09.05.08

Le libere donne di Magliano, Mario Tobino

di Ramona

Mario Tobino

Può succedere. Parti per qualche giorno, non hai molto spazio in valigia, ti porti dietro solo un libro da leggere in treno. In teoria dovrebbe bastare per andata e ritorno, ma a metà dell’andata lo hai già finito. Così, quando arrivi a destinazione e hai da occupare qualche ora, senti che sei in astinenza da lettura e giri per una casa che non è la tua, cercando qualche pagina da tenere di nuovo fra le mani.
È stato così, per una crisi di astinenza da lettura, che in quella casa ho sentito il richiamo, unico, fra le decine di libri impilati su una sedia.
Per curare la mia crisi stavolta ho scelto, o forse mi ha scelta, un autentico specialista: Mario Tobino, lo psichiatra scrittore.
Un dottore dell’anima, per il mio avido bisogno di parola scritta.

Di lui avevo già letto tempo fa Per le antiche scale. Ora ho di fronte un altro titolo, che mi intriga moltissimo. Le libere donne di Magliano.
Cosa vuol dire “libere donne”?
Conoscendo Tobino inconsciamente intuisco il vero senso dell’aggettivo, quanto meno mi ci avvicino. Presto ho la conferma che l’istinto per le buone letture non mi ha tradito nemmeno questa volta.
Incomincio, famelica, a leggere.
Ho pochi giorni, le pagine non solo le leggo, ma le divoro, fino a ora tarda. Non voglio essere costretta a lasciare il discorso in sospeso prima della partenza, voglio vedere come va a finire.

In realtà capisco subito che non c’è niente che debba iniziare e finire.
Non si tratta di un romanzo, ma di una serie di istantanee che raffigurano un mondo assai crudo, violento e tenero, di un’epoca e una situazione non troppo lontani. Una rappresentazione che non sarebbe male rileggere, di tanto in tanto.

Sono ritratti di donne, donne speciali, donne particolari, “libere” di essere se stesse, solo perché “matte”. È una galleria di malate psichiatriche, ricoverate nel manicomio di Magliano, nella realtà Maggiano, nei dintorni di Lucca. Anche se l’autore, nell’ultima pagina, ci tiene a specificare che “nessuno dei malati descritti in questo libro è ospite di alcun manicomio, nessun personaggio ha un reale contrapposto e qualsiasi nome e riferimento è puramente casuale.”.
Dice ancora che avendo frequentato per lavoro molti istituti, quello che ha descritto è la risultante di tutte queste realtà e il luogo, Lucca, è stato scelto “per la ragione dell’arte.”.

La professione di Tobino gli ha consentito di scavare nell’anima di quelli che la semplicità popolare ha sempre chiamato “matti”, o “pazzi”. I suoi scritti, per stessa ammissione dell’autore, hanno sempre cercato di richiamare l’attenzione dei “sani” su coloro che sono stati colpiti dalla follia.
Dice Tobino, a pagina 18:
“Questi matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, lettore. Ma quello che è più misterioso domani potranno avere, guariti, la perfetta immagine, poi di nuovo tornare astratti, solo parole, soltanto delirî.”.
Come dire che i matti sono uguali a noi e che noi potremmo essere matti in qualunque momento. Non dobbiamo dimenticarlo.

Le malattie mentali esercitano su tutti un grande fascino e altrettanto timore. Misteriose e inquietanti, sono capaci di mutare radicalmente la personalità di uomini e donne “normali”. E chi lavora nella sanità come me, non necessariamente in una psichiatria (i manicomi, si sa, non esistono più, o non dovrebbero esistere), o comunque chi ha a che fare con una smisurata e variegata fetta di umanità, non può non riconoscere l’”anomalia”, il difetto, la stramberia, la deviazione psichiatrica nelle sue forme più svariate. Basta un comportamento inusuale, a volte, e già si guarda con sospetto.

Sono catturata già dalla prefazione dello stesso autore. Lui, psichiatra, si chiede che cos’è la follia. È davvero una malattia? Non è piuttosto una delle tante espressioni umane, magari la più felice, la più libera, che solo perché si scontra con la cosiddetta ragione ne viene allontanata e respinta?

Leggo queste parole mentre mi trovo rannicchiata su una poltrona e penso soltanto: “Fantastico!”.
Tobino il medico sta mettendo in dubbio ciò che in pratica gli dà da vivere. Se la follia non è una malattia, a che servono, di fatto, gli psichiatri?
Ma il bello è che io, da profana, mi sono spesso posta la sua stessa domanda.
Chi è, mi chiedo talvolta, che stabilisce che i matti sono sempre matti oltre ogni ragionevole dubbio? È quasi una consuetudine affermare, non senza invidia, che in fondo i più felici sono proprio i folli, quanto meno sono i più liberi al mondo. Fuori dalle regole, fuori dagli schemi che imbrigliano, imprevedibili, mai uguali, fuori da ogni imposizione e da ogni confine. La libertà della mente di essere diversa, e quindi unica. La rivendicazione di un’unicità che viene definita patologica.

