Maestri dell’altro mondo, 9/ Ts’ao Hsueh-Ch’in, Il sogno della camera rossa

“Brama, desio, spasimo, struggimento,
tutta illusione! A che serve il cimento?”
Il sogno della camera rossa è considerato il più grande romanzo cinese. 700 pagine fitte nella traduzione italiana, in cui si affollano 448 personaggi, dicono quelli che li hanno contati (qualcun altro dice 700), tutti ben individualizzati e legati da relazioni ricostruite minuziosamente.
Lu Hsun ne parla come di “una gemma della letteratura cinese”. E dice che “La più grande virtù del suo autore è che egli osa descrivere realisticamente la vita, senza usar sotterfugi. Ogni persona del libro è reale ed il romanzo determina una svolta nell’arte della narrativa in Cina”.
E il sinologo francese Paul Demiéville: “Non c’è un grande nome della nostra letteratura romanzesca a cui il Sogno della camera rossa non faccia pensare”.
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Difatti ne Il sogno della camera rossa abbiamo, come ne I Buddenbrok di Thomas Mann, la decadenza di una grande famiglia, esemplificata nella personalità disturbata del rampollo Pao-Yu.
Questi ha tratti straordinariamente moderni, che richiamano quelli dei personaggi dostojevskiani, a partire dal principe Myskin de L'idiota: sensibile e ricco di doni dello spirito, è poco interessato alle attività pratiche e soffre di crisi che somigliano molto ad attacchi epilettici.
Per certi aspetti possiamo accostare Pao-Yu alla figura di Amleto. Come il principe danese è una personalità malinconica, lunatica, altalenante nei propositi e tra i propositi e la realizzazione. La consapevolezza blocca la sua natura degradata e lo porta a una introversione che, mentre acuisce la sua sensibilità, sempre più lo isola e accentua il suo male.
Pao-Yu richiama anche un giovane Don Giovanni, per il suo essere inguaribilmente attratto dalle donne, da tutte le donne giovani e belle che transitano nelle sue vicinanze, favorito anche dai ruoli che uomo e donna hanno all’interno nella società cinese dell’epoca e in particolare dalla sua condizione di giovin signore.
Si fa anche il nome di Tolstoj per la capacità dell’autore di dominare una materia così vasta e creare un romanzo-mondo. Proust è evocato invece per la perizia con cui la scrittura di Ts’ao Hsueh-Ch’in sa ricreare emozioni e sensazioni, far vivere sulla pagina il fascino della bellezza femminile e di incontri che risvegliano presentimenti, nonché per la straordinaria analisi dei sentimenti amorosi di Pao-Yu e delle due cugine, che ricordano da vicino le pagine sugli amori e la gelosia ne Alla ricerca del tempo perduto.
Illuminante è anche l’accostamento di Pietro Citati tra Ts’ao Hsueh-Ch’in e Anton Cecov, per la finissima sensibilità di ambedue gli scrittori nel cogliere le malinconie e le crisi di un mondo in declino.
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Non conosco se non frammentariamente la letteratura, così come la storia e la civiltà cinese. Non so perciò se sia pertinente qualche corrispondenza che mi sembra di cogliere tra opere cinesi e sviluppi culturali europei. Ad esempio, il cinquecentesco Chin p’ing Mei mi pare in sintonia con il nostro Rinascimento, dominato com’è dall’attivismo erotico-economico del protagonista Hsi-Men.
Similmente il settecentesco Sogno della camera rossa ha più di un punto di contatto con il nostro Settecento: ad esempio l’interesse per l’arte di comporre i giardini, nell’Europa del Settecento e nella Critica del giudizio kantiana inclusa fra le arti propriamente dette, e amata da Goethe e dai personaggi de Le affinità elettive. Come anche il gusto per le cerimonie e le fetes galantes: anche qui, come nei quadri di Watteau, scintillano rossetti e ombrelli e s’agitano ventagli e profumi. Mentre passatempi, scherzi e conversazioni affabili richiamano le pagine di Jane Austen.
Altro elemento sorprendente, per me, è il rapporto conflittivo tra Pao-Yu e il padre, messer Chen. Padre e figlio non perdono occasione per sfidarsi, messer Chen anche con punizioni corporali che umiliano il figlio, Pao-Yu spostando il terreno del conflitto su dispute intellettuali nelle quali spesso ha la meglio. La madre è distante, tanto che l’attaccamento del figlio alle compagnie femminili pare una sorta di compensazione. Anche in questo caso mi domando se è legittima la considerazione che il complesso di Edipo non è solo occidentale – o se è un’indebita trasposizione alla situazione cinese di categorie occidentali.
Un altro elemento che mi s’impone come lettore europeo è il trattamento del tempo e degli eventi. E qui non ho dubbi: la narrazione si sviluppa con un tempo diverso da quello occidentale, non teso come un fiume al raggiungimento di una meta. Il tempo qui è un lago tranquillo.
Per centinaia di pagine sembra che non succeda niente. Si susseguono banchetti e portate, nascite e morti, visite e passeggiate, litigi familiari, collere e rappacificazioni, malattie e convalescenze, medicine e magie, trattative per ottenere favori o avanzamenti di grado, spostamenti di simpatie; attenzioni, malintesi, gelosie tra Pao-Yu e Gioia Azzurra.
