05.03.08

Hitler, di Giuseppe Genna

di Demetrio Paolin

[Leggi nella Bottega, di questo stesso libro, la lettura di Paolo Cacciolati]

hitlercovermedia.jpgIl romanzo di Giuseppe Genna (Hitler, Mondadori) si presenta di per sé come un monstrum per il tema e il soggetto (la vita, la morte del dittatore tedesco), per i tempi di gestazione (10 anni), ma è anche un unicum, in quanto nessun altro scrittore ha tentato di narrare la vita di Hitler.

L’alto e il basso. La scrittura del male

Nel paragrafo iniziale stavo scrivendo invece di “narrare” il termine “romanzare”. In questo caso, però, avrei fatto un torto all’autore e avrei detto una falsità. Esiste, infatti, (e mi pare strano che non sia uscito nelle recensioni almeno quelle che io ho letto fino ad ora) un altro libro che verte sulla vita e la morte di Hitler. E’ un romanzo di Schmitt edito alcuni anni fa dalla E/O che si intitola La parte dell’altro.
In questo libro l’autore francese immagina una sorta di doppio binario, giocando sul “se”. Se Hitler fosse stato accettato all’accademia? Come si sarebbe modificata la storia?
C’è nella scelta, strettamente romanzesca, della storia fatta con il “se” qualcosa di consolatorio: poteva andare diversamente – dice l’autore –, il male non è qualcosa di assoluto e totale, alle volte basta un battito di farfalla a Pechino per risparmiare una morte a New York.
E’ una idea consolatoria quindi, che Genna nel suo Hitler non percorre.
Per Genna, è questo un dato prodromico, Hitler è la non persona, ed è così ab initio, da sempre e per sempre. Per l’autore il dittatore tedesco trascende la sua stessa storia, ne è partecipe e colpevole, ma è oltre. Solo seguendo questo ragionamento, d’altronde, si potrebbero spiegare l’incipit e l’explicit del romanzo, che non avvengono nella storia, nel dato tempo della vita di Hitler, ma in due eternità meta temporali.
Due capitoli avulsi dalla narrazione che per Genna è uno svolgimento orizzontale dei fatti. Una serie di metope, lo dice l’autore stesso, da tempio dove Hitler più che raccontato è scolpito, in cui la lingua dell’autore non ci dà ragione di un movimento, ma cerca proprio di fermare, di bloccare, un gesto, un atteggiamento e una parola della non persona.
Il libro ha quindi questo andamento orizzontale, non si guarda mai al cielo e al dabbasso, se non appunto nel capitolo proemiale del romanzo e in quello conclusivo. In questo caso Genna cambia posizione di racconto, modifica l’obiettivo di narrazione: non più un susseguirsi orizzontale di eventi, ma uno slancio, una improvvisa verticalità, verso l’alto e verso il basso.


Un terrore lo coglie, a cui non resiste, gli viene da urlare, non può.
Essi sono d’oro.
Sono alti trentatre volte lui.
[…]
La crepa è sotto ai suoi piedi, immensamente si spalanca, lui crolla nel vuoto del crepaccio, è buia, Fenrir si attacca a lui con i denti, inizia a masticarlo, la voragine è buia e senza fine […].

E’ questa verticalità che dà ragione del male che è, del male che è in quanto non essere. Mi pare che soltanto in un altro caso, lo sguardo di Genna s’alzi in verticale. E’ nel momento in cui descrive il terribile bombardamento di Dresda, che viene definito una vittoria postuma di Hitler, ovvero il trionfo di ciò che non è. Il disumano, il non umano, non risparmia neppure i vincitori


La crepa propagata dallo zero umano che combatte si è aperta in sir Wiston Churchill.
Il principio di simmetria del male.
Il gelo.
La constatazione del disastro perpetrato.
L’inutilità della strage condotta con lucida insenzienza.
Grava la vittoria postuma di Hitler su tutto ciò.
Siamo, tutti, insetti, in un blocco d’ambra.

Questo, credo, chiarisca come narrare la vicenda non-umana di Aldof Hitler sia in realtà un modo per dire il male, per rompere la nefandezza (il suo non poter essere detto) del male. Solo in questo modo si comprende l’altra stortura rispetto alla narrazione delle vicende del dittatore tedesco che sono le pagine intitolate Apocalisse con figure.
Il testo in questione è un apax nel libro di Genna, perché nella realtà l’autore decide di non entrare nei campi di concentramento, ci gira intorno, li guarda da lontano, ma non ci porta dentro. Genna delega questo a parole altrui, mettendo in scena una vera e propria istallazione, dove chi ha subito e vissuto l’orrore parla. In questo senso Genna sposa le parole di Levi, i cui scritti in Hitler agiscono spesso in sotto traccia (si pensi all’inizio del libro) quando sostiene che solo i morti potrebbero portare testimonianza di quello che è stato il lager.

