11.03.08

Giuseppe Genna, Hitler

di Giorgio Fontana

hitlercovermedia.jpg

0. Dopo le precedenti letture di Paolo e di Demetrio, un punto di vista diverso. Dove si pongono alcune domande e dove si presentano parecchie perplessità.

1. Lingua. Genna invita apertamente a non considerare il lato estetico di Hitler (scrive sul suo sito: "la questione della bellezza e del piacere della lettura in Hitler non si dà o è secondarissima"). Ma questo non può essere irrilevante. In un'opera che si pretende letteratura, il lato estetico e linguistico è comunque fondamentale — anche quando il contenuto è "esorbitante". Di qui le seguenti considerazioni. Il romanzo sembra scritto in fretta (impressione che ho ricavato anche da altri lavori di Genna). La prosa è incalzante, veloce (il libro si legge d'un fiato), ma a volte semplicemente troppo incalzante. Un amico l'ha definito "fumettone": tutta trama, e il vuoto preteso non filtra dallo stile. Suona inadeguato: suona troppo roboante e coinvolgente. Dove sono tutte le belle promesse dell'officina teorica? (Dov'è finita la "lingua che non può essere la mia lingua"?) Vista la difficoltà mostruosa del tema (e del modo in cui si è scelto di trattarlo), ogni frase doveva essere scritta con rispetto sacrale. Il fatto che Hitler affascini comunque attraverso queste pagine dimostra subito lo scacco del tutto. Se Genna voleva rappresentare lo zero umano, ha fallito. Perché questa scelta linguistica? (Si pensi all'immagine di Stalin che sorride e poi la marea di siberiani che si alza; si pensi alle varie scene di allestimento del partito: entusiasmante, ma il protocollo non doveva essere altro? — cfr. anche punto 4d).

2. Metope. Il romanzo, dice Genna, è strutturato come le metope di un frontone. Non riesco a vedere la differenza fra questa struttura e l'idea di una serie di capitoli brevi divisi da salti temporali (come è effettivamente). Sospetto: dire che l'unità narratologica del libro è la metope è più figo (e in effetti è una bellissima immagine). Esattamente come come definirlo romanzobarrato sembra creare una categoria ad hoc per assicurargli una via intermedia, al riparo da determinate critiche. (Popper vs. Poincaré: il convenzionalismo è disonesto: contro la realtà recalcitrante, si limita a correggere la categoria. Un corvo bianco non nega che i corvi siano neri: non è un corvo. Allo stesso modo, un romanzo si pone al di là del bene e del male, per così dire. Sfugge da una e dall'altra parte — fiction, non-fiction — per ritagliarsi automaticamente un posto unico.)

