10.03.08

Intervista a Mattia Signorini

di Federico Miozzi
signorini.jpg Il tuo modo di scrivere, a distanza di anni, ha mantenuto una certa semplicità. Quali modelli di scrittura ti hanno influenzato nella scelta di questo stile?

Quando scrivo cerco di essere il più semplice possibile. Mi piace la bella pagina, che suona bene, credo nelle idee che traspaiono attraverso il racconto della storia. Quando ho scritto Lontano da ogni cosa ero avevo sempre vicino a me Sulla strada di Kerouac e Tokio Blues, Norvegian Wood di Murakami. La loro capacità di scrivere linearmente e di deviare all’ultimo momento con colpi di scena o impennate stilistiche mi affascinava molto.

Il tuo romanzo racconta la lotta esistenziale di una generazione narcotizzata, lontana da ogni cosa. Trapela però una voglia di riscatto che condiziona il tono della narrazione, a tratti feroce ed emozionale. Sei d’accordo?

Giusto, narcotizzata. Ma in mezzo al mucchio c’è sempre chi non lo è. E quelle persone, per tirarsene fuori, spesso devono fare grandi lotte, soprattutto con se stessi.

Ho sentito più di una persona paragonarti ad Andrea De Carlo. Se questo paragone mi era sembrato poco calzante per “Severo American Bar”, devo ammettere che “Lontano da ogni cosa” mi ha fatto pensare a “Di noi tre” nell’organizzazione delle dinamiche triangolari tra i protagonisti. Ti fa piacere questo accostamento?

Leggevo De Carlo diversi anni fa, e alcuni suoi libri mi sono piaciuti molto. Ma credo che il triangolo amoroso sia un tema classico, e viene spontaneo paragonarlo ad altre realtà che lo raccontano. In alcuni giornali hanno paragonato Lontano da ogni cosa anche a Jules e Jim di Roché, un giornalista a Le regole dell’attrazione di Ellis. Qualcuno a The Dreamers e recentemente uno dei produttori cinematografici che stimo maggiormente era convinto che mi fossi chiaramente ispirato a C’eravamo tanto amati (che ho visto solo qualche settimana fa). Mentre lo scrivevo, invece, ero talmente ossessionato da quella storia che non pensavo né a libri né a film.

Iniziando a leggere il tuo romanzo mi sono stupito dell’incredibile somiglianza tra il tuo personaggio di Alberto ed un altro Alberto, il protagonista del romanzo “Essere pronto” di Lorenzo Pavolini, edito da Pequod (tuo precedente editore). Entrambi giovani pittori con l’interesse per gli alberi. Qualcuno ti ha mai segnalato questa coincidenza? Lo hai letto?

Non l’ho letto e nessuno me l’aveva ancora segnalato. Sono incantato dagli alberi fin da quando ero piccolo. Ci parlavo, mi chiedevo perché non rispondevano.

Nei tuoi due romanzi è centrale il tema del viaggio. Se però in “Severo American Bar” l’Irlanda era una terra magica, qui la Grecia è il regno delle ipocrisie, il luogo dove l’intenzione (dello scrittore) viene contaminata e sporcata. Sei d’accordo?

In Lontano da ogni cosa la Grecia vacanziera, che personalmente adoro, è simbolo di altro. Di tutte quelle cose belle che sempre di più, attorno a noi, vengono prese, semplificate, trasformate e targettizzate a uso e consumo della massa.

Una cosa che accomuna la nuova “guardia” di scrittori (penso a te, Fontana, Cognetti, Piccinni, eccetera) è uno sguardo disincantato sulla realtà. Il tuo romanzo, però, sembra proporci l’arte come uno strumento di rinascita, l’unico a disposizione in epoca di precariato per sprovincializzarsi. E’ stato così per te?

Più che l’arte, la curiosità. Trovo mortificante incontrare persone che inseguono uno, due interessi, o nemmeno quelli. La curiosità verso quello che è distante da noi è l’unico modo che abbiamo di salvarci.

Cosa ti piace del tuo libro e cosa non ti piace? Sul tuo sito spieghi che questo libro è nato da una tua urgenza dopo un lungo periodo di pausa. Cosa ti è successo?

