03.05.08

Era mio padre, di Franz Krauspenhaar

di Paolo Cacciolati

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Se ci fosse uno strumento per misurare la tensione morale presente in un libro, l’intensità emotiva del suo autore, bene, nel caso di Era mio padre questa sorta di amperometro schizzerebbe alle stelle, con la lancetta a sobbalzare frenetica sulle tacche rosse del fine scala.
Un’intensità emotiva che non è possibile descrivere o filtrare, si può solo lasciar passare, come la mia scelta di far passare più testo possibile in questa lettura.
Ecco Krauspenhaar partire subito all’attacco, in apertura, con una sorte di furente dichiarazione programmatica rivolta al lettore:

voglio che vedi cosa c’è sotto la terra che calpesti, voglio che senta che sto parlando anche di te, perché un padre l’hai avuto anche tu, forse lo hai ancora. Voglio regalarti uno sguardo molteplice, un occhio febbrile sulle cose. Devi affondare con me e con lui.

Non c’è dubbio che uno dei pregi di questo libro consista proprio nel trasmettere al lettore, senza filtri, la tensione emotiva dell’autore, in questo caso nel ripercorrere la memoria del padre e le ferite cauterizzate a fuoco per la sua scomparsa, nonostante siano già passati molti anni.
Il libro procede con un ritmo a singhiozzo, è come un viaggio fatto di stop e continue ripartenze, di accelerazioni, di frenate brusche, di avanti e indietro nel tempo e nello spazio.
E’ un percorso che l’autore ci invita a compiere accanto a lui, è un percorso sui cui esiti all’inizio c’è più che incertezza, anche per la persistenza del passato nel presente, con il suo carico di dolore, tant’è che nelle prime pagine dice:

Rimango sempre sintonizzato col mio passato. Gli anni passano ma il passato non passa….Questo libro lo voglio fare come mi viene. Non uso griglie, non attingo che da questa mia testa piena- o alle volte anche vuota- di ricordi, di immagini, di fotogrammi, flash, rumori, raggi gamma di pensiero, sollecitazioni, odori lontani ma persistenti. Madeleines che non si induriscono mai. Come pensare che il passato possa svanire? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato…

Così si parte in questo viaggio, in questo lessico famigliare senza filtri che affonda le radici nelle generazioni precedenti e nei patimenti subiti, come nelle piccole grandi gioie che hanno attraversato la vita della famiglia, con l’autore ostinato nello scrostare ogni possibile paramento di perbenismo, di buoni sentimenti, per far emergere anche il male, e non solo quello subito, ma quello più subdolo che si insinua nelle pieghe dell’anima.
L’espediente utilizzato per portare il ricordo nel testo, senza imbalsamarlo, è di parlare anche (e molto) del presente, della lotta quotidiana dell’autore con quelle che altri hanno definito le piccole cose di poco conto, degli incontri galanti, dell’amicizia con altri scrittori, delle difficoltà nel portare avanti il libro stesso, con un tono apparentemente minimalista, sotto il quale cova l’angoscia del vivere, o del non vivere come si vorrebbe.
L’espediente -ammesso che sia tale- funziona perché serve ad evitare che l’autore, e la figura stessa del padre, trasfigurino in una sorta di personaggio letterario, perdendo l’autenticità, la carne che palpita dentro ogni pagina del libro.

Del resto non siamo in presenza di un romanzo, e non si aspetti il lettore di trovarvi trama e personaggi.
Oggetto letterario non completamente identificato, si legge nell’aletta. E in effetti potrebbe essere inteso in molti modi, autobiografia, autofiction o anche come una ricetta dolorosa quanto necessaria per attraversare indenni il dolore della memoria.
Comunque, è lo stesso Krauspenhaar a consegnarci qualche indizio sulla natura del libro:

Questo libro è un salvataggio estremo. Un mio bisogno che spero attiri altri bisognosi. Uno specchio in cui spero possano rispecchiarsi in tanti…

e, rivolgendosi al lettore, aggiunge:
Voglio che soffri con me, che patisci con me…voglio che ti prendi una vacanza dall’intrattenimento, dalle storielle sordide di morti ammazzati di carta…voglio che ti senti stanco di sesso di carta, di amori improponibili, di padri infantili e figli drogati. Il romanzo è diventato un genere di conforto, non d’indagine. Io qui sperimento me stesso, io sono il topo da laboratorio che corre drogato per la gabbia.