3. Senso. Lasciamo da parte il contenuto materiale del libro e passiamo alla chiave poetica. Secondo Genna Hitler è la non-persona. Una bolla vuota. Il non-essere. L'idea è ricavata da Fest e mantenuta come assioma, indimostrato e indimostrabile (anche se Fest problematizza molto di più tale concetto).
In primis, non sono affatto sicuro che la non-persona coincida con il non-essere (interpretato come, fra l'altro? Cos'è il non essere per Genna? Queste sono categorie filosofiche di un certo peso, ma qui vengono trattate semplicemente come paroloni). Ma la mia formazione filosofica è troppo debole in questo campo, e non ho gli strumenti per affrontare di petto la questione. (Sarebbe bene che qualche esperto di Sartre e Lévinas dicesse la sua. Peraltro, non ho trovato un solo punto chiaro in tutta la riflessione di Genna dove viene sciolto questo nodo). Cerco di interpretare: per Genna il nulla si incarna nell'apparenza Hitler, così come un demone potrebbe incarnarsi in un essere umano, e fa strage dell'essere.
Fatte salve queste perplessità, io ritengo la prospettiva comunque limitante, perché in qualche modo ci assolve. Ci libera dalla responsabilità di poter diventare Hitler. In sintesi: Hitler si è, punto e basta.
C'è un vecchio enigma di filosofia morale. Immaginate di poter tornare al 1889 e assistere alla nascita di Hitler. Lo uccidereste? Be', forse sarebbe sufficiente portarlo da un'altra parte, no? Farlo crescere in un ambiente completamente diverso. Ebbene, per Genna la risposta è no — una volta stabilito il valore ontologico della non-persona, questa sarà tale ovunque si trovi. Irradierà male necessariamente. Ma questa è una posizione modale piuttosto forte. Si stabilisce che a priori l'individuo Adolf Hitler (qualunque sia la sua biografia) è il Male, è inumano.
Ora cfr. Vollmann: in Come un'onda che sale e che scende indaga razionalmente Stalin, invece di fermarsi alla "sterile categoria dell'aberrazione" (p. 329). Genna direbbe: Hitler esorbita Stalin. Ma perché? Su che basi si fonda quest'assunto? Perché non posso indagare, cercare ragioni o cause, e devo fermarmi invece a una convinzione mistica — per quanto affascinante, per quanto così semplice da sostenere: Hitler è la non-persona, è sempre uguale, non è degno neanche di indagine ulteriore. Fine. È una bolla vuota e va solo rappresentata: "Non spiegare il male, farlo vedere." Questo suona ammirevole, ma non riesco a considerare immorale, come vorrebbe l'autore, un ribaltamento di prospettiva ontologica. Soprattutto perché considerare Hitler come essere umano non nega alcuna sua responsabilità, anzi la acuisce ulteriormente. E ci ricorda che il Male più maiuscolo non è "irruzione di non-essere", ma una realtà orribilmente essente, possibile e umana. (Così insegnava anche Schelling nelle Ricerche filosofiche). Un umanesimo consapevole riconosce dunque che Hitler è stato uno di noi, e non altro da sé: la fratellanza invocata da Littell. Chiamare Hitler l'"antipodo della redenzione" (p. 479) impone invece una specie di giustificazione anti-critica: Hitler come evento terminale dell'Occidente. No: solo ricordando senza falsi misticismi che era un uomo, è possibile evitarne una seconda venuta.

4. Ingranaggi filosofici. Facciamo un passo indietro e accettiamo come valido lo sfondo concettuale della non-persona, pure con i suoi problemi e la sua mancanza di chiarezza. Accettiamo l'orizzonte di Genna e vediamo se è intimamente coerente, a livello del romanzo fatto e finito. La risposta è negativa, perché:

a) il concetto di non-persona è trattato in modo superficiale (l'assunto è propugnato all'inizio e semplicemente ricordato a intervalli calcolati: Ehi, ricordatevi: è il nulla!). Non è mai esplicitato (di nuovo) e sempre dato per presupposto. A p. 98 e dintorni viene detto che la non-persona "matura" — ma come può "maturare"? E se matura solo il suo sembiante, il suo apparire, cosa significa o perché dovrebbe seguire questa via? (Non è chiaro, davvero: si può intuire vagamente il senso, ma "dieci anni di riflessione" avrebbero dovuto portare a un risultato cristallino).
b) il lupo Fenrir è un errore concettuale. A parte il trattamento in stile Wikipedia (la descrizione della corda che lo lega è pari pari), qui Fenrir non annuncia la fine del mondo: non c'è un vero Ragnarok, non viene ucciso un "Odino" europeo e non c'è un figlio che lo vendica. Dopo Hitler c'è soltanto la desolazione del dopo Hitler. Inoltre, punto assolutamente cruciale, Fenrir dà una spiegazione a ciò che per presupposto non si dovrebbe spiegare. (Perché Hitler ha fatto ciò? Perché era posseduto da Fenrir! — Il rischio, terribile, è questo. Si potrebbe rispondere: Questo non è spiegare. È solo fornire un'immagine della fine. Ma perché usarla? Perché mitizzare Hitler in modo così strisciante? È totalmente contro le premesse). Infine, nel suo discorso finale al protagonista (p. 474), il Lupo parla come un accademico da due soldi, e suona francamente ridicolo.
c) la non-persona, se intesa come bolla di non-essere (qualunque cosa significhi) non implica automaticamente il suo essere maligna. "Il non-essere corrompe l'essere": cosa significa? Il nulla è una categoria morale opposta al bene? E l'essere coincide necessariamente col bene? (Un conto è dire questo, un altro che uccidere sei milioni di ebrei è male). Ci sono troppi nodi che rimangono irrisolti: tutta una tradizione filosofica che mi sembra negletta o trattata con sufficienza.
d) l'estetizzazione del dolore non è affatto evitata, né tantomeno il protocollo finzionale (ritmo, psicologizzazione forte dei personaggi, patetismo fuori luogo o persino imbarazzante — "i Santissimi", "i bambini..." — etc.)
e) ancora, frasi come "L'amore non è. Il mondo non è. Nemmeno la Germania è. Niente è e lui naviga, bolla oscura nel non essere." (p. 207) sono del tutto prive di controllo. È il nichilismo ontologico totale? Cosa c'entra con la non-persona? Che c'entra l'annullamento della Germania?

