Ho voglia di Fringberger
L'immagine di questo cavalcavia mi ha riscaldato il cuore. Persino i "cavalcavia-writers", dunque, stanno rivolgendo la loro attenzione alla riscoperta di questo mito letterario del nostro tempo. E anch'io, lo ammetto, ho voglia di Fringberger. Ho voglia della sua competenza, al cospetto delle chiacchiere da salotto approssimative e becere che ormai insozzano le televisioni, tanto per fare un esempio.
Ho voglia di Fringberger e della sua essenzialità, del suo modo diretto di soffermarsi sui nodi fondamentali, sulle questioni improrogabili della nostra esistenza. A questo proposito vi devo raccontare un fatto.
Ma procediamo con ordine.
Mi trovo in una clinica universitaria di Roma - che ho frequentato per partecipare ad un corso di aggiornamento - e in una pausa mi si avvicina un anziano professore - mi ha pregato di non fare il suo nome -, mi chiede di conferire con me.
Mi conduce in una saletta a fianco di un'aula accademica. Si guarda intorno un po' nervoso ed imbarazzato, poi si schiarisce la voce. Va diritto al nocciolo della questione:
"Ho letto che state riabilitando la figura del grande Alex."
"Fringberger?" azzardo, temendo per un attimo di trovarmi al cospetto di un estimatore di Del Piero.
"Proprio lui. Ho avuto la fortuna e l'onore di conoscerlo personalmente." I suoi occhi si illuminano.
"Sono sbalordito, professore."
"A suo tempo rimasi letteralmente folgorato da cotanta grandezza...sì, ma il tempo stringe. Non posso spiegarle tutto...la mia ora si avvicina..."
"Professore, non dica così."
"Non cerchi di indorarmi la pillola, non ce n'è bisogno. Ormai sono vecchio, in fondo è anche rassicurante, ma dicevo... non abbiamo molto tempo. Anche se misconosciuto dai più, Fringberger è un nome noto tra i grandi accademici, e - come lei ed altri suoi valenti colleghi di quel...quel sito internet hanno avuto modo di scoprire - non solo in campo odontoiatrico. Un grande eclettico, un Leonardo dei nostri tempi. Che perdita, che fine orrenda." Il volto dell'anziano professore si rabbuia." Ma - vengo al punto - volevo raccontarle questo: mentre il Sommo si trovava qui a Roma per alcune ricerche sugli storni che popolano gli alberi del laghetto dell'EUR, sulla capacità masticatoria di tali specie, sul linguaggio - che riuscì a decifrare - e sul loro comportamento, si degnò di raggiungere proprio queste aule - si parlava dell'uso corretto e della comparazione dei vari tipi di vibratori per amalgama in odontoiatria conservativa - ed acconsentì di fare una lectio magistralis per pochi eletti. Glielo chiedemmo con insistenza, gli lasciammo anche un modesto compenso, un segno di riconoscenza, che lui avrebbe donato in beneficenza al museo ornitologico di Figo, e ci rifugiammo proprio in questa saletta - quindici persone in tutto - per ascoltarlo in gran segreto. A quel tempo non voleva pubblicità, credeva fermamente nel fatto che un giorno la sua grandezza sarebbe stata riconosciuta attraverso i suoi libri. Lui desiderava solo questo. Cosa che - ahimè - non avvenne, almeno fino ad ora. Quasi, ricordo, lo supplicammo: "Dottore, ci parli di ciò che vuole, qualsiasi cosa andrà bene". Il suo sguardo vagò per qualche minuto da un lato all'altro della saletta, infine la sua figura - non saprei dire esattamente in che modo, ma fu una sensazione diffusa tra tutti i presenti - si ammantò di un particolare carisma: si piazzò dietro questa cattedra e cominciò a parlare. Il contenuto di quel discorso" il professore si guarda in giro sospettoso e poi mi fissa " è in questo nastro, solo una parte. Teniamo l'originale in un caveau, ogni tanto ci riuniamo - siamo rimasti otto di quei quindici, sono passati quasi trent'anni - e ascoltiamo. Ore di pura bellezza. Io possiedo solo una piccola parte, così come gli altri quattordici - o i loro eredi - e credo che, anche se alcuni dei miei colleghi non sono d'accordo, sia giusto diffondere il pensiero di Alex Fringberger. Stiamo ancora discutendo se sia opportuno trasformare il verbo del grande artista in parola scritta, se - insomma - se ne debba fare un libro.
Se dovessimo decidere in tal senso, mi farò vivo. O qualcun altro, in mia vece. Tenga. Sono sicuro che ne farà buon uso."