C’è una sorta di dialogo continuo con la figura del padre, anche quando non parla direttamente di lui, anche quando si ferma sulla propria condizione attuale, su ciò che non va nella sua vita, sulle relazioni andate a male. Così si può dire che l'autore parli del padre soprattutto quando parla di sé. L’assenza è la protagonista. Ed è ciò che consente al libro di esistere.

Se lui fosse qui questo libro non esisterebbe; e dunque, cinicamente: oggi come oggi sceglierei lui o il libro? Strano, non so rispondere; ho fatto troppo l’abitudine alla sua assenza.

Conseguente all’assenza, ecco emergere l’altro protagonista del libro: il dolore.
Papà vampiro della mia anima, di molto del mio dolore trapassato.

E ancora, le pagine dedicate alla scomparsa del carissimo fratello, Stefano:

Mi rendo conto che questo libro è fatto di troppo dolore che vorrei arginare. Ma il dolore è sgorgato come un fiume e continua defluendo in scuri rigagnoli, anche se io non piango più da molto tempo. Continuo a scrivere per non pensare.

Un dolore che ritorna continuamente anche nell’oggi, o comunque nel passato prossimo, descritto in modo vivido, ad esempio nella pagine che trattano della depressione che lo ha morso negli ultimi anni.
Altre volte il tono assume accenti più lirici, come quando sogna di poter tornare indietro, in Svizzera, per fare a ritroso l’ultimo viaggio compiuto dal padre.
La Svizzera, che mi vedrà solcarla per tornanti ritornanti, per venirti a riprendere poco tempo dopo, da morto, nel ritroso da soma, col tuo corpo sulle spalle, con tutto il tuo peso di anni, di storia, di affetto, tenerezza, rabbia, incomprensioni, con tutto quello che ti riguarda, col nostro rapporto.

Le parti di lessico famigliare sono a mio parere le più genuine, le più riuscite, come quelle dedicate ai nonni paterni.
Ci sono descrizioni bellissime, come quando è rievocato il periodo di Sanremo, negli anni ’20, quando il nonno era direttore di uno degli alberghi più prestigiosi, l’Hotel des Anglais.

Papà nasce là, guardando il mare punteggiato da spilli di sole. La sua mamma, Marie Antoniette, è un misto di paesi: tedesca, francese, italiana appunto di Sanremo. Se il nonno è biondo e occhiceruleo, la nonna è bruna e aggraziata come una provenzale…
Tu papà sei nato tra i ricchi, hai cominciato benissimo il tuo lungo cammino nella vita. Più tardi ti accorgerai dell’amaro e sentirai il duro, il pietroso, l’acuminato.

Da qui in poi si dipana -nella storia del padre- un gomitolo fatto di molte sofferenze, e lutti, la morte prematura del nonno, la guerra e gli anni difficili del dopoguerra, con qualche intermezzo felice come quello dedicato ai primi anni di matrimonio dei genitori, in una Milano già locomotiva della ripresa.
Mi sono piaciute meno, invece, le parti del libro di meta-romanzo, dove si parla delle difficoltà nel portare avanti il libro stesso. Riconosco che si tratta di una tendenza che si sta diffondendo sempre più nella nostra narrativa. C’è questo sovrapporre le impronte del book in progress a quelle della storia che si narra, come ad esempio Mauro Covacich prova a fare nel suo ultimo libro, Prima di sparire. Ma non è una tendenza che mi entusiasma più che tanto.
E’ un equilibrio difficile, che richiede un continuo sforzo di accordare i toni dei due livelli narrativi, come un triplo salto mortale che Krauspenhaar esegue con successo. O perlomeno lo scrivere assolve a una funzione terapeutica, utile a far affondare anche il dolore del ricordo.
Ci ho provato a farti affondare nella prosa. E’ tutto quello che ho potuto fare, che posso fare

conclude verso il finale.

In questo viaggio al termine di questa notte Franz Krauspenhaar trova così la forza di far emergere una fiammella di luce, come un indizio di aurora.
Questo è quello che dice all'inizio del libro:

Rimango sempre sintonizzato col mio passato. Gli anni passano ma il passato non passa.


Ma verso il finale l'autore può finalmente guardare al domani con l’anima più leggera.
Gli anni che ci hanno separato non sono stati perduti. Se non s’è perso l’amore, in fondo non s’è perduto niente.

Franz Krauspenhaar, Era mio padre, Fazi Editore, 16.50 euro.

Pubblicato da Paolo Cacciolati il 03.05.08 00:24

COMMENTI

Gulp!!! Leggendo questi stralci sembra davvero di leggere l'ennesima Liala. :-((( Ma che è successo? il lialismo più sfrenato e ottuso è tornato a mietere vittime?