Follia uguale libertà.

Certo, la mia, forse anche quella di Tobino, è una visione romantica dell’argomento. Nella quale s’insinuano la preparazione e l’esperienza professionale, che m’impongono di ricordare che esistono casi di follia estrema, che porta il paziente a essere violento e pericoloso per sé e per gli altri. Chi non ne ha mai incontrato uno?

Chiudo per un attimo libro e riflessioni e accendo i ricordi.

Rivedo l’anziano che mi torce il polso della mano armata di una siringa a lui destinata per calmarne il delirio: “Signore, così mi fa male”, gli ho detto, “Io VOGLIO farti male”, è stata la risposta naturalissima… del resto, perché mentire?! I matti sono sinceri.
Rivedo un’altra anziana che di notte chiama a gran voce il marito morto da anni per farsi portare via da lì, e sono calci e pugni che vanno a segno su chi cerca di impedire che si rechi danno da sè, incerta sulle gambe, debole di cuore, affannata, affaticata come si ritrova.
Rivedo un giovane e il suo lucido delirio che gli fa sì capire di trovarsi in ospedale, ma che gli impone anche di non riconoscere la necessità del ricovero e di dichiarare semplicemente di volersene andare, in piena notte, un casco da motociclista in testa, come assurda e inconscia difesa, minacciando di gettarsi dalle scale se qualcuno glielo avesse impedito, sordo ad ogni ragionevolezza.
Rivedo l’uomo, appena ricoverato, che lavora tutta la notte per prepararsi la valigia e alle sei di mattina si dichiara pronto a tornare a casa. Tranquillo, imperturbabile, non accetta un ordine contrario. Diventa violento se contraddetto.

Sono follie, queste? O non sono piuttosto tentativi di fuga da una realtà dolorosa? Costringendo queste persone a curarsi, facciamo sempre loro del bene? Ne siamo proprio sicuri? Oppure vogliamo solo difendere i confini legittimi della società, che ai “matti” stanno stretti? La società impone regole comuni per garantire la sua stessa sopravvivenza. Ma questi esseri anomali, scomodi, in un loro modo incomprensibile, non possono accettare tali confini. Non ce la fanno, non a livello razionale.

Quante volte, tante, davvero, mi sono soffermata, affascinata e timorosa, a considerare le incredibili mutevolezze della mente. Quante volte stabiliamo che un matto non ha più nulla di umano e proviamo pietà, ma anche paura. La diversità della mente fa paura. Meglio tenersi alla larga. E come non giustificarla, questa paura, là dove la follia esplode in violenza incontrollata? E come non pensare ad epoche e civiltà in cui invece il diverso era adorato come una divinità?

Lascio per un po’ le divagazioni, ho poco tempo, devo finire il libro.

Era il 1964 quando Tobino scrive nella prefazione della sua diffidenza verso gli psicofarmaci. In alcuni casi questi riducevano o annientavano la malattia, e là dove questa causava vera sofferenza, la persona ne usciva guarita. O “normalizzata”.
In altri casi non c’era successo, se non quello di annullare l’esplosione della personalità “diversa”, mascherarla con una normalità apparente, lasciando il vero fuoco ancora tutto da scoprire, lungi dall’essere guarito.
Già all’epoca Tobino si augurava che, agli psicofarmaci, la psichiatria accostasse la psicologia, l’umanità, l’approccio più intimo alla persona per tentare, dove possibile, di capirla nel suo intero. Inoltre: “Ora ci vorrebbero tanti più psichiatri, più infermieri specializzati, più dedizione, più giornaliera pazienza, più denari, più denari […]”.
Come darti torto, dottore? Oggi che i manicomi, come li hai conosciuti tu, non ci sono più, come negare che ci vorrebbe ugualmente e con più decisione un aiuto maggiore alle famiglie con a carico persone così fuori dagli schemi, così impossibili da imbrigliare nelle maglie sociali che esse rifiutano nel loro categorico modo da pazzi? E che cosa diresti leggendo la notizia di poco tempo fa, che gli antidepressivi sono inutili per la maggior parte dei casi per cui vengono prescritti?
Diresti che avevi ragione.
E la ragione non è dei pazzi, vero?

Non riesco a districare il racconto di Tobino dalle esperienze di vita. Da considerazioni tante volte fatte in corsia, di fronte a casi simili.
Eppure la galleria di queste donne di Magliano è terribile e affascinante. L’autore dà maggior risalto all’oscuro erotismo che, selvaggio, senza freno, irrompe da donne che non devono sottostare più ad un codice morale, inventato per condannarle anche quando sono “normali”.