Lo stile marmoreo buono per le lapidi

Che lingua usa Genna nel romanzo? Leggendo Hitler mi sono venuti in mente due tipi di eventi linguistici: le parole scritte sui cippi funerari e i discorsi commemorativi di qualche guerra, battaglia o eroe.
Qualcuno potrebbe pensare che questa definizione indichi, da parte mia, un fastidio, un giudizio negativo sulla prosa con cui è scritto il libro. Invece è l’esatto opposto, io credo che all’interno di un libro così la scelta di quel tipo di retorica sia necessaria.
La retorica diviene un medium per rendere comprensibile qualcosa che altrimenti sarebbe esorbitante rispetto alle nostre capacità. In uno brano del suo La scrittura o la vita, Semprún riporta un dialogo che avviene tra alcuni detenuti, i quali si pongono il problema se quello che è vissuto nel campo di concentramento può essere detto, se in altre parole l'esperienza del Male Radicale che loro stanno soffrendo e che altri come loro soffrono potrà essere comunicata.
Il problema sostiene Semprún non è la dicibilità o l’indicibilità del fatto (tutto può essere detto, esiste una parola per tutto), quanto la reale comprensibilità di quello che verrà raccontato nei libri sullo sterminio.
L’autore spagnolo parla di comprensione e non di intelligibilità, facendo riferimento ad un area semantica legata alla compassione. Bisogna che i lettori sentano, abbiano una esperienza sensibile di ciò che stanno leggendo. A conferma della tesi di Semprún si prendano le parole di Primo Levi che, nello scritto introduttivo alla riduzione teatrale di Se questo è un uomo, sostiene di voler infliggere agli spettatori ciò che lui e i suoi compagni hanno provato e vissuto.
Genna con Hitler si trova nella medesima situazione. Non tanto dire, quando rendere comprensibile l’esperienza di Hitler; ed è proprio in questo che si gioca la valenza artistica e letteraria del romanzo, che in questo caso non è scrittura di fatti più o meno verisimili, ma semplice ri-proposizione di episodi conosciuti e frusti.
Genna in Hitler non inventa nulla, ne modifica nulla, ripete quello che già illustri storiografi prima di lui hanno scritto e portato alla luce. E’, quindi, logico che tutto diventi una questione di lingua, di scelta della lingua letteraria con cui dire. Mi sembra importante sottolineare come, soprattutto per un tema e un periodo delicato come quello legato al secondo conflitto mondiale, alla ricerca storiografica debba unirsi anche la letteratura. Faccio mia una convinzione che Anna Bravo e Daniele Jallà hanno espresso, nel 1994, quando veniva dato alle stampe Una misura onesta, una sorta di bibliografia generale in cui venivano censiti tutti i libri e testimonianze pubblicati in Italia sui campi di concentramento. E’ necessario che alla storiografia s’accompagni sempre di più nello studio di questi testi la critica e la ricerca letteraria.
S’apre quindi l’idea di una letteratura che abbia a che fare strettamente con il vero e con il bello.
La scelta di Genna quindi non può essere semplicemente estetica, ma deve anche avere un preciso valore etico. Quest’ultima opzione chiarisce la struttura retorica da monumento e da memento.
Le anafore, l’asindeto reiterato, le frasi brevi, l’aggettivazione magniloquente e i periodi ellittici ricordano molto la struttura delle epigrafi nei monumenti, destinati proprio a tenere aperta la memoria a ricordare un evento, a scolpirselo in testa. Lo stesso autore, nell’officina preparatoria del suo romanzo, parla di metope di un tempio, quindi è lui stesso a guidarci nel paragone.
Anche la lingua che usa esce dallo stretto orto della letteratura italiana contemporanea, sempre più piegata o a alla ricerca di un tono medio e colloquiale o a una esasperata gercalità. In Hitler troviamo termini difficili, desuete costruzioni sintattiche, che fanno proprio pensare ad un italiano marmoreo buono per le lapidi e per i discorsi commemorativi.
Questa, guarda caso, è la medesima definizione che Mengaldo dà della lingua di Levi – una ulteriore traccia per sostenere come il magistero dello scrittore torinese sia stato fondamentale in Hitler. Lo stile lapidario e marmoreo definisce una scrittura che non potendo chiedere un perché, in quanto “non esiste perché”, decide di portare memoria e traccia di ciò che accade, decide d’essere lingua che si può mandare a memoria, che può essere ricordata e quindi ripetuta ad altri, perché nessuno dimentichi che questo è stato.

L’autore, il lettore e la materia

In Hitler, l’autore Giuseppe Genna entra spesso in scena, soprattutto rivolgendosi ai lettori e in alcuni casi rivolgendosi all’oggetto della sua materia, Adolf Hitler.
L’invocazione o l’appello ai lettori è appunto un vecchia struttura dei poemi, immancabile nei poemi medioevali, via via più ironica (penso a quelle di Ariosto o a quelle presenti nei poemi eroicomici), ma che con il passare dei secoli viene a mancare.
Uno degli studi più interessanti su questa materia è di Auerbach. Nei suoi Studi su Dante si mette in evidenza come l’appello ai lettori nella Commedia spesso era usato per sottolineare una differenza tra ciò che Dante andava vivendo e quello che loro, i lettori, potevano comprendere.
Si demarca in questo modo una differenza l’autore e il suo pubblico, che è netta anche in Hitler. Genna non vuole ammiccare al lettore quando lo chiama in causa, né vuole usare un sorta di “seconda persona” (non penso tanto al “tu” di Tondelli ma a quello di Brizzi) per la quale fabula de te narratur, ma vuole significare esattamente l’opposto.
Tu, lettore - sostiene Genna-, non puoi essere con me in questo viaggio, il patto narrativo che io faccio con te è che tu non puoi essere qui dove sono io. Questo fa deflagrare i protocolli narrativi ormai consolidati del romanzo, che invece si è mosso sempre nella costante ricerca della prossimità tra l’autore e il suo lettore.
Ciò che ho detto non sembri un controsenso rispetto all’esigenza di comprensibilità che sostenevamo prima. Dante, ad esempio, segna tra sé e gli altri una distanza, ma il suo fine è quello di rendere una minima visione del paradiso.
E’ la materia del romanzo, che costringe a prendere le distanze. E’ necessaria per poter dire, è proprio in quello spazio che la scrittura diviene possibile.
Hitler esige una scelta etica consapevole. Bisogna andare fino in fondo a quello che si è intrapreso. C’è solo un momento in cui l’autore cerca di rivoltarsi, ovvero quando chiede a Hitler di spararsi e di uccidersi : un momento d’oblio molto simile a quello di Dante che smemora Beatrice (Par. X, 58-60), quando intravede la grandezza di Dio.
In quel momento l’autore ci è prossimo, ma è un istante. Subito ritorna la lotta con l’infausta materia e il tentativo di chiuderla dentro al libro.