Mi scappa un consiglio, senza ironia alcuna: Ho sognato la cioccolata per anni, di Trudi Birger, romanzo autobiografico ma per molti versi esemplare. E non ci sono impronte del book in progress come in Mauro Covacich e in Franz Krauspenhaar, come riferisce Paolo Cacciolati in questa sua recensione. Un grandissimo libro che ci parla dell'Olocasuto, della guerra, delle proprie radici, di una madre e di una figlia che nel mezzo del dramma giurano a sé stesse di essere persone migliori nella speranza che un domani ci sarà. Una storia che guarda sì all'Olocausto ma con particolare attenzione alle proprie radici familiari oltre che del proprio popolo. Questa pecularietà dove la materia narrativa attinge direttamente al solipsimo, restituisce al lettore una emozione proiettata verso la Storia. L'azione balsamica, o terapeutica per usare un aggettivo molto di moda oggidì, grazie alla penna di Trudi Birger non è fine a sé stessa, congeniale al solo rapporto scrittore-lettore, ma al contrario si consegna alla Memoria, con commozione e autentica Pietas. La testimonianza della Birger ci insegna che mai ci si deve arrendere all'odio. Nella prefazione a firma di Jeffrey M. Green si legge: “Questa è la storia eccezionale di un essere umano: Trudi Birger, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, strappata alla morte poco prima di essere spinta nel forno crematorio del campo di concentramento di Stutthof. [...] Intenzione di questo libro non è semplicemente l’esposizione di una serie di fatti, quanto quella di far rivivere il vissuto personale dell’esperienza di Trudi”. .
“Al campo ero sempre affamata. Di notte sognavo tazze fumanti di cioccolata e croccanti panini con tanto burro. Erano sogni così intensi da sembrare reali e in pieno contrasto con le piccole quantità di cibo che ci venivano date. Malgrado le disumane condizioni della vita, malgrado la paura e la degradazione, la sofferenza fisica e la fame, ero ancora ostinatamente attaccata alla vita e lottavo per tenere alto il morale mio e di mia madre. Anche la rabbia ci dava forza, la rabbia di essere state abbandonate, di essere tagliate fuori dal resto del mondo. Quanto ancora ci sarebbe voluto prima che gli Alleati sbaragliassero i nazisti? Eravamo sicure che avrebbero perso la guerra, e ci aggrappavamo alla speranza di poter vedere quel giorno” La storia di una bambina che viene strappata dalla quotidianità di Francoforte per trovarsi presto rinchiusa, come animale in gabbia, nel ghetto di Kosvo, in attesa di finire nel campo di concentramento di Stutthof. La storia di una bambina per l’appunto, la cui vita era appena all’inizio, di una bambina armata solo della sua innocenza. La storia di un grande coraggio là dove speranza non regna: la protagonista si lega alla madre, a tutto ciò che essa rappresenta per lei, per la Memoria del popolo ebraico intero. Un’intensità dolorifica e salvifica esposta senza censure né ritrosie, neanche quando annichilita nel corpo, ma non nello spirito, nuda e rasata a zero viene accompagnata verso il forno crematorio.
Non posso fare a meno di consigliarlo a chiunque oggi tenta bene o male di parlare dei drammi personali e mondiali che si sono consumati prima durante e dopo la IIa Guerra Mondiale, per la lezione di coraggio umano, per la Pietas che in questa storia c'è, per la forza dilagante di non dimenticare mai le proprie radici familiari, e non da ultimo perché alto esempio di scrittura autobiografica però senza strascichi di ottusità lialesca, di book in progress.

da Giuseppe Iannozzi il 03.05.08 08:28

Credevo che in questo libro ci fosee una storia di guerra, di un veterano, di un fronte. Invece c'é molto di più, intanto si legge come un libro europeo.
Come un sogno e un incubo nello stesso momento.
E' possibile questo? A Krauspenhaar é riuscito, gettandosi in un torrente a tratti limpido, a tratti fangoso, a tratti calmo, a tratti violento, e fermandosi - sempre al momento opportuno - per vedere passare le cose.

da marino il 03.05.08 09:47

@Giuseppe Iannozzi
Liala, grande scrittrice, non mi pare proprio un termine di paragone negativo. E cosa si intende per lialismo e ottusità lialesca?