5. Conclusione. Hitler sembra una biografia scorciata del Führer, fondata su una metafisica priva di rigore e mascherata da romanzo. Dal punto di vista meramente narrativo, il libro è godibile — una lettura che funziona e che procede davvero spedita. Ma la sua disonestà intellettuale è del tutto palese. Genna non ha gli strumenti teorici per un'operazione simile: l'ha dimostrato con la pastoia che spaccia per base concettuale. E trattare il simbolo del Male più assoluto con questa superficialità mi sembra davvero immorale. (Ancor più dopo aver speso pagine e pagine sulla rete a ricordare il valore etico del suo assunto).
Comunque: se Genna ha aperto una via (cosa di cui non sono affatto convinto), ben venga. Ma a mio parere interrogarsi sul male non significa limitarsi a rievocarlo, soprattutto con simili mezzi. Così come continuare a testimoniare senza riflettere porta allo svuotamento della memoria, alla sua mera riduzione in fatti, numeri, cifre, eventi, filosofie passeggere e senza fondamenti chiari.

[indice dei libri in bottega]

Pubblicato da Giorgio Fontana il 11.03.08 18:43

COMMENTI

A parte che sono stufo di leggere di Hitler e di Genna... ci sono sono libri scritti bene e libri scritti male, non libri immorali, parafrasando Wilde. Tuttalpiù sarà un libro scritto male o molto male: morta lì. Avevo detto che la dimensione migliore di Genna è quella del thriller, ma quando evade dal genere che gli è congeniale diventa un imcapace. Forse sarà anche un libro immorale; ma ad un certo punto quando è noia è proprio noia. Con tutto il rispetto per Fontana, che ha scritto un gran bel pezzo.

da Giuseppe Iannozzi il 11.03.08 21:59

Ciao Giorgio, ho cominciato la lettura ieri sera (60 pagine), dopo aver seguito in questi mesi l'officina teorica su Giugenna. E devo dire, per quel che ho visto finora, che non si può che darti ragione punto per punto (a te e a Cortellessa per il suo pezzo eccellente su Tuttolibri). A partire dal lupo Fenrir: ma come, dobbiamo abbattere il mito e mettiamo in campo dall'inizio un lupo mitico che trasmette unzione a Hitler?
Mi sorge poi un altro dubbio, ma non so bene, chiedo anche a te. Il dubbio è questo: se si parla di Hitler, non si può che alimentarne il mito. Nel senso che Hitler ha una serie di caratteristiche - l'ascesa dal nulla al tutto, la dimensione tremenda della devastazione nei campi, l'aver coinvolto il mondo intero in una guerra rovinosa, il sogno di dominio, il suicidio finale ecc. - che gli conferiscono senz'altro una grandezza (una grandezza da "eroe nero": "eroe" non nel senso che abbia fatto alcunché di meritorio, ma quelle che mi sembra di poter elencare sono senz'altro caratteristiche sproporzionate rispetto a quelle del consorzio umano, e pertanto "eroiche" in questo senso: naturalmente segnate da un tratto negativo) che nel solo essere nominata è mitica. Se anche si trovasse una lingua al grado zero, elencare quanto fatto da Hitler provoca vertigine, perché c'è sproporzione tra lui e un uomo "medio", e in questa sproporzione sta secondo me una ineliminabilità di alone mitico. (Che poi questo mito affascini anche molte persone, è un ulteriore passo). Sai cosa ti dico? Occorre sempre tenere a mente quello che scrive a un certo punto Marco Bosonetto in "Nonno Rosenstein nega tutto" (vado a memoria, quindi metto qui il senso ma non la lettera): "Bisognerebbe ricordare i nomi delle vittime e non del carnefice. Bisognerebbe cominciare a scrivere nei libri di storia: un imbianchino austriaco folle fece sterminare sei milioni di ebrei, e poi attaccare con l'elenco dei nomi. Perché sono i loro nomi che vale la pena di ricordare, non quello del folle imbianchi austriaco". E' chiaro che non si può procedere come prescrive la bella immagina di Marco, tuttavia in un certo modo credo che anche lui scrivendo così convenga che parlare di Hitler è quasi inevitabilmente alimentare il mito di Hitler. Tu che dici?