*

[Tutti i libri in bottega]

Pubblicato da Demetrio Paolin il 05.03.08 16:32

COMMENTI

Felice la scelta di riportare il passo su Dresda e in particolare:
"Siamo, tutti, insetti, in un blocco d’ambra."
Mi ricorda anche un'interessante discussione di qualche tepo fa su NI, a proposito dell'accostamento dello scrittore all'insetto nell'ambra. Forse Demetrio la ricorda.
P.

da Paolo Cacciolati il 05.03.08 18:32

Per fortuna Levi non ha mai sposato le parole di Genna.
E' abbastanza.

"La parte dell’altro" di Eric-Emmanuel Schmitt è un CAPOLAVORO, e gli altri critici che non l'hanno tirato in ballo, evidentemente, gli è sembrato assurdo paragonare, o anche solo tentare di paragonare, con o senza "SE", Schmitt con Genna.

Forse esiste ancora un minimo pudore per qualcuno.

da Giuseppe Iannozzi il 05.03.08 22:34

Se esistesse un minimo di pudore, non ci sarebbero post sgrammaticati scritti da chi sul proprio sito dichiara di non aver letto e non voler leggere il libro in questione.

da Learco Sovrani il 06.03.08 09:24

@ giuseppe.

lascio per un attimo da parte il discorso sul libro di Genna; e lo sposto su una questione più generale.
Che tipo di critica vogliamo fare?
Che tipo di letture vogliamo mettere in campo, con quali strumenti, con quali conoscenze e consapevolezze?

Mi pare sinceramente, se guardo tutta la mia attività di lettore qui in bottega, ma anche nei libri, che io sono mai stato un re-censore, ma un critico.

a me non interessa, sinceramente, dire se un libro è un capolavoro o meno; questo volentieri lo lascio fare a te a d'orrico, a chi vuole.
Io provo ad impostare dei percorsi di critica letteraria, ci provo, non sempre ci riesco, ma ci provo. Credo che sia un atteggiamento migliore, arricchente ecco.

Ad esempio se io faccio un minimo di analisi delle fonti: evidenzio dove Genna, ma potrebbe essere l'autore X, ha preso spunto da Levi o da qualsiasi altro autore, non PARAGONO Genna o chiunque altro a Levi o a chiunque altro, ma faccio un minino di uso, minimo bada bene, degli strumenti della filologia.

Se parlo di Schmitt è perché mi pare interessante, al di là del giudizio (a me il libro di Schmitt non è piaciuto proprio per questa sua scelta di raccontare un Hitler diverso), notare come ci sono stati due atteggiamenti diversi su un medesimo argomento.

Io non scrivo recensioni, io non devo censire o censurare nessuno. Io non sbandiero capolavori o cagate: io provo a prendere un libro e ad entrarci dentro ed entrandoci a fare dei discorsi che sono sul quel libro e che vanno oltre.

con questo ovviamente tu, giuseppe, sei libero di dissentire da quello che scrivo, sei anche libero di dissentire da quello che io ho scritto senza aver letto il libro.

questa è solo una nota per far capire come io "leggo" , perché mi pare che ci sia una confusione tra recensione e critica.

d.

da demetrio il 06.03.08 09:55

"Gli altri critici che non l'hanno tirato in ballo, evidentemente, gli è sembrato assurdo": si tratta senz'altro di una "sgrammaticatura" (un anacoluto, per la precisione). Ma, ad esempio, Luca Serianni spiega che l'anacoluto, se può essere "improprio nel registro elevato", può essere però "adeguato nel registro informale e nell'uso letterario che ricerchi la mimèsi dell'oralità". E mi pare che i commenti di un blog possano stare nel "registro informale" (e l'imitazione dell'oralità può essere un gioco, o una scelta per ragioni di espressività).
Sempre da Serianni, tre esempi di anacoluti illustri: Ed ecco tre esempi di scrittori in cui la movenza sintattica colloquiale è sfruttata con consapevolezza artistica: "quelli che moiono, bisogna pregare Iddio per loro" (Manzoni, I Promessi Sposi, XXXVI 30); "il primo che va in giro di notte gli faremo la pelle" (Verga, Novelle, I 249); "io, la mia patria or è dove si vive" (Pascoli, Romagna, 51). (La scheda di Serianni sull'anacoluto: http://www.mauriziopistone.it/testi/auctores/serianni.html

Farei notare, piuttosto, che l'affermazione di Iannozzi: "Gli altri critici che non l'hanno tirato in ballo, evidentemente, gli è sembrato assurdo paragonare, o anche solo tentare di paragonare, con o senza 'SE', Schmitt con Genna", è una pura e semplice ipotesi che, prima di poter essere considerata vera, dovrebbe essere confortata da qualche dato empirico. L'avverbio "evidentemente", quindi, va inteso non nel senso che l'affermazione sia "evidentemente vera", ma nel senso che Iannozzi - sulla base delle proprie informazioni e convinzioni - ritiene particolarmente credibile l'ipotesi da lui stesso avanzata.

da giuliomozzi il 06.03.08 19:18

@ LEARCO

Non vedo che risposta potrei mai darle. Non ho tempo da perdere. E nome de plume a parte, vorrei vederla una buona volta su uno dei miei blog a ripetere quel che qui ha detto. Lo farà?

Io ci spero. Posso sperare almeno, vero?


@ DEMETRIO

Non trovo sia invalidante che non abbia letto il libro. L'ho già detto più volte: Genna stesso, per provocazione o cosa, iniziò la storia delle recensioni dalle alette. Se lui puo', posso anch'io.

Quindi, forse, posso criticare il libro non letto da un punto di vista privillegiato: quello delle alette che costituiscono vera e propria introduzione per chi si pone di fronte a un libro, per chi deve decidere se gli puo' interessare o meno.

Ecco, io avrei evitato anche un minimo uso degli strumenti della filologia e non avrei tirato in ballo Eric-Emmanuel Schmitt per dire di Genna. Né avrei mai osato scomodare per nessuna ragione al mondo Primo Levi.

