I cani abbaiano, di Truman Capote
di cletus
Truman Capote è uno dei miei scrittori preferiti.
Un amore che parte da lontano. Dalla mia adolescenza.
Da quando, di nascosto, rubavo un ormai ingiallito volumozzo degli Oscar, col suo A sangue freddo, dalla libreria dei “grandi”..
Più tardi, alla prima folgorazione, sempre venata dall’emotività e anzi fortemente influenzata da questa, crescendo e continuandolo a leggere è subentrata la consapevolezza che si tratta di una delle scritture che hanno saputo, più di tutte, catturare la mia attenzione, regalandomi ore di lettura di un po’ tutte le sue opere, di assoluto piacere,
Tempo fa ho preso questo suo I CANI ABBAIANO. L’ho finito da poco.
Si tratta di una raccolta di suoi scritti, diversi per data e soggetto. In genere sono cose che mi lasciano piuttosto perplesso e lo scetticismo è forte (un’operazione che è stata fatta anche con Carver. Pubblicare foss’anche la lista della spesa,o della tintoria)
Chiuso il testo, poi però si fa strada il piacere, per il risultato davvero alto che è riuscito ad ottenere.
Consiglio a chi volesse approcciare questo autore proprio di partire da un lavoro cosi.
Somiglia ad un blog. Un plauso al curatore che ha saputo assemblare, anche se in modo apparentemente poco assortito, testi cosi differenti, ma con la costante comune di un linguaggio, di una voce che ci appare credibile come poche.
Capote tratteggia, ha grazia. I suoi periodi sono brevi, a volte involuti, e con uno stile che gli è proprio non manca di svelare, agli occhi di una lettura poco meno che attenta, la grande sensibilità che li permea.
La sua principale capacità è quella di raccontare con un tono pacato, mai aggressivo o ad effetto.
Grazia, si direbbe, se non fosse abusato come termine. Ma è proprio questa la sensazione. Quella di trovarsi seduti, che so, su una sdraio sotto l’ombrellone con un caro amico che non vedi da un po’ e lasciare trascorrere il tempo, amabilmente, all’ascolto delle sue esperienze.
E sono esperienze le più diverse. Da descrizioni (pennellate) di luoghi toccati dai suoi lunghi viaggi (Ischia, le isole della Grecia, Parigi, la Spagna, il Marocco, la “poetica” spietata di Hollywood a quelle d’incontri con personaggi famosi. Su tutte, quella con una Colette, che lo riceve nella sua damascata camera da letto, un gatto di un colore grigio inusuale “come fosse una coperta”, ai suoi piedi e nella cui stanza Capote rimane folgorato dalla bellezza di un fermacarte di cristallo che ha, inghiottita, una rosa bianca. Il pezzo, non a caso, si chiama proprio cosi. Capote lo sfrutta per spiegare la genesi di questa sua fobia, non mancando di condirla con l’umorismo che gli è proprio, narrando di aste all’ultimo sangue per accaparrarsi gli ultimi esemplari in circolazione “quelli di rara fattura dal 1840 al 1880”. Bellissima la frase di commiato di Colette, ripresa nel finale del brano “Mio caro, non avrebbe assolutamente senso offrire in regalo un oggetto se non lo amiamo a nostra volta”.
Il testo contiene altre perle cosi. Sono gli appunti presi da questi incontri con gente come Bogart, Marilin Monroe, Ezra Pound, e l’esilarante Louis Armstrong al quale il nostro manderà una lettera, diventato ormai famoso, per ricordargli quando, poco più che bambino ballava al suono della sua musica su un battello fluviale sul quale il grande Satchmo si guadagnava la minestrina serale, intrattenendo i viaggiatori e presentando il bambino Capote, come un “qualcuno che sarebbe diventato famoso”. Fa niente se non come ballerino.
Il testo si conclude con una gustosa autointervista, nella quale Capote dichiara il suo amore viscerale per NewYork, la città nella quale, pur avendo girato buona parte del mondo, non saprebbe rinunciare di vivere.
Torno sul concetto di blog. La lettura di questi capitoli, quelli che prediligo, secchi, essenziali a volte di pochissime pagine, come si trattasse appunto di tanti “post”, in rapida successione, dona un ritmo involontario al testo, consentendo a chi volesse saperne qualcosa di più (ovvero “attaccarlo” dai suoi racconti, alcuni davvero mirabili, come dai suoi romanzi, oltre a quelli più famosi) di restare incuriosito abbastanza dall’andarseli a leggere.
PS. La frase che da il titolo al testo è tratta da un proverbio arabo che gli ha raccontato Jean Cocteau “I cani abbaiano, ma la carovana prosegue”.
Pubblicato da Cletus il 03.06.08 15:24