@Marino
Bella questa definizione di "libro europeo"!

da Paolo Cacciolati il 03.05.08 11:42

Il libro è potente, volevo solo dire che Cacciolati mi ha fregato sul tempo, volevo farla io la recensione! Ciao. Anna L.B.

da lambertibocconi il 03.05.08 12:25

Obbe', ognuno ha i suoi gusti: se il diarismo più facile e ridicolo ti piace, caro Paolo, Liala è una lettura sicuramente edificante. In effetti titoli come "Brigata di ali" e "Farandola di cuori" sono persino divertenti nella loro caramellosità sognatrice. Insomma, per farla breve: raccontini di serie C, neanche di appendice. Non ti ci vorrà un volo di fantasia troppo grande per capire il significato di "lialismo" e di "Ottusità lialesca". :-)

da Giuseppe Iannozzi il 03.05.08 12:39

Caro Giuseppe, sapevo che avresti risposto in questo modo, pescando un paio di titoli a caso e giù di ascia;-)) Liala, che è stata apprezzata da gente come D'Annunzio, Trilussa e Ojetti e che ha rappresentato esemplarmente una certa epoca, merita di più che qualche battutina superficiale. Chissà, in futuro magari anche una lettura, qui.
Ora vado e auguri di buon week end.

@Anna
E perchè non posti la tua lettura. Mica è la prima volta che facciamo una rece a più voci!
Ciao

da Paolo Cacciolati il 03.05.08 13:05

Quando ho finito di leggerlo, di sicuro. Aggiungo che è un po' scontato sparare su Liala, suona come una specie di frase fatta. Se si vuole parlare male di Era mio padre, la porta è aperta ma magari con qualche argomentazione più pertinente...

da lambertibocconi il 03.05.08 13:12

sí, Paolo, sono d'accordo con te, la definizione di libro europeo piace anche a me. questo vento slavo, mitteleuropeo, mediterraneo c'é.
Un augurio per l'uscita del tuo.

da marino il 03.05.08 13:44

Caro Paolo, che risposta ingenerosa. :-( Liala ha scritto davvero troppissimo per me, non potrei mai reggerla sino alla fine. Ho letto solo pochi titoli, poi ho detto "Basta!". Di perdere tempo dietro Liala, sinceramente non ne ho e quello che ho letto mi basta e m'avanza per la vita. D'Annunzio era tutto stile e niente arrosto: sono stato dannunziano prima di te, mio caro Paolo. Se è per questo era molto stimato anche da Mussolini e viceversa: leggi il loro carteggio. E però intanto pagava il sagrestano perché non lo annoiasse a morte sonando le campane. Se vogliamo parlare di D'Annunzio, sono qui: perlomeno lo stile del Vate non è acqua.
Mi sono stufato. :-)
OMMM... ;-)

da Giuseppe Iannozzi il 03.05.08 17:16

Krauspenhaar, Covacich, le riflessioni di Giulio Mozzi su VibrisseBollettino (e il richiamo al suo Male naturale). Caro Paolo, quanti fili che si intrecciano. L'Io esonda nelle patrie lettere con una simultaneità davvero curiosa.
Ho appena terminata la lettura del libro di Franz. Mi hai battuto sul tempo. Condivido molte delle cose che hai scritto. A me il libro è piaciuto molto, ma soprattutto mi ha fatto male (ho letto che a molti ha "fatto male" il libro di Covacich). Un libro doloroso come pochi. Devo metabolizzarlo e capirne il senso.
Ciao,
Ezio

da ezio il 03.05.08 20:02

Ezio, si, l'emozione é proprio quella. Franz direbbe
del cazzotto nello stomaco.
peró ci sono anche pagine che ti fanno ridere, me ne sono segnata una. 172, dove neanche durante certe pratiche, l'io narrante si libera di un'ossessione. >

da marino il 03.05.08 20:53

@Giuseppe, non tutti hanno il culo di nascere ebrei durante l'olocausto e scrivere dunque un'autobiografia interessante;>. Comunque mi esprimerò più a fondo quando l'avrò letto quindi non prima di metà luglio.
Il rapporto con mio padre è un argomento che mi sta toccando da vicino e in questo momento ho in mente un altro termine di paragone che affiorerà inevitabilmente durante questa lettura ed è "Ronnie mio padre" di Le Carrè, romanzo breve certamente più classico. Forse non serve scardinare troppo la struttura narrativa per raggiungere le viscere, ma dopo l'esperienza Babsi jones credo che alla fine, di ogni storia, abbiamo in eredità un tentativo di verità (che è emozionante nella misura in cui a questa si avvicina) e il percorso che ci ha accompagnato, lineare o frammentario che sia, di questo non mi importa.
A risentirmi con Franz.
Grazie Paolo Cacciolati della recensione che fa parlare il testo, uno stile monastico che non copre con l'interpretazione ma interpreta nella selezione.

