29.02.08

Prima esecuzione, Domenico Starnone

[in questo periodo ho continuato a leggere romanzi e testi che hanno come filo conduttore gli anni Settanta. Molti di questi testi non sono entrati nella stesura finale di Una tragedia negata. Ho pensato che potesse essere interessante mettere qui i miei appunti di lettura di alcuni di questi libri. dp.]

di Demetrio Paolin

Mentre andavo scrivendo e componendo Una tragedia negata, più volte mi sono sorpreso a pensare che fosse la materia, gli anni ’70 e il terrorismo rosso e nero, a non essere adatta al romanzo. L’unico modo di scrivere un libro su questo argomento, pensavo, era partire dal fallimento di tali forme. Poi un giorno ho comperato Prima Esecuzione di Starnone (Feltrinelli) e leggendolo ho avuto la conferma della sensazione che m’aveva accompagnato nella stesura del mio libro.
Nel testo di Starnone assistiamo ad un cortocircuito, che avviene a pagina 18, dove leggiamo

Decisi di introdurre un spazio bianco dopo “azione sovversiva”. Lo feci non perché sentissi il bisogno diciamo estetico, ma perché di quelle ultime righe ultime righe non ero contento. Le lessi, le rilessi, la scontentezza aumentò.

Il lettore, a questo punto del libro, avverte un piccolo fastidio.
Per 18 pagine si è abituato alla voce dell’io narrante, quella del burbero, ma onesto professor Stasi. Ha stretto con lui un patto narrativo, che l’ha fatto entrare nella storia.
Le vicende delle prime pagine del libro sono presto dette: Stasi viene a sapere che una sua ex-alunna, Nina, è stata coinvolta in una retata dove sono state arrestate persone legate alle Nuove Br. Telefona alcune volte a casa e cerca di parlare con lei. Dopo una iniziale ritrosia la ragazza accetta di vedere il suo vecchio professore, l’incontro non sarà privo ricadute: Nina coinvolgerà l’uomo nella sua scelta di lotta.
Una narrazione lineare, che in un certo senso c’aspettiamo con tanto d’incontro con un altro suo ex alunno Sellitto, che di lavoro fa l’investigatore, ma proprio a questo punto all’Io che narra si sovrappone l’Io che scrive: è importante notare che tale sovrapposizione scatta di fronte ai termini “azione sovversiva”, che svela il vero tema centrale del libro, la violenza.
Da pagina 18 il libro assume un nuovo interesse. Alla sviluppo della storia di Stasi, si mischia quella di Starnone che pensa a come scrivere il suo personaggio e che racconta il suo vivere quotidiano e come questo precipita nel testo narrativo. Come lettori, abbiamo davanti agli occhi la ben nota tensione tra il “fatto” e il “dir”; e su come ciò che accade entri nella scrittura tramite una necessaria riduzione. Un procedimento descritto perfettamente nell’intestazione della Vita Nova

In quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d'asemplare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia

Siamo qui nella dicotomia tra acutor e agens, che Contini aveva individuato in Dante, e che riveste una importanza centrale in tutti gli studi sull’autobiografia, memorialistica, diario.

Se l’Io si intromette così pesantemente nella narrazione, deve essere successo qualcosa di tremendo. Le narrazioni “memoriali” (termine contenitore che raccoglie da Le Memorie di Casanova a Se questo è un uomo, passando Kamikaze d’occidente e Gomorra) possiedono un fattore che travalica il divieto a parlare di sé..
Cosa è che fa saltare la proibizione nel libro di Starnone ?
La risposta è nello spazio bianco a pagina 18, che l’autore pone dopo le parole: azione sovversiva.

Prima esecuzione è appunto una fenomenologia della violenza, una riflessione su come si diventa violenti e su quale responsabilità noi abbiamo quando facciamo un gesto violento e su come questo gesto, al di là delle nostro intenzioni, diventi per altri motivo di sofferenza vera.
Come Starnone progetta il suo personaggio? Ecco un saggio delle sue descrizioni

Non è capace di concepire la saggezza delle vie di mezzo, ma non è un vecchio isterico, è colto, formula tesi estreme con tono sereno.

Per un po’ si era molto arrovellato sul tema della violenza. In seguito aveva concluso, ma senza enfasi – Stasi detestava l’enfasi -, che la violenza contro i proletari era tale che nessun cambiamento vero poteva darsi senza impugnare le armi. Si era messo allora a studiare per prepararsi alla rivoluzione sia con le parole che con l’azione e diventare intanto un uomo nuovo, gentile ma fermo, sprezzante coi forti, cordiale coi deboli.