Lontano da ogni cosa è il primo lavoro di cui sono soddisfatto, anche a distanza di tempo. È stato il contenitore che mi ha permesso di esprimere idee sull’arte, sul cinema e sui rapporti tra le persone, che avevo in testa da tempo e che dentro di me non avevo ancora definito del tutto. È nato dall’urgenza di raccontare un mondo che sentivo fuggire via troppo velocemente. La storia mi è entrata dentro durante uno di quei periodi pieni di fango, in cui non sapevo che strada scegliere, e in che direzione andare.

Cosa c’è di autobiografico nel tuo romanzo?

L’urgenza di raccontare la storia dei tre protagonisti. E la sincerità con cui ho cercato di farlo.

I protagonisti dei tuoi romanzi sono persone molto “solitarie”. Anche tu sei così?

Alterno giorni di estrema socialità ad altri in cui sento distante anche il vento. Esco di casa solo nei primi.

Una curiosità: i tuoi personaggi vengono sempre chiamati con nome e cognome. Spesso hai ritenuto necessario ribadire il cognome. Perché?

Forse per il senso di malinconica distanza che generano quando vengono letti.

Quali critiche ti hanno più ferito e quali complimenti ti hanno fatto più piacere riguardo a “Lontano da ogni cosa”?

I giornali che ne hanno parlato l’hanno fatto in positivo. E le persone che ti incontrano difficilmente vengono a dirti in faccia che non gli è piaciuto un tuo lavoro, piuttosto stanno in silenzio. Invece sono rimasto stupito da chi mi scrive, tantissime persone con le storie più diverse. Con alcune di loro ci siamo anche incontrati. Questa è una delle opportunità più luminose che mi ha dato scrivere questo romanzo.

Ti va di raccontarmi cosa si prova quando si vede il proprio romanzo sugli scaffali di una libreria?

Mi sembra di guardare i libri di un altro. In libreria inizia il percorso dei lettori e finisce quello dello scrittore.

Hai vinto una cena con uno scrittore (anche morto), chi scegli e perché?

Non saprei. In genere gli artisti sono molto più interessanti attraverso le loro opere che di persona.

Hai qualche libro da consigliarci?

Narrativa: La strada di McCarthy. Poesia: i Canti Orfici di Campana e tutto Prevert. Saggistica: Arte di ascoltare e mondi possibili di Marianella Sclavi.

E da sconsigliarci?

Dimentico i libri che non mi sono piaciuti.

Cosa pensi di Harry Potter (uscito sempre per Salani)? Lo hai letto?

Credo sia un’opera delicata e meravigliosa. C’è dentro più di un mondo e, soprattutto negli ultimi due libri, un grande insegnamento sull’accettazione dell’altro.

Hai in cantiere qualche nuova pubblicazione?

In queste ultime settimane sono stato impegnato con la sceneggiatura del film tratto da Lontano da ogni cosa, a cui ho collaborato scrivendo parte dei dialoghi. Ora che sono più libero sto raccogliendo le idee per il nuovo romanzo. Che non parlerà più di giovani, e non racconta di questo tempo.

Sei felice?

È un’utopia che si raggiunge ogni tanto, e per tempi molto brevi.

[Il sito di Mattia Signorini] [Altre interviste in Bottega]

Pubblicato da Federico il 10.03.08 17:45

COMMENTI

Vorrei ricordare che mi sono occupato su vibrisse e qui sulla Bottega di due opere di Mattia Signorini, una mia vecchia e amabile conoscenza di icl.

Severo American bar qui:
http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/09/mattia_signorin.html

Lontano da ogni cosa qui:
http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/2008/01/mattia_signorin.html#more

da Bartolomeo Di Monaco il 10.03.08 21:15

Federico, leggo sempre avidamente le tue interviste: sono belle, interessanti, hanno un ritmo serrato, incuriosiscono, e l'autrice/autore ne esce al meglio. Complimenti a te, in primis, e a Mattia Signorini.
BRAO!;-) bacioni:*

da Gaja il 11.03.08 14:18

Chido i commenti a quest articolo perché è preso d'assalto dallo spam.

da giuliomozzi il 23.03.08 08:17