16.02.08

Il totem del lupo, di Jian Rong

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di Ramona

Ero una bambina di 6 o 7 anni. Vedevo i lupi da vicino. Loro in gabbia nella “Villa Comunale” di Lecce, io a scrutarli di fuori. Provai da subito un gran rispetto e una pena intensa.
I lupi erano sempre inquieti, andavano avanti e indietro incessantemente nel poco spazio a disposizione. Dopo qualche tempo, tuttavia, languirono nell’inedia. Ricordo, è indelebile, l’odore forte, insostenibile. Da non poter starci vicino. Pensai fosse odore di selvatico, anche se non avevo mai sentito prima l’odore di selvatico.
Passavo molto tempo a guardare i lupi, quando i grandi mi portavano alla “Villa”.
Mi fu detto che una lupa sotto il leccio era il simbolo della città, e in effetti lo avevo visto, sul selciato in piazza, lo stemma cittadino. Ma non mi pareva che l’animale stilizzato somigliasse molto ai lupi veri.
Quel pelo arruffato, quegli occhi che non sembravano mai spenti, neppure nella forzata inattività, quell’odore pungente, erano tutta un’altra cosa.

Ero bambina, ma pensavo ci fosse qualcosa di stonato nella gabbia. Mancava la libertà, lo spazio, la possibilità di correre e decidere e lottare. Un lupo non è un cane, pensavo, non avrebbe mai giocato con me e non mi sognavo neppure di poterlo portare al guinzaglio. Un lupo è un lupo, diceva la mia saggezza infantile infarcita di fiabe: hai presente quello che mangia la nonna in Cappuccetto Rosso?...
Uno alla volta i lupi sparirono. Per ultima una lupa malandata, avvilita, depressa. Non ho mai saputo che fine abbiano fatto.

Il lupo è un animale misterioso.

A scuola mi spiegarono che, tanto tempo fa, una lupa aveva allevato due gemellini appena nati, figli di un dio e di una donna, discendenti da un mito. Insieme al latte la bestia infuse loro il coraggio, la forza, la voglia di vincere della sua razza. Tanto che dai gemelli nacque un impero. La cosa m’impressionò, perché avevo visto da vicino quell’animale e non mi era difficile immaginare che la leggenda non fosse poi del tutto tale, ma contenesse un fondo di verità.
Se non ci fosse stata la lupa, Roma sarebbe mai nata?

Il lupo è un animale straordinario.

Qualche anno fa feci di un lupo il protagonista di un racconto. Versai lacrime nello scriverlo. E il racconto, lieve e possibilista, vinse un concorso.

Il lupo è un animale magico.

Con queste premesse, quando mi sono imbattuta in un libro intitolato Il totem del lupo, non ho potuto resistere.

Il lupo è un animale irresistibile.

Parliamo del romanzo.
Uscito in Italia nel 2006 con Mondadori, Il totem del lupo già da un paio di anni era un caso editoriale in Cina, ed in un certo senso anche un caso politico.
L’autore si firma con lo pseudonimo di Jian Rong, ma la sua identità non è rimasta segreta a lungo nell’ambiente. Si tratta di un intellettuale dissidente cinese, che ha impiegato circa trent’anni a scrivere questo suo primo romanzo, autobiografico.
Protagonisti: la Mongolia Interna, un ragazzo cinese, i lupi e la prateria mongola. Ambientazione insolita per noi occidentali, che in genere di quei luoghi non conosciamo molto, ma che alla fine, leggendone, ne restiamo stregati.
In sintesi, un ragazzo cinese ed altri “giovani intellettuali”, ossia studenti, come lui, vengono inviati, durante la rivoluzione culturale cinese degli anni Sessanta, nelle terre di confine, lontani da Pechino. La ragione ufficiale è quella di interagire con le popolazioni di etnia diversa e portare la cultura cinese anche tra quelle lande, per una politica di avvicinamento e di fusione con le minoranze. In realtà alcuni di loro hanno in famiglia dei dissidenti o “reazionari” che danno fastidio al governo. Meglio spedire i rampolli lontano dalle cattive influenze, fino a che sono gestibili.

Accade l’imprevedibile per il giovane Chen Zhen e alcuni dei suoi amici. S’innamorano perdutamente della prateria e della vita che il popolo dei mongoli vi conduce. Una vita dura, fatta di nomadismo e pastorizia, di allevamento, di tradizioni secolari rimaste immutate nel tempo. Una vita che, se segue le regole della natura, si adatta ad essa senza mai stravolgerla.

Un ruolo fondamentale in tutto questo lo gioca il lupo.
Tradizionale nemico del contadino cinese, che nel romanzo viene paragonato ad una pecora, il lupo è invece per il popolo di allevatori della Mongolia un autentico totem, un simbolo da combattere sì, lealmente, ma soprattutto da rispettare.
Chen Zhen non ci mette molto a vincere la paura radicata da secoli nella pacifica anima cinese (che, ricordiamolo, per totem ha il drago). Da subito resta affascinato da questo animale e cerca di studiarlo, di comprenderlo.