da gabriele dadati il 11.03.08 23:28

ciao gabriel, ti ringrazio per il commento e soprattutto per la domanda. è una questione cruciale e anche parecchio complicata. primo levi diceva che le scelte per un sopravvissuto sono solo due: dire tutto, o tacere tutto. entrambe hanno difetti atroci. la realtà, a mio avviso, è che hitler ci inchioda a una contraddizione da cui non possiamo uscire. se non ne parlo, rischio di peccare di vigliaccheria, e di contribuire alla sua rimozione. se ne parlo, qualsiasi protocollo scelga di usare, mi espongo al problema della mitizzazione.
io credo che banalmente sia un problema da accettare, tuto qui. può suonare triste e riduttivo, ma non ho altre risposte.

da giorgio fontana il 12.03.08 17:06

nota: naturalm ente questo non ci esime dal pesare ogni singola parola che utilizziamo per parlare del male. anzi, è l'esatto contrario. l'abisso qui è sempre sotto i piedi: cerchiamo almeno di non precipitarci in pieno.

da giorgio fontana il 12.03.08 17:48

A me sembra che una vittoria postuma a hitler la si conceda proprio nel regalargli - in un tempo dove l’immagine è tutto - quella copertina così ammiccante; sembra quasi bello, un attore consumato, un eroe dallo sguardo languido che troneggia in serie nelle librerie.
Kafka aveva lottato affinché Ottomar Starke non disegnasse l’insetto sulla copertina de “La metarfosi”

da /UG il 12.03.08 19:12

Caro Giorgio, siamo d'accordo di nuovo su tutto, mi pare (intanto sono a pagina 100). Caro Ug, siamo d'accordo anche su questo, mi sa.

da gabriele dadati il 13.03.08 00:03

Mi permetto di portare integralmente l'esemplare pezzo scritto da Giorgio Fontana su Jujol.com, ovviamente indicando tutti i crediti.

da Giuseppe Iannozzi il 13.03.08 09:08

Sì, ma cosa c'è che mi fa crescere nel ribadire qualcosa che già so? Io lo so già che Hitler è il Male. Mostrami, invece, Genna, luoghi dove non sospetto nemmeno che il Male possa esistere. Questo io voglio, da chi usa il pensiero. Mostrami, invece, Genna, che cosa c'è di positivo in Hitler, arrivo a dirti. Che cosa lo rende simile a me, perché, anche se non lo voglio accettare, Hitler è come me. Non è una non persona o una persona tra virgolette o una persona con la barra. E' una persona, e può scriverlo anche il più titolato studioso del mondo che Hiler non è una persona, ma Hitler rimane una persona, e questo lo dobbiamo accettare. Cosa mi interessa che tu, Genna, entri nella narrazione e ti metti a chiedere scusa al lettore, a insultare Hitler, a chiedere scusa al genere umano, come se Hiler lo avessi creato tu? La cosa, non fraintendere, mi piace, narrativamente mi diverte, ma non mi fa crescere. Diciamo che consolida un'opinione diffusa. Difende uno stato di fatto. "Hitler è il Male". Anzi: "Non scherziamo, ragazzi, Hitler è il Male, e su poche cose siamo d'accordo, ma almeno su questa..." Non lo so, se questo serve. Vorrei qualcosa di diverso. (Peraltro, adesso dico così, ma anch'io nel mio libretto per las vegas, ho scritto un sogno dove uno scienziato inventa una sostanza in grado di riportare in vita gli uomini, e decide di risportare in vita Hiler, e non appena quello ritorna in vita, lo ammazza, poi lo fa tornare in vita, e di nuovo lo ammazza, e insomma fa tornare in vita Hitler soltanto allo scopo di ammazzarlo di nuovo - e magari lo fa per sei milioni di volte).