Mi mette la cassetta nelle mani, poi me le stringe. Il tempo, pietoso, si ferma. Si intuisce, è chiaro per entrambi, che non ci vedremo mai più.
"Non la deluderò, professore."
"Il mio tempo è finito."
Il professore si volta, esce dalla stanza con le spalle un po' ricurve, il passo incerto, ma mi appare un poco più sollevato rispetto al momento in cui siamo entrati nella stanza. Forse è solo una mia speranza.
Il breve frammento che possiede il professore sta nel mezzo, né all'inizio né alla fine della relazione di Fringberger, di cui ho potuto apprezzare, oltre ad una voce particolarmente musicale, anche la grande padronanza della lingua italiana, senza inflessioni né accenti particolari. Dovessi dare un nome a questa lezione, la chiamerei "Discorso sui discorsi". Rileggendo questo brano, non posso far altro che confermare quel desiderio che sta scritto lì, su quel cavalcavia sospeso fra la terra e il cielo: "Ho voglia di Fringberger."
"...mentre invece ci sono tanti oratori - ma anche uomini comuni, nella vita di tutti i giorni - che infiorettano i loro discorsi con frasi del tipo:
" Lei mi insegna che..." (io sto solo ascoltando, non sto insegnando niente a nessuno),
"...in tutta sincerità, ti dico che..." (dunque fino ad ora mi hai snocciolato una serie di menzogne?),
"...francamente parlando..." (e prima non eri franco, allora?),
...a dirtela tutta..." (non ti sto costringendo io a dirmela tutta; se non ti va, dimmela in parte o non dirmela),
"...ti dico la verità..."(perché mai non dovresti dirmela?).
Sono esempi banali, cari amici, che possiamo osservare nella lingua italiana, ma è un'esperienza universale. Quando si parla, si attinge inconsapevolmente da una retorica matura, mi verrebbe da dire. Matura al punto tale che se non ci affrettiamo a sfrondare, pulire, raccogliere, la troveremo marcia nel giro di breve tempo. Dovremmo, con decisione, abbandonare l'era della persuasione per traghettare verso l'era del dialogo. Parlare per far comprendere, senza prevaricare, il proprio punto di vista, e per capire se l'altrui opinione può far cambiare fruttuosamente la nostra. Non dobbiamo convincere nessuno. La forza dell'esperienza del dialogo non sta tanto nel mondo delle Idee, ma nella relazione. Ciò che un paziente si ricorda di una terapia psicanalitica, non è tanto la strategia di comportamento che il terapeuta cerca di far maturare nella testa del paziente stesso, quanto la relazione. Sta già nella relazione tra due persone il processo di guarigione. Nella relazione c'è l'esperienza dell'altro.
Quelle figure retoriche cui vi ho accennato prima non stanno in una vera relazione. Sono fumo negli occhi. Perchè perseguire la mistificazione? C'è un appagamento, è vero, immediato, ma etereo, che lascia chi parla e chi ascolta esattamente al punto di prima.
Alle soglie del 1980, possiamo azzardare un bilancio del decennio appena trascorso: un decennio zeppo di interrogativi, di crisi, di cambiamenti di tutto il mondo occidentale. Dobbiamo sfruttare a fondo quest'occasione per innescare un circolo virtuoso, proprio a partire dal linguaggio e dalla relazione. Sono processi lenti, faticosi, e anche dolorosi. Ma si può sperare che in alcuni decenni si possano generare vere relazioni, che non si debba più assistere - altro esempio - a logori teatrini chiamati campagne elettorali. La mistificazione del linguaggio è sovrana, in tali occasioni. Dovrà essere sempre cosi? I cartelloni della campagna elettorale che tappezzano in questi giorni la vostra bella città grondano di slogan del tipo :"Il partito del cambiamento", "Un voto per cambiare l'Italia", "Meno tasse più lavoro", e così via. La sensazione è che questi messaggi siano, da tutti, accolti con rassegnazione, con la consapevolezza di uno scarto drammatico tra ciò che si scrive e quello che si desidera effettivamente fare. Sarà sempre così? E' sempre stato così?
Occorre un ritorno al confronto, alla relazione, alla piazza intesa come agorà. La politica della polis era un felice confronto, una discussione aperta, un confronto in continuo divenire.
Ce la possiamo fare. A partire dal linguaggio.
E a proposito del linguaggio nel mondo animale, gli storni possono insegnarci una cosa importantissima: dovete sapere che..."
Il brano in mio possesso termina qui.
Ho voglia di Fringberger.
(Toni La Malfa)
Pubblicato da Toni il 03.03.08 10:44
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