Il lupo è il vero regolatore dell’equilibrio ecologico della prateria. Predatore, elimina gli erbivori in eccesso che altrimenti distruggerebbero i pascoli naturali, e lo stesso fa con i roditori, altrettanto pericolosi consumatori di semi preziosi .
Il lupo funge da spazzino, facendo piazza pulita delle carcasse di animali, morti magari per altri motivi, impedendo il diffondersi di epidemie.
Il lupo, senza tanti complimenti, si prodiga anche come becchino. I mongoli infatti affidano i defunti alle sue zanne, per permettere loro di salire in cielo. Curioso funerale: il morto viene messo su un carro aperto lanciato al galoppo fino a che viene sbalzato di bordo. Il corpo viene lasciato lì dove cade, con la speranza che i lupi ne divorino presto i resti, garantendogli così l’ascesa al cielo. Il lupo è infatti il prediletto dal Tegger, il Cielo degli antenati, il suo spirito è lo stesso spirito del Cielo e i mongoli sanno che lì farà ritorno. C’è chi giura di averlo visto volare fin lassù, e tutti ci credono. È una spiritualità intensa e materiale quella dei mongoli.
Il lupo è uno stratega perfetto. Cambia tattica di guerra a seconda delle circostanze, non si ripete e impara con l’esperienza.
Il lupo è un animale dal forte spirito di gruppo, si prende cura dei deboli, sa sacrificarsi per la famiglia, ama i suoi cuccioli allo spasimo, confidando in essi per la propria sopravvivenza nel futuro.
Il lupo ha un capo forte, carismatico e intelligente, una vera guida illuminata cui gli altri obbediscono ciecamente.

C’è molto da imparare osservando i lupi. E Chen Zhen decide di catturare un cucciolo per studiarne le caratteristiche selvagge. Scelta contestata come fosse sacrilegio dai mongoli che ospitano il ragazzo, e contro la loro disapprovazione Chen Zhen deve lavorare di pazienza. Anche il vecchio Bileg, il saggio pastore che lo ha adottato come un figlio, ne resta offeso, ma alla fine non lo contrasta.
E il Lupetto, come lo chiamerà Chen Zhen fino all’ultimo, arriva, catturato quando non ha ancora aperto gli occhi. Dividerà alcuni mesi con il giovane, che ne resta stregato e finisce, anche senza volerlo, per fargli quel male che pure aveva cercato di evitargli.
Non si può domare un lupo. È lui che domina, sempre e comunque, anche quando è in cattività.

Il romanzo è molto lungo, e non parla solo di lupi. È un concentrato di biologia, di storia, di sociologia, di filosofia, di politica. È una finestra sull’Oriente, sulle sue tradizioni millenarie e sulle scelte politiche di un’epoca che ha segnato la Storia. A volte incomprensibili i riferimenti storici e leggendari, per noi, che dei mongoli conosciamo solo la furia di Gengis Khan e non il suo genio di condottiero, e ignoriamo completamente la quasi totalità delle complesse genealogie ed etnie cinesi.
Dunque un libro istruttivo, per chi vuole conoscere un altro mondo, altre culture.
E pazienza per le dissertazioni intellettuali disseminate qua e là, non sempre avvincenti...
E pazienza se ci s’impantana ogni tanto e il ritmo narrativo rallenta. Del resto può succedere quando il racconto è lungo oltre 600 pagine. In fondo, viviamo lo stesso ritmo lento della prateria…
E pazienza anche se anche la traduzione, specie nella prima parte del libro (anzi, direi "solo" nella prima parte del libro), appare ogni tanto un po’ sciatta e perfino ingenua… immagino che non sia facile tradurre il cinese….

Ciò che è piaciuto a me, e molto, è il lupo.
Il lupo che quando lo leggo in queste pagine non lo vedo nella stupida gabbia di una cittadina pugliese, ma in uno dei suoi habitat naturali, in questo caso la prateria mongola, contesa da sempre all’uomo.
La sfida per la supremazia affina in entrambi l’intelligenza e la forza, l’istinto e la ragione. Il lupo ne esce dipinto con amore e rispetto per tutto quello che esso è, e perfino la sua ferocia, si scopre, ha una ragione d’essere.
Il signore della prateria, il totem dei mongoli.
Costretto a difendersi dall’uomo, che teme, eppure capace di vendette e di astuzia, di indiscussa ed efficace strategia militare.
È da brivido la scena in cui un branco di lupi riesce a uccidere “per vendetta” almeno 80 cavalli, i migliori tra quelli che i mongoli allevano per il governo.
Sembra di essere presenti con il cuore in gola, tanto è ben raccontata, anche in un’altra epica battaglia fra gli uomini e i lupi. E francamente non si sa per chi fare il tifo.

Indomabile, necessario, immaginifico lupo.

“La storia del mondo non sarebbe stata la stessa senza i lupi” si dicono i giovani intellettuali già a pagina 278, e a quel punto abbiamo abbastanza elementi per esserne convinti pure noi.
No, il lupo non ha niente a che vedere con il cane, che muove la coda e implora una carezza. L’esperimento di Chen Zhen di crescere il cucciolo lo dimostrerà.

Il lupo è uno spirito libero.

Il rapporto del giovane con il Lupetto è fra le cose più belle descritte nel romanzo, diverte, coinvolge e commuove.
Le scoperte del cucciolo, che non ha mai visto i suoi simili (ricordiamo che quando è stato tolto alla madre aveva ancora gli occhi chiusi) ci appassionano, ma dimostrano anche che l’istinto è scritto nel DNA. È con l’istinto che il Lupetto scopre, dopo buffi tentativi, di essere capace di ululare, la rivelazione meraviglia lui per primo, e riempie di orgoglio e tenerezza noi che leggiamo. Ma induce allo sconcerto gli altri lupi, che nei millenni, a memoria, non avevano mai udito di uno di loro cresciuto fra uomini e pecore. Non può essere.

Tanti altri episodi faranno capire a Chen Zhen quanto grande sia stata la sua presunzione, e nonostante il Lupetto cresciuto in cattività riveli alcuni gesti decisamente amichevoli nei confronti dell’uomo che lo ha nutrito, la sua natura è, e deve restare, la libertà assoluta. Il Lupetto non sarà mai un cane. Il Lupetto non sarà mai lupo fra i lupi.

Il lupo è leggenda.


Qui, il bellissimo book-trailer.


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Pubblicato da Ramona il 16.02.08 17:45

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