Ho letto quel che c'è on line dell'Hitler di Genna. Mi basta e m'avanza. Con Levi non ha nulla a che vedere, né con Schmitt. E' il mio giudizio, puo' piacere o meno. Morta lì.

Non devo indicare io che tipo di critica si deve fare.
Io mi auguro sempre che sia una critica onesta, per meritocrazia, qui o altrove, in qualunque altrove e per qualsiasi autore, sia esso un aspirante un dilettante un professionista.

Per quanto concerne le letture da mettere in campo: mah, non sono io che devo dire quali sì e quali no.
Io mi auguro però che si dia visibilità per meritocrazia agli autori e non per altro. Del libro di Genna se ne è straparlato, ho letto così tante recensioni che se raccolte mondadori ci potrebbe fare un libro bello grosso. Con quali risultati, non so e sinceramente me ne infischio.

Mi pare che tra le critiche oneste lette solo quella di Binaghi sia onesta sino in fondo. Onesta perché non inutilmente pesante e cattiva, e che mi pare non sia presente nella rassegna stampa dell'autore Genna.


Ciao e buone letture,

g.i.

da Giuseppe Iannozzi il 06.03.08 19:32

@ GIULIO

Esatto. Mi piace farne uso di anacoluti, e non solo. Mettono in evidenza un'idea, un concetto, lo sottolineano.

Esatta anche la seconda parte del commento. Sulla base delle informazioni che ho, che sono le alette, le recensioni lette, gli stralci trovati on line, l'incipit di Hitler.

Ciao,

g.i.

da Giuseppe Iannozzi il 06.03.08 19:41

Ma che gli ha fatto Genna a Iannozzi per scatenare un simile, cieco, ridicolo rancore? Ogni volta che qualcuno nomina Genna anche di striscio, Iannozzi invade lo spazio dei commenti con invettive e giudizi somari. Qualcuno mi fa il riassunto delle puntate precedenti?

da Mattia Argenti il 06.03.08 21:31

Sono solo un po' astigmatico, non cieco. Difetto che però correggo con un paio di normalissimi occhiali.

Non mi ha fatto proprio niente e quindi, spiacente, ma non ti sei proprio perso alcuna precedente puntata.

Ti par così strano che a qualcuno possano non piacere gli ultimi - e bada bene, sottolineo, gli ultimi - lavori di Genna? Ritengo sia un buon thrillerista, ma quando tenta altre strade fallisce miseramente.

Ora, Mattia, con quel bel nome che hai, va' a far la nanna, che è meglio. ;-)

da Giuseppe Iannozzi il 07.03.08 01:45

quasi OT: sulla questione della "comprensibilità" nel racconto del Male Radicale, consiglio la lettura dell'intervista a Claude Lanzmann che apre il libro con i testi del suo film Shoah (Einaudi). vi raccomando entrambi - libro e film -. credo che costringano a un passo molto "diverso" (intendo con ciò superiore) rispetto a quanto si dice rispetto al libro di Genna. però non avendolo letto, sul libro non posso proprio dire.

da paolab. il 07.03.08 09:13

Iannozzi scrive, riferendosi a Genna: "Se lui può, posso anch'io". Genna viene quindi citato come un'autorità. Peraltro, da quel che si legge qui non sembra che Iannozzi apprezzi particolarmente Genna. Iannozzi dunque fa uso del principio di autorità per giustificare il suo comportamento, ma citando un'autorità che non riconosce.
(Come se dicessi: poiché rubano tutti, posso rubare anch'io).

Iannozzi scrive: "Posso criticare il libro non letto da un punto di vista privillegiato: quello delle alette che costituiscono vera e propria introduzione per chi si pone di fronte a un libro, per chi deve decidere se gli puo' interessare o meno". No. In questo modo si può criticare il marketing del libro (e, peraltro, lo si può criticare solo marginalmente: perché un vero lavoro critico dovrebbe pur comportare un confronto tra ciò che le alette dicono e ciò che il libro è, se non altro per controllare se le alette dicono il vero).

Tuttavia, non è privo di senso fare un discorso sulla "confezione" dei libri: è anzi molto interessante. Mi pare però sbagliato confondere il discorso sulla confezione dei libri con il discorso sui testi contenuti nei libri. Confondere deliberatamente, mi pare deleterio.

Tutti noi passiamo in libreria e decidiamo di acquistare o non acquistare dei libri sulla base della confezione, delle alette, di una scorsa all'indice, di qualche frase o pagina lette qua e là. Su questo - sul nostro modo di decidere sull'acquisto di un libro - mi pare che sarebbe interessante ragionare. Tenendo ben distinta questa cosa dal discorso sui testi contenuti nei libri.

da giuliomozzi il 07.03.08 09:42

Iannozzi scrive, poi, a proposito del mio primo commento: "Esatta anche la seconda parte del commento. Sulla base delle informazioni che ho, che sono le alette, le recensioni lette, gli stralci trovati on line, l'incipit di Hitler". Dal che si capisce che Iannozzi non ha capito. Le uniche informazioni che possono suffragare la sua ipotesi sono informazioni circa le ragioni per cui altre persone (non lui) non hanno istituito il paragone. Se leggo una recensione di Tizio, e Tizio non fa il paragone, ho certamente l'informazione "Tizio non fa il paragone", ma non so nulla sul perché non l'abbia fatto. Dovrei quantomeno chiederglielo.

da giuliomozzi il 07.03.08 09:59

@ GIULIO

Esattissimo. “Poiché rubano tutti, posso rubare anch'io”
Trattasi di una provocazione, in questi termini: cito Genna facendone un’autorità pur non apprezzandolo particolarmente, facendo uso del principio di autorità per giustificare il “mio” comportamento.