da Marco Candida il 13.03.08 09:47

invito caldamente a leggere il seguente post di genna (http://www.giugenna.com/hitler_romanzo/i_balordi_sul_romanzo_hitler.html#044163), dove l'autore riprende trasversalmente alcune delle mie critiche, senza citare la fonte e controargomentando in modo del tutto insufficiente. concludendo così: "La questione meriterebbe un dibattito - ma ho verificato che spazi per un dibattito del genere, attualmente, non ci sono." sono un po' sbalordito, e abbastanza offeso.

da giorgio fontana il 20.03.08 15:30

Caro Giorgio, sbalordito magari no, ma offeso del tutto. Lo spazio per rispondere a te c'è ed è di libero accesso: sono i commenti in cui stiamo scrivendo. Però viene in mente: il libro è scritto tutto in maniera declamatoria (quanta paratassi!) ed è sostenuto dal suo autore solo tramite declamazioni. E come sai, chi declama non vuol essere né interrotto né tantomento contraddetto. Accetta solo gli applausi alla fine.

da Gabriele Dadati il 20.03.08 16:26

Giorgio Fontana, non ti sbalordire e non ti offendere per così poco, il mondo della letteratura dovrebbe importare civiltà e intelligenza da altri mondi più umili. Invece la tua lettura è straordinaria. Ormai non leggo più i 'lit blog', ma questa volta sono contento di essermi fermato. Bravo, è una bellissima scrittura e hai una 'testa indipendente' (rubo il titolo di un disco dei TARM).

Ho slumato il tuo blog. Ah ah, un fan di Moore e Gaiman. Se non lo sei già, ti toccherà affratellarti a Gianluca Morozzi :-)

da andrea barbieri il 20.03.08 17:25

gabriele, hai ragione: perché sbalordirsi, viste le premesse?

andrea: ti ringrazio molto. (e sì, sono un fan di "sandman"!). in realtà non sono offeso per me - la cosa non ha davvero importanza. sono offeso a nome della chiarezza intellettuale, e di tutta la bottega: cosa significa dire che "non ci sono spazi"? questo non è uno spazio? o forse genna si sente braccato in qualche modo? il punto è semplicissimo: se un autore decide di impugnare una critica, è portato a rispondere in modo trasparente. altrimenti non lo fa (cosa altrettanto rispettabile, visto che niente gli è dovuto). sono queste vie di mezzo a risultarmi incomprensibili. sono francamante abbattuto.

da giorgio fontana il 20.03.08 17:46

Sottoscrivo interamente quanto detto da Marco Candida.

da sergio garufi il 21.03.08 14:25

Non pensa, Fontana, che considerare il romanzo di Genna alla luce delle intenzioni dell'autore sia riduttivo? E' vero, esiste una vasta “officina” che Genna ha approntato per spiegare, giustificare ecc. la sua opera. Ma tutto questo non è certo vincolante, per il lettore. Io credo che “Hitler” vada letto semplicemente come ulteriore passo nella descrizione di un tipo umano che Genna sta analizzando da un po’ di romanzi a questa parte e come tappa di una riflessione sull’essere umano (“L’anno luce”, “Dies Irae”, “Medium” – altro di lui non ho letto, al momento).
In quest’ottica, anche i continui interventi dell’autore acquistano un senso diverso: non più tentativi di ribadire quanto teorizzato (forse anche in modo insufficiente o sbagliato, non sono in grado di dirlo) e non tradotto in narrazione, ma strategia di denuncia di un tipo umano (“hitlerizzato” – qui lo scandalo o la novità, in teoria, e non in relazione a Hitler).
Piuttosto, ci sarebbe da chiedersi se sia legittimo usare la figura di Hitler a questo scopo. Questa è la domanda che mi inquieta.

PS Non si possono usare i tag per il corsivo e il bold, nei commenti?

da Giacomo il 22.03.08 08:10

Oramai Genna non è più Genna. Non quello che ho conosciuto io.