Si potrebbe proseguire così per altri campioni nel libro, ma è lo stesso autore a rendersi conto che la descrizione è troppo semplicistica

Andai avanti così, scrivendo velocemente, ma mi annoiai presto. Ero generico […]. Ma quel tipo di esecuzione diligente non mi appassionava, mi sembrava uno svolgimento scolastico, preferivo formule sintetiche tipo: “gli unici atti di cui il professore si era sentito capace erano linguistici – vi consiglio di, vi prometto che – e anche quelli, in tutto l’arco della sua vita, erano rimasti quasi sempre senza effetto

A questo punto del racconto succede qualcosa, che chiarisce ancora meglio il tema della violenza. Starnone sta andando alla Rai per uno dei suoi vari impegni come scrittore. E’ sul bus, quando una persona incomincia a insultare con gravità una donna di colore.

Se valico la soglia del silenzio, sono come abbagliato da una luce rossa, un segnale d’allarme che più pulsa, più mi sospinge per strade senza ritorno. Successe che dissi all’uomo: “Stia zitto imbecille.” “Che cazzo vuoi.” “Chieda scusa alla signora.“ “Ma vaffanculo.” “Ma vaffanculo tu, tua madre e tua sorella, stronzo. Scendi e dille a me le cose che hai detto a quella donna.” M’accorsi che già lo stavo spingendo verso l’uscita, volevo scaraventarlo già appena si fossero aperte le porte e poi scendere anche io di corsa e afferrarlo alla gola per stringere forte e vedergli schizzare gli occhi dalle orbite. Mi ero dimenticato di me, di come ero.

Questo passo è lo snodo, il momento in cui l’hic et nunc del personaggio e quello dell’autore si confondono; e la storia s’apre ad una meditazione più profonda sul nostro essere animali sociali.

Cosa ci tiene insieme in una comunità, niente. Una comunità è attaccata con lo sputo. Una comunità è la memoria di qualcosa che ci ha contenuti e dalla quale non vogliamo prendere atto che ci siamo separati per sempre. E’ leggi distanti. Soprusi. Selve di avvocati, magistrati, poliziotti. Una concrezione della paura del caos, della morte. Ci sono affetti, a volte solidarietà, ma contano zero. Invece l’odio, quello sì che è robusto e taglia come un filo d’acciaio. La voglia di sangue, il suo lampo purpureo-pulsante. Volendo te ne nutri in qualsiasi momento.

Il fattaccio del bus agisce come “stimolante” per la storia di Stasi, che si imbarca in una vera e propria azione sovversiva. Gli viene affidato un compito: uccidere una persona.
E proprio mentre sta mettendo appunto questo ingaggio, che l’autore riceve una telefonata.
E’ la figlia dell’uomo che Starnone ha aggredito sul bus, chiede di parlagli. L’uomo inizialmente è restio, non vuole e, infine, acconsente. Nel dialogo la donna, che si chiama Mina, dice che suo padre si è ammalato di cancro e che lui, Starnone , ne è la causa. Quindi, per evitare altri guai, la donna chiede all’autore dei soldi, perché la famiglia dell’uomo sta sostenendo spese molto onerose.
Questo dialogo insinua una sorta di veleno, un tossico che si svilupperà per il resto del libro e che crescerà di pari passo con la storia del protagonista del romanzo, che arriva a fare una riflessione profonda e terribile sulla purezza e sulla violenza.
Il brano che riporto è molto lungo ma penso che sia centrale, perché io ci vedo – pur non avendo prove testuali – una elaborazione di quel sentimento di disagio, che lo scrittore ha vissuto dopo il colloquio con la figlia dell’uomo del bus
Lo scoppio d’ira di Starnone e la scelta di Stasi di prestarsi al gioco della sua ex-alunna sono legati, condividono quel sentimento oscuro che la Ortese diceva fosse il vero segreto da investigare nel raccontare gli anni ’70 e il fenomeno terrorista.

