Silenzi Vietati, Francesco Caccamea
di Demetrio Paolin
Caro Francesco, ti scrivo come se fosse una mail, ma in realtà questa sarebbe una recensione, anzi una lettura, a me le recensioni non piacciono, del tuo libro Silenzi Vietati (Avigliano). Allora sgomberiamo il campo, così arriviamo al centro del mio discorrere.
Il libro mi è piaciuto.
Io credo che a salvarti sia stata proprio la scelta di farne un romanzo epistolare e la scelta di usare come “tu”, una persona reale, vera e conosciuta. Anche a me sarebbe piaciuto farlo, ma l’unica persona a cui vorrei mandare delle lettere è Paolo di Tarso, ma lui è nel terzo cielo.
Comunque.
Io leggevo il tuo libro e pensavo a Foscolo e Goethe, come fonti del tuo romanzo. Potrebbero esserlo benissimo inconsce, ma credo che chiunque si metta a scrivere un libro in cui un giovane racconta la sua vita, i suoi amori, il suo andare verso il baratro faccia i conti con questi due grandi
In più la scelta epistolare ti ha salvato dallo scrivere produrre un Holden in salsa viterbese. Il tu a cui il tuo personaggio scrive le lettere (questa distinzione per me è fondamentale, ma ne parliamo dopo) ti salva dalla schiavitù della parlata gergale, da quel finto parlato scritto che per molto tempo è stata una cifra della letteratura giovanile.
Nello stesso tempo la struttura epistolare mi fa chiedere, ma chi è che dice io?
Ora forse a te questo interessa poco, ma secondo me è essenziale.
Prendiamo per buono che tu Francesco corrisponda appieno con il Francesco che scrive le lettere. Però, tu lo sai benissimo, quando scriviamo una lettera, anche quando raccontiamo esattamente quello che abbiamo appena vissuto facciamo due operazioni: scegliamo un mittente e decidiamo una strategia narrativa per coinvolgere o per allontanare il mittente stesso. Quindi al Francesco che immagina il Francesco che scrive la lettera, s’aggiunge il Francesco che agisce nella lettera, che altro non è che una rappresentazione, retorica, del Francesco che scrive, che come abbiamo detto potrebbe corrispondere o no (anche solo in parte) al Francesco autore del libro Silenzi Vietati.
Questo risolve un altro problema di certa letteratura pesudogiovanilsitica ovvero la pruderie di vedere se quello che scrive l’autore sia la sua vita reale.
[Sai quando mi capita di scrivere qualcosa io dico sempre: non è detto che quello che io scriva sia reale (leggi accaduto), ma sicuramente è vero (cioè possiede in sé un germe di verità).]
E qui veniamo al nodo che vorrei affrontare con te, che riguarda la verità di quello che dici.
Ho letto il libro e poi, perché sono una persona abbastanza pignola, mi sono pure letto le belle recensioni che ti sono state fatte. Mi ha colpito l’insistere e il ritornare da parte dei critici sul tema del male di vivere. A detta loro il tuo libro è il ritratto, lo specchio, del male di vivere della nostra generazione, di noi cha abbiamo tra i 30 e i 35 anni.
Alcune riflessioni. Primo mi si deve spiegare cosa sia il male di vivere.
Il non avere una donna e nemmeno rapporti con lei? La paura del futuro? Il lavoro precario?
E’ questo il male di vivere?
Questo mi pare non tanto male quanto paura di vivere. Il Francesco che agisce nelle lettere ha paura di vivere, ma non mi pare che esperimenti su di sé il male, né che lo descriva, il male.
Ho riletto il libro ma io del male di vivere non ne ho trovato traccia.
Forse la verità, caro Francesco, è che dovremmo togliere di mezzo due parole “di” e “vivere”.
Ecco a me non interessa il male di vivere, ma il male.
Io vorrei che la nostra generazione facesse i conti con tale entità.
Certe volte penso che il disincanto, l’apatia, la depressione e la devianza sociale (potrei continuare), che narrativamente diventano il male di vivere, siano un modo di sviare gli occhi dall’unico tema che abbia senso, ovvero indagare il male.