Solo declamazioni, che in moltissimi casi mi fanno orrore. Chi declama accetta solo applausi, solo e solo quelli. Se gli fai un appunto ti risponde che sicuramente tu sei in torto, che ci sarebbe bisogno di approfondire e di aprire un dialogo, ma non finisce manco di dirlo che già si è chiuso a riccio.

Quando un autore si permette un simile comportamento non merita neanche d'essere preso in considerazione per le alette. Perlomeno così la penso io.

Buona Pasqua a coloro che ci credono e buone feste a tutti gli altri.

da Giuseppe Iannozzi il 22.03.08 10:14

caro giacomo, io credo semplicemente che se un autore appronta una vasta base teorica per un suo romanzo, e la rende pubblica, allora mi sento in diritto di utilizzarla per valutare il prodotto. anzi, mi sembra indispensabile tenerne conto. in ogni caso, anche limitandomi all'analisi del romanzo in quanto tale, mi sembra di aver visto alcuni nodi teorici del tutto irrisolti (e spero di averli elencati chiaramente nella mia lettura: penso al lupo fenrir, o all'uso di un protocollo linguistico debole, o alla mancata luce sul termine non-essere). considerare "hitler" "semplicemente come ulteriore passo nella descrizione di un tipo umano che Genna sta analizzando da un po’ di romanzi a questa parte e come tappa di una riflessione sull’essere umano", va benissimo se vogliamo discutere del percorso poetico dell'autore giuseppe genna in quanto tale. a me questo però non interessa, dato che non sono uno storico di genna. a me interessa semplicemente fare luce su certi aspetti del libro, e porre determinate domande in piena onestà. tutto qui, davvero.

da giorgio fontana il 22.03.08 21:30

Caro Giorgio, i “nodi teorici del tutto irrisolti” che hai segnalato sono degni della massima attenzione. Sono ben lungi dal dire che il romanzo sia perfetto (mi è piaciuto molto, ma questa è un’altra faccenda…).
Paradossalmente… mi pare curioso che si continui a parlare di Hitler discutendo di un romanzo che è intitolato “Hitler” e che è stato preceduto da una vasta riflessione teorica concernente il trattamento narrativo di Hitler… È strano che ciò mi sembri strano? :-)
Il punto è che mi pare che Hitler non costituisca affatto il centro del romanzo e sia invece soltanto un mezzo per parlare di altro. Ho fatto riferimento ad altre opere di Genna non per dire che “Hitler” abbia senso soltanto alla luce di quelle (questo sarebbe fuori luogo, come giustamente noti), ma per cercare di far capire meglio quale fosse questo centro. Per l’appunto, il trattamento di una forma dell’umano ecc. Devo riuscire a comprendere se questa impressione deriva dall’aver letto non da molto le altre opere citate (e allora ci sarebbe “qualcosa che non va” nella mia riflessione) o da un quid di oggettivo in “Hitler”. Devo ancora ragiornarci.
Sulla questione del valore da dare alle teorizzazioni dell’autore sulla propria opera non sono invece molto d’accordo: l’apparato di testi e riflessioni predisposto da Genna è interessante di per sé (oggettivamente, ho “imparato un sacco” leggendo gli uni e le altre) ma:
1) credo che sia più corretto mettere fra parentesi l‘autore quando si legge un suo testo (questo nell’impossibilità di cancellare fisicamente l’autore dopo che ha prodotto il testo – forse la soluzione migliore, nell’impossibilità di reperire testi dentro i noduli di manganese dei fondali oceanici o all’interno delle meteoriti ^__^), per il semplice fatto che il testo è quello che abbiamo tra le mani e in esso le teorizzazioni dell’autore (che il lettore non è tenuto a conoscere) possono o meno essersi tradotte; e se vogliamo che attorno a un’opera si crei uno spazio condiviso e che essa diventi occasione di discussione pubblica, partire dall’opera è la scelta più prudente, credo. (Mi rendo conto che il lettore non è tenuto a conoscere neppure le altre opere dell’autore – vedi sopra –; ma è tenuto a conoscere – ed è legittimo aspettarsi che conosca – le questioni relative al trattamento narrativo di Hitler? E la storia del Novecento? Ci sarebbe da discutere…) Se poi l’autore teorizza in pubblico, potremmo anche dire che si comporta in modo imprudente o improprio, senza per questo dir niente dell’opera, no?
2) credo che nel testo ci sia sempre più di quel che l’autore vi mette o è consapevole e sostiene di avervi messo. Questo perché ci sono tante zone oscure o automatiche in noi e perché i materiali che usiamo scrivendo hanno le loro voci, fanno parte di vecchi discorsi ecc.