Facciamo chiarezza.
I libri di Genna, "Attacco a un tempo devastato e vile", e i thriller tutti mi sono piaciuti. Non starò a dire perché, perché l'ho già detto a suo tempo.
Lavori quali "L'anno luce"; "Costantino e l'impero", "Dies Irae" non mi sono piaciuti proprio per niente. Anche di questi libri parlai, a tempo debito, quindi non mi ripeto se non dicendo che la dimensione più congeniale a Genna è quella del thrillerista.

Negli ultimi tempi Genna ha impostato discorsi che sono a dir poco risibili, da baraccone di freaks: uno su tutti, il tentato cercare di parlare di Babsi Jones come reincarnazione di Virginia Woolf. Il problema è che Genna non parlava con spirito provocatorio, parlava proprio seriamente, perlomeno per quello che è il suo punto di vista: però a me, e non solo, ha fatto girare gli zebedei e non poco... Per nostra fortuna la Woolf non ha mai pensato di scrivere in maniera ridicola e approssimativa come una Babsi. Potrebbe sembrare cosa da niente, ma non lo è per me: come si puo' dar credito a chi ti dice con l'aria più seria possibile che la Woolf si è reincarnata in Babsi Jones e vive a Milano ed ha scritto "Sappiano le mie parole di sangue"? Neanche a Zelig osano spararle così grosse, perché l'effetto che i comici produrrebbero sul pubblico sarebbe di severo indispettimento e non di divertimento. Ci sono molte altre idee di Genna che non condivido per niente e da cui mi tengo ben lontano. Ciò non significa però che non apprezzi Genna. Non apprezzo alcune cose che dice e che fa. Ieri sicuramente lo apprezzavo di più.

Le alette fanno o non fanno parte del libro? Fanno parte del prodotto libro? Io direi di sì. Bisognerebbe sapere se quelle alette sono state lette e accettate dall'Autore, quindi da Genna, prima che il libro venisse mandato in stampa; o se sono state scritte all'insaputa dell'Autore e appiccicate al libro "Hitler" senza che Genna nulla ne sapesse. Solitamente, per quella che è la mia esperienza, gli autori sanno chi gli scriverà le alette, ne conoscono i contenuti, prima che le bozze vadano in stampa. E' abbastanza inverosimile pensare che Genna non fosse al corrente del contenuto delle alette del suo "Hitler".
Genna ha dunque accettato la "confezione" del libro, ma accettandola non ha forse fatto della "confezione" parte integrante del libro e quindi dei contenuti del suo libro "Hitler"? Se per assurdo un D'Orrico gli avesse scritto una introduzione e questa fosse stata accettata da Genna, non è forse giusto dire che in tal caso l'Autore condivideva il pensiero di quel D'Orrico, così tanto da accettarlo come parte integrante del libro? Io penso di sì.

Poniamo per assurdo che mi rechi in libreria e che mi capiti fra le mani un romanzo con introduzione firmata da Storace! O alette firmate sempre da Storace. Io lettore che dovrei pensare?
Che (i) l’autore del libro condivide il pensiero di Storace e che quindi (ii) ha stima di detto personaggio nonostante lui autore dica di militare tra le fila di quelli che la destra neanche per scherzo, o che (iii) disperato si sia detto che meglio farsi firmare l’introduzione da Storace e al diavolo tutto perché in fondo il libro lui lo vuole vendere a tutti i costi. Nel terzo caso l’autore non condividerebbe le idee di Storace, ma pur di riuscire a vendere il suo libro accetta questa forma di marketing griffata da un personaggio politico della Fiamma Tricolore. In tutti e tre i casi l’autore non è estraneo a quello che gli viene messo nella confezione che sarà poi il suo libro in libreria. Difficile pensare che un autore affidi tutto all’editore e che l’editore faccia tutto di testa sua senza consultarsi con l’autore. La confezione è dunque parte integrante dei contenuti del libro, tranne in pochi casi: di quei libri che alette non ne hanno, che introduzione neanche, che in copertina solo nome e cognome dell’autore, titolo del libro, nome dell’editore, isbn, prezzo.

“Se leggo una recensione di Tizio, e Tizio non fa il paragone, ho certamente l'informazione "Tizio non fa il paragone", ma non so nulla sul perché non l'abbia fatto.”

L’unica informazione sicura al cento per cento è quella che “Tizio non fa il paragone”. Su questo non ci piove. Però io che sono uno che si interroga, che ragiona, vado oltre e posso sospettare “il motivo” per cui Tizio non ha tirato in ballo Caio e Sempronio. Non avrò delle informazioni, ma delle supposizioni con un margine di attendibilità variabile sì.

da Giuseppe Iannozzi il 07.03.08 13:18

Ecco, appunto, un margine di attendibilità VARIABILE. Che di solito si restringe asintoticamente verso lo zero.

da mathematician il 07.03.08 14:56

Nel caso sepcifico di Genna, posso argomentare anche circa l'impostazione teorica del libro, visto l'ammasso di articoli presenti su giugenna.com che hanno fatto da grancassa di risonanza all'operazione di GG.
Non sul testo, certo. Ma l'uso che Genna fa della rete mi permette di criticare il suo lavoro prima ancora di aver visto il libro in vetrina!

da Paolo S il 07.03.08 16:09

Iannozzi scrive: "io che sono uno che si interroga, che ragiona, vado oltre e posso sospettare 'il motivo' per cui Tizio non ha tirato in ballo Caio e Sempronio. Non avrò delle informazioni, ma delle supposizioni con un margine di attendibilità variabile".
I sospetti vanno confermati o smentiti. Le supposizioni vanno verificate o falsificate.
Non mi pare possibile usare un sospetto o una supposizione come "prova", essendo il sospetto e la supposizione bisognosi di prova.