Qui, ma è mio parere personale, il tuo libro fallisce, perché s’accontenta di raccontare qualcosa che è già stato ampiamente detto e narrato.
Io ti chiedo, e mi chiedo, ma raccontare una vita normalissima con personaggi normalissimi, che hanno un lavoro stabile, una vita sessuale e sociale nell’ordinario, e che però trasudano male, che vivono esperiscono su di loro il male, è possibile?
Il tuo libro sembra suggerire che Francesco ha esperienza del male, perché non ha un vero rapporto d’amore, perché non entra in contatto con le persone, perché ha un lavoro precario etc etc…
Cioè il male ha una origine, una scaturigine.
Ora non sei il solo a pensarla in questo modo. Basta aprire la Bibbia per vedere lo Jahvista che nella Genesi inserisce la scena della mela per giustificare la comparsa del male nel mondo.
Io penso, invece, che il male non abbia origine, ma semplicemente sia.
Quindi vorrei che qualcuno mi raccontasse la storia di un individuo normale che sente su di sé il male, che non si nasconde dietro cause psicologiche, psicoanalitiche, religiose, ma semplicemente presenta il male per ciò che è.
Nudo ed essenziale.
E mi sembra interessante raccontarti questo, perché riguarda quello che t’ho appena scritto. Io di solito pranzo in un bar in centro a Torino. L’altro giorno, entrato, ho notato qualcosa di strano, faccio due parole con le cameriere e scopro che X, il barman, è morto ieri.
Aveva la mia età. Una morosa splendida, una bella attività (il bar era suo). Morto.
Salutista, vegetariano, non fumava, poco o niente alcool. Nessun problema di salute. Ictus e via.
Io ci ho parlato un po’ insieme, quando era vivo. Era una persona normalissima, mi parlava dei suoi progetti come di qualcosa che sarà, di già certo e dato.
Due settimane dopo non lo vediamo più.
A me piacerebbe che qualcuno mi raccontasse una storia del genere. Un 34enne che non ha nessun problema, la cui vita si dipana tranquillamente. Una storia la cui penultima riga è un pensiero concreto di cosa si farà domani, seguita poi dall’ultima riga in cui si certifica l’avvenuta morte.
Attenzione, Francesco, non voglio trucchi narrativi in cui i fatti, i pensieri e le azioni possano tradire il finale. Io voglio un personaggio come il barman: felice e, infine, morto.
In questo caso è palese che non c’è causa. Proprio la assenza di ragioni costringe chi scrive a mettere su tutto un ambaradan retorico per dire che il male ha una origine.
Nel povero barman il male c’era, silenzioso e ascoso, ma senza una ragione. Stava lì da sempre. E’ venuto e amen.
Quale scrittore della nostra generazione avrà il coraggio di prendere il male, mettendolo in pagina semplicemente, rischiando pure di annoiare il lettore?
Perché, prevengo tua obiezione e quella di altri, un romanzo del genere sarebbe di una noia terribile.
Io ho pensato questo, è da un po’ che ci penso, immagina cosa potrebbe succedere se un ospite della trasmissione il Grande Fratello va a dormire e il giorno dopo lo si trova morto per cause naturali. Immagina se per un disguido il giorno della morte vada in onda il riassunto della puntata (di solito quella del giorno prima) in cui si vede il morto, ancora vivo, che fa i gavettoni agli altri concorrenti e si mette a giocare con loro a pallone, si allena per la prova settimanale e poi si fa la doccia.
Tali azioni diverrebbero un vaticinio?
No. Tanto che se le vedessimo senza sapere cosa è accaduto al poveraccio, diremmo le cose che diciamo di solito sui vari personaggi del GF.
Eppure lì si annida il male.
E’ quello il male che dovremmo – io per primo - imparare a scrivere.
Come vedi ho iniziato facendo una recensione e sono finito a parlare d’altro.
Ciao e scusa la lungaggine.
Pubblicato da Demetrio Paolin il 09.06.08 14:49