da mario pandiani il 03.05.08 23:42

@ MARIO

Suca Mario, ma questa tua frase, per quanto con lo smile, *** "non tutti hanno il culo di nascere ebrei durante l'olocausto" ***, a me fa venire in ogni caso la pelle d'oca. :-(((

>>> "ma dopo l'esperienza Babsi jones credo che alla fine, di ogni storia, abbiamo in eredità un tentativo di verità"

Non considero BJ una scrittrice e neanche una Liala. Semplicemente perché Liala a confronto di BJ è un genio della Letteratura. Quella cosa che le hanno pubblicato era solo *** impubblicabile ***. Uno scandalo e basta che l'hanno pubblicata con così tanta facilità. Non torno sull'argomento, ho già avuto modo di dire a suo tempo. Per fortuna non sono il solo a pensarla così, diciamo pure che la maggior parte la pensa come me: specifico ciò onde evitare che qualcuno mi attribuisca "un paio di titoli a caso e giù di ascia".

Cordialmente

da Giuseppe Iannozzi il 04.05.08 08:30

*** Scusa Mario *** e non quel refuso di battitura sulla tastiera. Chiedo venia in ogni caso.

Cordialmente

da Giuseppe Iannozzi il 04.05.08 08:31

Suca non era male, mi ha fatto per un momento tornare alle medie, dove l'intercalare di questao tipo non era ancora appannaggio dei lit blog o dei talk show ;>
Nessun problema, non c'era neppure da chiedere scusa, per il resto, come sai, so come la pensi su quell'autrice, ma non era di lei che stiamo parlando e il tuo richiamo ad una democrazia diretta nella valutazione di un'opera mi schiaccia come una qualunque piattola arcobaleno.
Quello che intendevo è che oggi costruzione e decostruzione di un testo non sono che due sfaccettature di una realtà, e che per quanto mi riguarda servono solo se amplificano la forza del racconto o se la avvicinano all'esperienza della lettura, di più saprò quando l'avrò letto.

Quanto alla battuta politicamente scorretta non ti ci soffermare troppo, è anche pieno di musicisti bianchi che vorrebbero essere negri e vivere in un ghetto di Detroit sperando che basti a saper suonare con l'anima, volevo solo dire che certi paragoni sono fuori luogo, un'autobiografia vale indipendentemente dal contesto storico in cui si colloca.

da mario pandiani il 04.05.08 23:38

Mario,grazie per il tuo intervento, leggendo il libro troverai conferma nella tua (e mia) opinione.
Ciao
Paolo

da Paolo Cacciolati il 05.05.08 08:31

Ezio! Mi è sfuggito il tuo commento, grazie!
Anche a te rinnovo l'invito rivolto a Lambertibocconi, posta la tua lettura di FK!
Ciao

da Paolo Cacciolati il 05.05.08 08:34

Voglio ringraziare Paolo Cacciolati per la bella e acuta lettura del mio libro e gli intervenuti (compreso Iannozzi nella categoria "folk editoriale") :-)

Franz

da franz krauspenhaar il 05.05.08 11:33

Bella la definizione "folk culturale". :-D
Però vedi, a parte gli stralci quivi letti grazie alla generosità certosina di Paolo Cacciolati che li ha riportati in detta recensione, non posso 'folkeggiare' di più, in quanto solo gli stralci mi sono venuti in aita. ;-)

Folk hugs, my pals

da Giuseppe Iannozzi il 05.05.08 17:46

Bravo Paolo. Una cosa che ho scritto anche sotto la recensione di Ezio: l'ho iniziato, vorrei parlarne, ma io in confronto a voi leprotti sono un lettore-lumaca.

da mauro baldrati il 06.05.08 13:56

Sì, Paolo, come forse avrai visto, ho preferito fare come gli investitori: diversificare, e ho lasciato la mia recensione ne La poesia e lo spirito (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/05/06/era-mio-padre-di-franz-karaspenhaar/)

Ciao
Ezio

da ezio il 06.05.08 17:14

@ Mauro
Grazie, ma le lumache durano di più dei leprotti, c'è sempre qualcuno appostato dietro un cespuglio pronto a impallinarli...;-))))

@ Ezio
Grande, speriamo che non ci accusino di essere monopolisti, poi ci mandano il Fabry sul satellite...
Ciao

da Paolo Cacciolati il 06.05.08 18:06




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