La domanda: "Genna ha dunque accettato la 'confezione' del libro, ma accettandola non ha forse fatto della 'confezione' parte integrante del libro e quindi dei contenuti del suo libro 'Hitler'?" è una domanda interessante.
(A parte che io non darei per scontato che Genna abbia accettata la "confezione", essendomi capitato di vedere nella "confezione" di libri miei cose che avevo diffidato l'editore dal pubblicare).
Riformulando la domanda in termini generali: "L'autore che accetta (o addirittura produce lui stesso) una certa 'confezione' di un libro, non fa forse della 'confezione' parte integrante del libro?".
Secondo me, no. O almeno: non necessariamente. Ho qui davanti a me, nella mia libreria, centinaia di libri la cui "confezione" è completamente diversa dalla "confezione" che per loro adottarono, a suo tempo, l'autore e il primo editore. E, confesso, non mi sembra di avere davanti a me dei libri "mutilati".

da giuliomozzi il 07.03.08 17:00

@ GIULIO

>>> I sospetti vanno confermati o smentiti. Le supposizioni vanno verificate o falsificate.

Giusto. Mancano le prove.
Ma ogni verità, per quanto minima, ha bisogno d'un grembo: nel nostro caso, questo grembo è dato dalle supposizioni. Che non sono poca cosa in ogni caso.

>>> A parte che io non darei per scontato che Genna abbia accettata la "confezione"

Non lo do per scontato. Tuttavia mi meraviglierebbe sapere che Genna dei risvolti di copertina nulla ma proprio nulla sapesse. E' un po' tanto favolistico pensare che Genna non abbia approvato.

Certamente Omero non potrà dir la sua sulle alette che gli cuciono addosso, così Virgilio e Dante e Boccaccio... etc. etc.

>>> essendomi capitato di vedere nella "confezione" di libri miei cose che avevo diffidato l'editore dal pubblicare)

E che è successo? L'editore ha fatto comunque di testa sua e tu non hai reagito? Mi par strano, nel senso che avresti dovuto reagire e diffidare l'editore: eri nel diritto di farlo, e in una causa di fronte a un tribunale avresti avuto sicuramente vinto se le tue ragioni non erano solo capricci. :-)

>>> O almeno: non necessariamente. Ho qui davanti a me, nella mia libreria, centinaia di libri la cui "confezione" è completamente diversa dalla "confezione" che per loro adottarono, a suo tempo, l'autore e il primo editore.

Parliamo di ristampe dunque.
"Hitler" non è una ristampa. E' una "Novità".

da Giuseppe Iannozzi il 07.03.08 18:11

Iannozzi, non capisco. Io racconto che mi è capitato di vedere nella "confezione" di libri miei cose che avevo diffidato l'editore dal pubblicare. E tu mi dici che avrei dovuto diffidare l'editore: esattamente ciò che avevo fatto, e che ho scritto qui di aver fatto.

Non ho fatto causa. Ho preteso, per il successivo libro, un contratto nel quale fosse scritto esplicitamente che tutti i paratesti dovevano essere approvati da me. L'editore ha detto: no. E io ho fatto il libro successivo con un altro editore.

Certo, "Hitler" è una "novità". Ma se un libro può avere ristampe, e nelle ristampe avere una "confezione" diversa, ciò significa appunto che la "confezione" ha con il testo contenuto nel libro - il romanzo, in somma - una relazione non particolarmente forte.

Una supposizione, finché non è provata, è solo una supposizizone. E non può servire come base se non per ulteriori supposizioni.

Noi non sappiamo se Genna ha approvato o no quelle "alette". Tu ipotizzi che sì. Io non ipotizzo nulla, ma ti faccio notare che si dà il caso - e ne ho esperienza - di "confezioni" di libri non approvate, o addirittura avversate, dall'autore. Tu liquidi come "favolistica" l'ipotesi che Genna non abbia approvato. In sostanza, tu non sai e ragioni come se sapessi, io non so e ragiono come uno che non sa.

La cosa più semplice è chiedere all'interessato, non ti pare?

da giuliomozzi il 08.03.08 09:06

@IANNOZZI
Però io che sono uno che si interroga, che ragiona, vado oltre e posso sospettare “il motivo” per cui Tizio non ha tirato in ballo Caio e Sempronio.

PARLI SENZA AVER LETTO IL LIBRO E CREDI DI RAGIONARE?
A OGNI INTERVENTO SU GENNA PARLI SOLO DI TE... SEI DICIAMO VANESIO E STOP. SUVVIA LE PAROLE SI POSSONO USARE BENE

da Diciamo la verità il 08.03.08 10:40

@ GIULIO

>>> E io ho fatto il libro successivo con un altro editore.

Io l'avrei portato in tribunale. Comunque se ti sei aggiustato con un altro editore...


>>> Certo, "Hitler" è una "novità". Ma se un libro può avere ristampe, e nelle ristampe avere una "confezione" diversa, ciò significa appunto che la "confezione" ha con il testo contenuto nel libro - il romanzo, in somma - una relazione non particolarmente forte.

Permettimi di dissentire. La relazione è particolarmente forte (almeno) quando il libro costituisce una "Novità editoriale". E' il biglietto da visita che può determinare il successo o meno del libro tra critica e pubblico. La prima impressione che ricevi da un libro è data dalla copertina e dalle alette. Le copertine la maggior parte delle persone le guarda. L'ho guardata anch'io questa volta, perché è particolarmente brutta, salta subito all'occhio, è un pugno tanto è brutta. Le alette sono la seconda cosa che ho guardato. Io direi che quando il libro costituisce novità editoriale "le alette sono veramente importanti". Altro che cavoli!

>>> Tu liquidi come "favolistica" l'ipotesi che Genna non abbia approvato.

Giulio, figuriamoci se Genna non ha approvato le alette. Non ci credo.
Sì, ragiono come se lo sapessi, perché non credo agli asini che volano e quindi non mi riesce proprio di credere che l'attento Genna non abbia approvato le alette.