Grazie della discussione!

da Giacomo il 24.03.08 11:08

caro giacomo, sicuramente i tuoi spunti di riflessione sono interessanti. come ti ho detto, però, a me di collocare "hitler" nel percorso poetico di genna non interessa. fores è vero che sarebbe meglio considerare il romanzo in quanto tale, tralasciando l'officina teorica, ma perché? se un autore ci lascia una sua opinione poetica riguardo la propria opera, è davvero SBAGLIATO prenderla in considerazione? mettiamola così: ho voluto fare una critica globale a romanzo+officina. mi sono sembrati fin da subito indissolubili. (in ogni caso, anche "hitler" preso da solo non mi sembra al riparo dalle critiche proposte).
quando poi scrivi: "ma [il lettore] è tenuto a conoscere – ed è legittimo aspettarsi che conosca – le questioni relative al trattamento narrativo di Hitler? E la storia del Novecento?" la mia risposta è: dipende dal lettore. qual è, per dirla con eco, il lettorea ideale di "hitler"? io credo che il lettore ideale di questo romanzo sia tenuto a conoscere alcuni snodi fondamentali della narrativa e della storia novecentesca. altrimenti rischia di fraintendere l'opera dell'autore, e di sopravvalutarla, o sottovalutarla. (ovvio che poi posso leggerlo in senso puramente grammaticale, oppure fregarmene della non-persona e di fenrir e godermi la biografia di hitler: ma inevitabilmente rimarrò in superficie).
saluti, g.

da giorgio fontana il 24.03.08 21:12

per completezza e onestà d'informazione, qui il controintervento di genna, appena pubblicato: http://www.giugenna.com/hitler_romanzo/il_romanzo_hitler_ancora_su_bo.html#044242.

da giorgio fontana il 31.03.08 11:58

Giorgio, intervento lucidissimo. Quanto alla farina filosofica: "L'essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere." Basta Parmenide per bloccare la pseudo estensione del concetto proposta da Genna? O c'è un epocale fraintendimento e GG intende essere per "essere umano", locuzione che filosoficamente non dovrebbe definire un individuo, ma tuttalpiù una ... ehm ... condizione?

da Paolo S il 31.03.08 13:03

1) per leggere qualcosa di vero e "giusto", e ovviamente sconvolgente, sul male assoluto e il nazismo, consiglio "In quelle tenebre" di Gitta Sereny, intervista-ricostruzione a Franz Stangl, il boia di Treblinka. Altro che palle!
2) il solenne epiteto di "non-persona", se avesse un senso che non ha e se non fosse un flatus vocis ontologico per pompare il libro, naturalmente si potrebbe applicare anche agli stupratori di bambini, ai sadici torturatori, ai violenti assoluti ecc. ecc.? Mi auguro di sì, vero? E tutte le carogne che vanno a fare turismo sessuale o che si gonfiano di coca e picchiano a sangue le loro ragazze... Sì, vero? Gran cielo, quante non-persone, anche e soprattutto in incognita! Io invece direi: persone sì, in pieno, e carogne maledette e da processare in una Norimberga quotidiana.
In sintesi: trovo che affermare che Hitler fu una non-persona sia una trombonata da salotto.
Vedo inoltre che è stato nominato Alan Moore e domando: ma quel lupo F. del cazzo (ops!) è lo stesso di quello che compare in "La voce del fuoco"?. Combinazione: la seconda volta in vita mia che lascio un commento in questo blog e la seconda volta che nomino Moore, senza fare apposta e vi assicuro che questo grande nome non è il mio mantra!

da lambertibocconi il 01.04.08 19:35




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