Donne che in preda alla sensualità più libera si lanciano nude contro il medico, bramose di sesso. Come dice un’anonima infermiera del racconto, anche quelle fuori vorrebbero, ma non possono.
Certo, un’esagerazione, ma che sottintende come le imposizioni sociali costringono la donna a “comportarsi bene”, a reprimere gli istinti, al contrario di quanto è concesso all’uomo. Se non lo fa, o è pazza, o è puttana.

Donne che si autoaccusano dei mali del mondo, e cercano di uccidersi trafiggendosi il petto con un ferro da calza. E se non si autoaccusano apertamente, perché non pazze, pensiamoci: forse il mondo le responsabilizza e le reprime ugualmente troppo, incolpandole di ogni cosa, facendole nel tempo streghe, o madri snaturate, o femmine perverse.

Donne che fanno del sesso libero la loro unica ragione (se di ragione si può parlare) e impudicamente si mostrano, provocano, smaniano, insultano le suore, custodi non solo delle malate stesse, ma anche di inconfessate brame verso il genere maschile. Donne indemoniate, si dice delle pazienti, che nude vengono rinchiuse in una cella con un solo letto d’alga, su cui sfogano rabbiose e impotenti la loro smania.

E per chi è preda di quelle che noi chiamiamo allucinazioni, ma che sono verità per queste persone, Tobino svela: “una delle fondamentali leggi è che i matti non hanno né passato né futuro, ignorano la storia, sono soltanto momentanei attori del loro delirio che ogni secondo detta, ogni secondo muore, appunto perché fuori del mondo, vivi solo per la pazzia, quasi avessero quel compito. Di dimostrare che la pazzia esiste.”.

Ce l’ho fatta.
Sono stata sveglia di notte e chiudo il libro sull’ultima pagina che è quasi l’alba. Ma non dormo.
Ripenso alle libere donne di Magliano. E a quante libere persone ho incontrato in tutti questi anni, senza riconoscerle.

[tutti i libri della Bottega]

Pubblicato da Ramona il 09.05.08 15:49

COMMENTI

Tobino è un autore che ho riscoperto grazie a Bart, vedo con piacere che ha colpito anche te.
Ottima scelta!

Ciao
p.

da Paolo Cacciolati il 09.05.08 16:33

Sì, Paolo, l'ho scoperto anche io grazie ad un amico che mi ha regalato "Per le antiche scale". E non ho potuto non restarne affascinata... Come affascinante e terribile è il mondo che descrive. Ciao, e grazie!

da ramona il 09.05.08 18:14

Ottima scelta, Ramona. Il manicomio di Maggiano, a due chilometri da casa mia, dove Tobino ha abitato per tanti anni, oggi cadente in molte parti, sta per essere restaurato. Lì ci sono le due stanze dove Tobino trascorreva i suoi giorni di medico e di scrittore.

Per combinazione, proprio ieri ho pubblicato sulla mia rivista, www.rivistaparliamone.it, un pezzo di Tobino, scritto sul Corriere della Sera nel 1968 (la rivista, permettimi di dirlo, ha una sezione straordinaria, bellissima, che si intitola I Maestri). E' dedicato a Dante e a Bonifacio VIII. Lo trovi qui:
http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=1184

Ciao.

da Bartolomeo Di Monaco il 10.05.08 23:30

Ho letto, Bart, incantata come sempre davanti alla Storia, romanzata, raccontata, illustrata dalle parole. Non a caso, ultimamente mi sto dedicando a romanzi storici. O comunque che descrivano personaggi ed ambientazioni delle grandi epoche passate.
Grazie per questa segnalazione. Tobino da quando l'ho incontrato mi ha affascinata, è come se fosse ancora vivo e presente. L'amico che mi ha regalato il libro lo ha conosciuto, o lo ha conosciuto la sua famiglia in qualche modo. Perciò è anche amico mio, ormai....
Sono molto, molto tentata di fare un salto dalle tue parti a vedere quelle due stanze... ho spesso bisogno di toccare la Storia con mano. Se e quando lo farò (ma non sarà a breve), permettimi di contattarti per salutarti personalmente.
Grazie ancora.

da ramona il 11.05.08 10:14

Ti aspetterò molto volentieri.
Forse il 20 prossimo sarà a casa mia Marino Magliani.
Un abbraccio.

Bart

da Bartolomeo Di Monaco il 11.05.08 16:03

Dimenticavo, Ramona: di Tobino non mancare di leggere quel gran libro che è "La brace dei Biassoli" (anche tu, Paolo).

Bart

da Bartolomeo Di Monaco il 11.05.08 18:40

Ok, Bart, me lo segno. Grazie ancora!

da ramona il 11.05.08 19:30




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