Comunque, chiediamolo all'interessato. Forse risponderà.

ciao

da Giuseppe Iannozzi il 08.03.08 11:29

Ma qui la discussione è deragliata: il punto non è se Genna abbia o meno approvato le alette, chi se ne frega? Il punto è se si possa stroncare con accanimento un libro per settimane, su tutti i blog dove lo si nomina, vantandosi di averne letto solamente le alette e sostenendo che questa modalità sia lecita e anche fondante di una buona critica.
E Giuseppe Iannozzi scrive anche:

>Lavori quali "L'anno luce"; "Costantino
> e l'impero", Dies Irae" non mi sono
> piaciuti proprio per niente.

Solo che, si scopre andando su google, Iannozzi ha sempre sostenuto di NON aver mai letto "Dies Irae". Vedrete che al prossimo titolo di Genna, Iannozzi dirà che "L'anno luce", "Dies Irae" e "Hitler" non gli erano piaciuti. Col tempo sul non leggere si basano e stratificano giudizi sulle opere non lette.

da Letta di rosi il 08.03.08 20:28

Senti, Letta, va' a dormire, che è meglio.
Google non è Dio. E cambia nick.

da Giuseppe Iannozzi il 09.03.08 02:21

Non avremo mai la risposta. :-D
Leggevo divertito su Giugenna che gli è morta la tastiera del pc, ragion per cui starà fermo per un po'. :-)))

Ma una tastiera costa 6€, 8€

http://www.agecompc.it/products.php?id_cat=145

Facciamo una colletta per il Miserabile. :-DDD

Oddio, a volte il Genna riesce a farmi ridere davvero. :-DDD

da Giuseppe Iannozzi il 09.03.08 14:14

Beh, se quello di Genna è un laptop, è chiaro che per riparare la tastiera dovrà lasciare in negozio l'intero computer. Nel qual caso, saresti il solito cogl**ne che spara giudizi senza sapere.

da letta di rosi il 09.03.08 23:53

Letta, Letta, Letta, se uno scrive "tastiera" scrive tastiera e non un’altra cosa: il più ignorante - nel senso che ignora - capisce da sé che se gli dicono "tastiera" e "laptop" sono due cose diverse, pur non sapendo che cosa esse siano. Però capisce che sono due cose diverse e gli è più che sufficiente. Ora ti faccio una piccola lezione sull'hardware: la tastiera è una periferica, per Personal Computer. Genna scrive: "Sono addolorato nel dare l'annuncio della morte della tastiera dell'unico pc in mio possesso ..." Parla di un Pc e non di un laptop. Devo dirti che cosa è un Pc? Allora o Genna ha un Pc come scrive, o non sa qual è la differenza fra un Pc e un laptop: nel secondo caso, che parrebbe inverosimile, dovremmo dedurre che Genna non sappia scrivere con proprietà di linguaggio.

Se vuoi darmi del coglione, vedi di scriverlo per intero. E vedi di darti un contegno, una identità, invece di nasconderti dietro un dito.

Chi è il coglione adesso?
Adesso fatti una camomilla e riposa invece di sentenziare.

Be’, non c’è più niente di cui discutere in merito a questo post.

Buone cose a belli e brutti.

da Giuseppe Iannozzi il 10.03.08 02:09

Sei un coglione. Vivi in funzione di Genna.

da letta di rosi il 10.03.08 10:43

dichiaro chiuso qui. il discorso. Non mi vanno che ci siano insulti né da una parte né dall'altra. finché si discute di libri o del libro in questione va bene.

quindi o si torna parlare educatamente. o basta.

d.

da demetrio il 10.03.08 12:21

Comunque ha torto Iannozzi (ma guarda caso!). Anche il laptop è un PC, che significa semplicemente "personal computer". La distinzione è tra "laptop" e "desktop", che sono due tipologie di PC, non tra laptop e PC

"A desktop computer is an independent personal computer (PC), as opposed to smaller forms of PCs, such as a mobile laptop."
http://en.wikipedia.org/wiki/Desktop_computer

Altri link:
http://en.wikipedia.org/wiki/Personal_computer
http://www.pclaptops.com/

da Mattia Argenti il 10.03.08 13:05

Arrampicati pure sui 'monitor', per quanto mi riguarda.

Io ho parlato di "tastiera" e "laptop".

Si intende per Pc un desktop computer e non un portatile o laptop o notebook.

Quindi: (i) computer portatile e (ii)Pc Desktop.

Ed ancora: non PC. PC è il Partito Comunista.
Si scrive Pc, o pc al limite.

Ma tu leggi pure wikipedia e fregatene degli errori che eppur ci sono. E continua a credere pure che Google sia dio.

N.B.: PCLaptops è un "marchio" di un magazine. Ma il sito del magazine opera giusta distinzione fra Desktop e laptops.

Chiudo.

da Giuseppe Iannozzi il 10.03.08 16:16

"Si intende per Pc un desktop computer e non un portatile o laptop o notebook.
Quindi: (i) computer portatile e (ii)Pc Desktop."

"Quindi" un bel niente. "Si intende" dove? A casa tua?

"il sito del magazine opera giusta distinzione fra Desktop e laptops"

Infatti quella è la distinzione giusta, è quella che fai tu a essere sbagliata.
C'è mai stata in vita tua una volta, una sola volta, in cui anziché arrampicarti sugli specchi rendendoti ridicolo tu abbia ammesso di esserti sbagliato?

da Mattia Argenti il 10.03.08 17:12

>Ed ancora: non PC. PC è il Partito Comunista.
>Si scrive Pc, o pc al limite.

Gliene sono rimasti assai, di argomenti, a Iannozzi! :-D

da letta di rosi il 10.03.08 17:14

Sputa pure veleno. Sputane pure tanto.
Sono mitridatizzato.
E continua pure a leggere Wikipedia e magari chiamala Verbo.
Continua anche a credere che la Rete sia tanto ma tanto affidabile, e magari un giorno molto vicino la dirai Pneuma.