Perché? Perché lo facevo? Perché sapevo le ragioni per cui in tutta onestà, inseguendo una sorta di assoluta purezza, si può sparare a un uomo di buon mattino, mentre è ancora in pigiama., perché il suo senso della legalità non è il nostro, perché crede che la democrazia vada benissimo così e non debba essere forzata fino a diventare democrazia vera, perché insomma ritiene che il sistema vigente vada sempre e comunque difeso, mentre noi pensiamo che vada abbattuto, sì, sì, sì, abbattuto e cosparso di sale. La sua sorte [Stasi/Starnone sta raccontando la vicenda di Silvio, un amico d’infanzia, ucciso in un attentato] terribile m’aveva sconvolto, ricordavo una forte stretta di mano di ragazzo, il sorriso onesto. Ma pensavo anche, come penso ancora in questo momento, che un potere malvagio costringe a una vita indegna milioni e milioni d’essere umani e che il mondo che abbiamo è ingiusto e corrotto in ogni suo ganglio e che allora bisogna decidersi, o si insorge e quel potere malvagio lo si combatte sul serio, o si è complici, non siamo innocenti. Perciò per pochi secondi avevo sentito più mie le motivazioni del commando, che quelle del giovane che avevo conosciuto.

Tra questo lungo passo dove la voce narrante è Stasi e quello precedente dove a parlare è Starnone si possono ravviare profondi legami. In entrambi c’è un astratto senso di giustizia che porta alla violenza. Starnone che interviene per aiutare una donna di colore per difenderla dagli insulti di uno zotico. Dall’altra un professore, uomo colto, legittima un commando per l’uccisione di un uomo in nome di una giustizia più ampia, in nome di tutti gli sfruttati e i diseredati della terra.
Questi due passaggi saldano la violenza privata (personale) e quella sociale. L’autore mettendole in relazione ne ravvisa una profonda ragione comune, che lo porterà a narrare l’episodio del pullman come se accadesse a Stasi.
Una scelta che lo stesso autore boccia, perché la trama e lo sviluppo del romanzo sembrano refrattari a questo tipo sviluppo, poiché – verrebbe da dire – il fatto dell’autobus agisce già e profondamente nella vicenda.

La narrazione degli anni di piombo nel libro di Starnone , che inizialmente era servita come motore, perde interesse. Il vero nucleo del libro è vedere “come quando e perché” un uomo misurato e saggio diventa violento. E’ un esperimento, più che un romanzo, ed è logico che la vicenda narrativa, quindi, viri verso la beffa. E così, i due alunni del professore, Nina e Sellitto (un poliziotto) giocano a dadi con la vita del protagonista; scommettono che lui messo nella giusta situazione sarà pronto ad uccidere un uomo.
Una beffa, scommessa, che ha in sé qualcosa di luciferino.
E se la vicenda di Stasi finisce nell’amarezza di un uomo che viene sprofondato nel buio solo per gioco, il fatto del bus porta ad uno scioglimento tragico.
L’uomo dopo una lunga agonia è morto.
I figli vanno a casa di Starnone e gli suonano lui apre la porta.

“Mio padre è morto”. Non c’era evidentemente nessuna consegna per me, solo quella notizia. “Quando?” “Stamattina” “Mi dispiace.” L’altro uomo disse con un tono calmo: “Vorremmo che lo vedesse”. “Perché?” Indicò il suo compagno che mi guardava fisso, con occhi indagatori, come se volesse capire se ero proprio io: “A mio cognato farebbe piacere”. “Quando?” “Adesso.” Il figlio della persona che avevo aggredito intervenne di nuovo, ma questa volta strozzato da un sentimento non immediatamente definibile, commozione, ira: “Lei ha sbagliato, con mio padre. Deve vederlo adesso, ha la faccia dell’innocenza”. “Forse ho solo ecceduto” dissi, poi aggiunsi: “Ma vengo volentieri. Avviso mia moglie e prendo l’impermeabile”. I due si guardarono, l’uomo quieto disse: “Vada, aspettiamo qui”.
In questo finale della vicenda, gli uomini vanno da Starnone per chiedergli ragione del suo atto di violenza, l’autore, pur riconoscendo di non essere stato lui la causa di quel tumore, oscuramente sente la colpa, come se il suo atto di violenza avesse fatto germinare il male nell’uomo del autobus. La scelta, quindi, di andare a vedere il morto – senza dimenticare la parziale ammissione del “ho ecceduto” – è un gesto pienamente tragico, dove si riconosce la propria colpa e la si guarda in faccia. *

[I materiali aggiuntivi a Una tragedia negata]
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Pubblicato da Demetrio Paolin il 29.02.08 15:38

COMMENTI

Una riflessione sulla violenza finisce sempre per innescare il meccanismo del senso di colpa. Lo stesso che trovo nell'ultimo libro che ho (ri)letto, No Country for Old Men.
Ciao.
P.

da Paolo il 01.03.08 14:33




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