!!
Mi prende per scemo asino deficiente ignorante o che altro?

Io sì, ho letto dei libri di Lish.
Vuole la trama? Che vuole? Una prova? Un cadavere, delle impronte digitali, una scena del delitto, 'Liar' Mr. Capote?
E' sempre lei che crede che io non legga i libri di cui parlo. Sempre lei con i suoi dichiarati amici insinua questo in maniera subdola, diciamo pure disonesta.

Il fatto che di tanto in tanto mi diverta a tenerle bordone non la autorizza a pensare che io sia quello che lei pensa.

E' stato divertente. Poco. Per niente in verità.

Stia bene in ogni caso.

da Giuseppe Iannozzi il 20.07.08 12:25

E' una tua libera convinzione, Iannozzi, credere che io pensi che tu non leggi i libri di cui parli.

D'altra parte, se il 16 luglio ti chiedo quali libri di Lish hai letto, e al 20 non sei riuscito a rispondere, a scrivere un titolo che sia uno, cosa posso pensare?

da giuliomozzi il 20.07.08 16:55

Lei pensa poco e male.
Non c'è peggior sordo di lei.

Si sforzi di leggere il mio blog e troverà...

CHIUDO.

da Giuseppe Iannozzi il 20.07.08 18:07

No, Iannozzi, non vado a vedere il tuo blog. Finché intervieni qui dicendo cose inesatte, mi tocca intervenire per mostrare che sono inesatte. Ma non ho voglia di inseguirti.

da giuliomozzi il 21.07.08 08:12

Mozzi, lei è uno di quelli che credono che il mondo giri tutto intorno a lei, vero?
Me ne sbatto di quello che lei può pensare di far pensare...

Lei è una persona scorrettissima, in tutti i sensi. Un male per l'editoria italiana. Un canchero grosso quanto una pulce eppure disastroso come tutti i tumori che si rispettino. Un giudizio questo. Se lo tenga bene a mente.

Ho letto Dear Mr. Capote, tanto per. Molti racconti anche. Avrebbe trovato tutto ciò sul mio blog. E per inciso: non me ne frega un emerito cazzo di far pubblicità a me. Ma lei, in quanto blogger (anche blogger), non conosce o ignora la netiquette. Buon pro le faccia.


da Giuseppe Iannozzi il 21.07.08 11:22

Oh là, Iannozzi. Ci hai messo quattro giorni, ma sei riuscito a dire che cosa hai letto di Lish. Pensare che era così facile.

da giuliomozzi il 21.07.08 17:06

Sia detto senza ironia: siete fortemente adorabili. Grazie per i vostri interventi arguti e spassosi. Dio benedica entrambi.
Felice Muolo

da Felice Muolo il 29.07.08 19:42

Io invece di questi siparietti sono stufo.

da giuliomozzi il 03.08.08 16:09

ah. Voi non sapete che cos'è l'amore. Ce l'avevo. Poi l'ho portato in giro, troppo in giro. Ed è rimasto chi sa dove. Ho anche Il mestiere di scrivere, che per me rimane libro adorabile. Soprattutto quando scrive di For Tess. 9,8 euro, 19 000 lire, circa. Rincaro del 50%, giusto? mah. Di Lish ne ha parlato abbastanza Baricco, mi sembra. Tempo fa. Ma ne avevo sentito anche prima. Boh. Su "sul punto di", Mozzi dice che il resoconto che Carver faceva dei vari punti dei racconti analizzati è quasi una piece teatrale (non che i racconti di Carver presentano personaggi sul punto di). Difatti il "sul punto di" è solo strategia della tensione, è insita nel buon racconto, nella buona narrazione. Non appartiene a nessun autore o paese. Appartiene a chi sa narrare, per quel che mi riguarda. Carver in quella lezione doveva tenere l'attenzione degli studenti, quindi cercava di rendere l'analisi una sorta di indagine. Credo. Non so. Mah.

da andrea branco il 02.09.08 23:07

Andrea, il metodo di discussione di Iannozzi è quel che è. Dobbiamo tenercelo.

da giuliomozzi il 04.09.08 15:22




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