Però meglio è che ti compri un manuale serio di alfabetizzazione informatica: cominci da pagina zero; dopo, casomai, torniamo a parlare.

Ricorda che PC è il Partito Comunista e non il “tuo” computer personale.

Statti bene!

da Giuseppe Iannozzi il 10.03.08 17:42

Iannozzi: "se uno scrive 'tastiera' scrive tastiera e non un’altra cosa".

Sono d'accordo. Il mio pc, che è un portatile, è dotato di tastiera. Non vedo in quale altro modo potrei chiamarla.

Nessun dubbio sull'importanza della "confezione" d'un libro. Se uno stesso testo può diventare libro con diverse confezioni, mi pare che si possa dire che testo e confezioni sono cose distinte e disgiunte.

Un conto è fare del lavoro critico su come un testo è stato presentato al pubblico, e un conto è fare del lavoro critico sul testo stesso.

Fare confusione tra testo e confezione significa, appunto, far confusione.

Pretendere di dire qualcosa su un testo sulla base della confezione mi pare sciocco. Sulla base della confezione si può invece dire molto - e può essere interessante ragionarci - sulla confezione (e sul modo di confezionare i testi).

da giuliomozzi il 10.03.08 19:16

Giulio, per favore, almeno tu, smettila coi giochetti. :-)
La tastiera del notebook.
La tastiera del Pc è solitamente esterna. La puoi cambiare a tuo piacimento, o quasi. :-) Insomma, anche un bambino è in grado di montarla.
La tastiera di un notebook è un affare un po' tanto diverso.
Se chiamo l'assistenza e chiedo una riparazione, mi viene chiesto dal tecnico che tipo di computer, un server, un Mac, un notebook, un desktop...? e anche la marca, perché alcune marche "personalizzano" i loro prodotti. Esempio banalissimo: un desktop puo' avere molte periferiche integrate come no, puo' essere orizzontale o verticale, e l'hw di conseguenza consente delle prestazioni e altre invece no. Saranno dunque diversi i pezzi di ricambio da Pc a Pc, per tipo e per marca. Con i notebook ti lascio immaginare...


Giulio, l'abito fa il monaco: anche per i libri, tu dovresti saperlo meglio di me, visto che hai più esperienza di me. Un libro con una brutta copertina difficilmente viene notato, anche se il contenuto è poi buono. Un libro con una bella copertina viene notato. Viene notato anche quello con una brutta copertina, ma solitamente il brutto lo si evita.
Se il libro viene presentato male, per via della copertina, per via delle alette, il libro giace lì dove si trova. Una introduzione griffata è un'arma a doppio taglio. Lo sono anche le alette: se ben scritte inducono alla lettura, altrimenti no. Ho letto delle alette bellissime, ma i libri erano uno schifo. Ma anche il contrario.

da Giuseppe Iannozzi il 10.03.08 19:55

Iannozzi: notebook, laptop, desktop... sono tutti PC (e, aggiungo a tuo beneficio, si può scrivere tranquillamente così e non è affatto un errore, perché è un acronimo e gli acronimi in italiano si scrivono o con tutte le iniziali maiuscole o con la prima maiuscola e quella a seguire no).
Sono tutti persona computer. Tutti quanti. E questo non è affatto un errore di wikipedia, ma una ovvietà.
Anche Amazon descrive come "PC" i laptop che vende.
http://www.amazon.com/Asus-Laptop-Celeron-Processor-Preloaded/dp/B000YEMKGY
E come Amazon migliaia di altri siti.

da Informatico il 13.03.08 23:55

Un altro esempio, il primo che viene fuori con google:
http://www.computerworld.com/action/article.do?command=viewArticleBasic&articleId=9026679
"Laptop PC sales hit records in June"

da Informatico il 14.03.08 00:02

Se è per questo in Cina prima i cani li fanno bollire e poi li condiscono e li servono a tavola. Ci sono allevamenti di cani proprio per essere mangiati come noi occidentali mangiamo gli agnelli a Pasqua e non solo, ed è normale per i cinesi quasi quanto la censura che applicano.

Laptop PC: appunto.

Pc: è una generalizzazione usata perlopiù per indicare un desktop personal computer.

Mi sono rotto. Ampiamente.

Genna ha un ENIAC PC. Contenti?

E scrivilo come diavolo vuoi Pc, ma si scrivi PC è un tuo errore comune a tanti altri che come te se ne infischiano.

P.S.: Ah, il distinguo fra Pc e PC lo faceva Umberto Eco. Mi fido più di lui che di un fesso d'anonimo. Contento? Contenti?

Vado a fare una promenade sulle acque del Mar Morto, giusto per sgranchirmi le gambe. Ah Ah Ah

da Giuseppe Iannozzi il 14.03.08 18:24

"Laptop PC: appunto."

Ma "appunto" cosa??? Appunto che hai torto e scrivi le prime cose che ti vengono in mente, ecco appunto cosa.

da Informatico il 16.03.08 23:43

E io mi fido più del De Mauro (che scrive "PC") che di una citazione vaga e ambigua da un articolo di Eco non meglio specificato e tantomeno linkato.
http://www.demauroparavia.it/80503

da Mattia Argenti il 16.03.08 23:45

Iannozzi, scrivi: "Giulio, l'abito fa il monaco: anche per i libri, tu dovresti saperlo meglio di me, visto che hai più esperienza di me". Ecco: io ho più esperienza di te (lo dici tu), e ti dico che l'abito non fa il monaco.

da giuliomozzi il 19.03.08 12:06

Allora, se l'abito non fa il monaco, d'ora in poi tutte copertine bianche con il solo nome dell'autore, e neanche quello. E alette mai in nessun caso. Però mi par davvero strano che per reclamizzare un libro la prima cosa è sbattere in bella evidenza la copertina e quanto è bella o brutta. Ah, già, solo una questione di marketing, quasi dimenticavo!

da Giuseppe Iannozzi il 22.03.08 10:06




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