Quella notte a Dolcedo o la povertà di terra
[Leggi la lettura di Bartolomeo Di Monaco su Quella notte a Dolcedo]
di Demetrio Paolin
Marino Magliani con Quella notte a Dolcedo (Longanesi) fa una doppia operazione di scrittura. Si libera del fantasma di Biamonti e trova il cuore della sua poetica che è raccontare la terra e la povertà della terra. Magliani con il suo nuovo romanzo trova la giusta misura e si libera di alcuni difetti, minimi, che erano presenti in Quattro giorni per non morire e ne Il collezionista del tempo.
Il fantasma di Biamonti per il Magliani scrittore è stato inizialmente una benedizione, perché ha imposto l’attenzione su questo scrittore, ne ha fatto comprendere le potenzialità, ma con il passare delle pubblicazioni rischiava di divenire un luogo comune, che avrebbe nuociuto allo scrittore ligure, oramai trapiantato in Olanda. Scattava, insomma, un click automatico: siccome si parla di Liguria, siccome a scrivere è Magliani, ecco che è normale dire che la scrittura di Magliani stia sempre sotto il magistero di Biamonti.
Mentre credo che una lettura attenta del libro dimostri esattamente il contrario.
Non è questo il luogo per una dotta e minuziosa analisi, che sarebbe del filologo e non mia, sugli esiti diversi della scrittura di Magliani rispetto al suo maestro; ma sicuramente in Quella notte a Dolcedo l’autore si distanzia da Biamonti proprio per lo sguardo sulla Liguria, centrale nell’opera di questi due scrittori.
Magliani ci parla di una povertà di terra.
E’ il tema segreto delle pagine del libro: la Liguria perde la sua luminosità, la sua aspra bellezza e diventa un luogo di traffici e di turismo, di tedeschi arricchiti che arrivano e spogliano la terra, la camuffano e tramutano in altro da sé. Hans, il protagonista, infatti è sempre intento e descritto in opere di edilizia e in lavori di campagna: tirar su muretti, ristrutturare rustici, rimettere in ordine le terrazze coltivabili, dissodare terreni.
Hans continuò a dar colpi e a sradicare germogli di bambù. Per un po’ il male al gomito fu sopportabile, era poco più di un fastidio, poi le fitte aumentarono e non sapeva quando aveva resistito, ma lo tenne per sé. La terra era dura e scagliosa, conteneva secoli di detriti, cocci di scodelle e vetri, ferrame, plastiche. Le diramazioni della canne di bambù si sollevavano facilmente, il ceppo invece era molto duro da svellere, grosso quanto un cavolo, sembrava saldato al centro della terra.
L’esperienza della povertà di terra di Hans, però, non si conclude nel suo fare. Quasi parallela corre la storia del piccolo appezzamento di terra in Germania che poco per volta viene ingoiato da Berlino. Hans, quindi, è schiacciato da due diverse tensioni, da un lato la sua terra, che poco per volta sparisce e dall’altro quella di Liguria ostile, nascosta rabbiosa che lo smemora e lo porta a dimenticarsi la motivazione reale per cui era venuto ovvero fare luce su un episodio della seconda guerra mondiale, che Hans ha vissuto in prima persona.
Un mistero la cui soluzione, che non sveliamo, non vuole essere altro che un tentativo di dare storia a questa terra, che sembra destinata ad essere divorata e a scomparire come i Mammut che sono diventati l’unica ragione di sopravvivenza turistica della zona.
Una povertà diversa è quella che esperisce l’altra protagonista del libro, che ritorna nel suo paese natale dopo aver molto peregrinato e viaggiato. Anche lei in maniera diversa da Hans prova su di sé la totale povertà della sua terra. Ha perduto affetti, non è più accettata dalla famiglia, si muove per le strade che l’hanno vista bambina come una straniera, come una esule (in questo credo s’adombri il sentimento di Magliani stesso nel ritornare periodicamente alla sua terra).
Questo sradicamento (si pensi alla metafora delle radici dei bambù precedentemente citata) porta questi due apolidi a incontrarsi, in un luogo non luogo, che è appunto una vecchia grotta tra i rovi e i sentieri scoscesi di questi luoghi.
A tale incontro segue la rivelazione del fatto di sangue, che è il filo rosso della storia e che unisce Hans e la ragazza. Nel momento in cui Hans dice: “Sono stati tutti”, giustifica il destino suo e della ragazza ad essere senza una patria, senza un luogo dove poter appoggiare la propria schiena a riposarsi. E’ anche una riflessione tragica sugli eventi della seconda guerra mondiale.
Non è un caso che libro si chiuda descrivendo delle macerie, con un immagine per nulla consolatoria, dove la bella terra della Liguria è descritta dopo la devastazione di un incendio, dove a rimanere sono solo i rifiuti, che sembrano, come la vergogna kafkiana, sopravvivere ad ogni essere umano
Nel 2006, di fronte a Sorba, nella zona incolta intorno al pozzo, confinante con Locus Bormani, è scoppiato un incendio che solo i Canadair sono riusciti a spegnereDopo decenni di sepoltura nei rovi e nella vitalba, il mattino dopo l’incendio, su un terreno fumante, tra ceppi di ulivo che liberavano ancora lingue di fuoco – nere come sono le cose dopo la lenta devastazione del fuoco – sono riapparse la pietraia e la struttura del pozzo, la lapide di ardesia e le decine di lattine e di bottiglie di birra che i visitatori degli scavi del Locus Bormani, durante tutto il tempo di questa storia, hanno lanciato nei rovi.
Pubblicato da Demetrio Paolin il 16.04.08 12:28