Ma improvvisamente ci sono accelerazioni che imprimono una svolta, o, più semplicemente, eventi che svelano quanto andava maturando.
A metà libro mi accorgo infatti che qualcosa succede. Giorni e giorni di vita con loro mi hanno fatto entrare nella mente e nel cuore dei personaggi, cosicché vivo e sento con loro. Gli eventi quotidiani che li preoccupano diventano significativi anche per me, nel presente qualcosa accade, la cronaca di fatti diventa la storia di una famiglia che si dispiega in tutta la grandiosità della sua concezione.
Via via che mi addentro nelle loro vite, scopro intrighi e passioni, e gli accadimenti quotidiani non mi paiono più cose da poco. Com’è nella nostra vita, trepido per un incontro, una rivelazione, un oggetto smarrito o donato, un’incognita, un segno di buono o di cattivo augurio.
Finché inavvertitamente mi trovo precipitato in maneggi, tradimenti e bassezze senza fine. Il personale di servizio non è più fidato e impigrisce trascurando gli impegni per dedicarsi a passatempi oziosi e truffe, le feste un tempo piacevoli adesso sono solo motivo di fastidio, le casse sono vuote, i vecchi gioielli impegnati. Forse per effetto di un accumulo di cattive azioni e intenzioni.
La decadenza della famiglia trova una raffigurazione potente nel degrado del parco e del palazzo. “Si giunse al punto che bastava il semplice fruscio degli alberi nel vento notturno o il grido lontano delle gru per fare tremare gli abitanti dei due palazzi e far loro udire voci di spiriti nell’aria. I servi addetti al parco non osavano più metterci piede nemmeno di giorno; e ad uno ad uno, con questo o quel pretesto, abbandonarono lo scomodo impiego. Infine le porte del parco furono saldamente chiuse e sprangate per non venir aperte mai più. Si lasciarono così deteriorare e cadere in rovina tutti i bei chioschi e i leggiadri padiglioni, che divennero dimora di sorci, pipistrelli e altri animali notturni”.
Finché pare che anche l’onorabilità della famiglia sia in pericolo: “Il principe Chen e suo figlio Chia Jung arrestati e trascinati via per ordine del principe Tal dei Tali! La principessa e le sue donne rinchiuse dagli sgherri della polizia in stanze vuote! Ihih! Tutta la distintissima banda rinchiusa come cani e porci! L’arredamento saccheggiato o fatto a pezzi!”.
Il motivo? “Gli si rimproverano orge di giocatori, in casa sua, cui egli avrebbe indotto a partecipare giovani nobili da lui traviati. Ma questo è il meno. E’ più grave la seconda accusa, di aver costretto con la forza al concubinaggio fanciulle di buona famiglia, maltrattandole poi sino a farle morire… I censori si fondano sulla testimonianza dell’ex fidanzato della seconda Yu, quel giocatore e perdigiorno di Chang Hua; e su quella del vostro antico servo… il prefetto di P’ing-an chou… d’accordo con una cricca corrotta d’influenti personalità della capitale, avrebbe violato la giustizia per denaro”.
E Messer Cheng lo proclama: “E’ la fine, è la fine! Chi avrebbe mai pensato che il nostro superbo lignaggio sarebbe sprofondato in questo modo nel lurido fango!”. E intanto arrivano notizie di battaglie alla periferia dell’impero, si dice che certe regioni non sono sicure perché infestate dai banditi, e a me pare che la rovina non riguardi solo il microcosmo della famiglia Chia, ma che con essa muoia tutta un’epoca, una classe dominante, la cultura confuciana del rispetto della disciplina e della tradizione con cui essa s’identifica.
La vicenda si allarga ancora, coinvolgendo, oltre la società, anche cielo e terra, la natura e il destino dell’uomo. Due monaci, uno buddista e uno taoista, appaiono nei momenti di svolta della storia come inviati da un altro mondo. Lo stesso da cui arrivano strane rivelazioni nei sogni di Pao-Yu, che ci fanno dubitare se la vita vera sia il sogno, come nel celebre sogno di Chuang-Tzu: “Una volta Chuang-Tzu sognò d'essere una farfalla: era una farfalla perfettamente felice, che si dilettava di seguire il proprio capriccio. Non sapeva d'essere Tzu. Improvvisamente si destò e allora fu Tzu, gravato dalla forma. Non sapeva se era Tzu che aveva sognato d'essere una farfalla o una farfalla che sognava d'essere Tzu” (Chuang-Tzu).
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L’alternativa tra due diverse concezioni del mondo, quella confuciana e quella buddista-taoista, adesso emerge potentemente. A Pao-Yu era stato consigliato che “studiasse piuttosto la filosofia pratica di un Confucio e di antichi maestri, quali Yao, Shun, Yu e Ch’en T’ang; si ricordasse il primo comandamento dell’umana civiltà, il dovere e la pietà filiale; ed esaudisse le legittime aspirazioni del padre con una buona prova nell’imminente esame di Stato.”.
Ma egli è di tutt’altro avviso, “le sventure susseguitesi negli ultimi tempi gli avevan dimostrato sempre più chiaramente la futilità e la vanità di questo mondo caduco. La sua riserva di lacrime era esaurita; egli era stanco, il suo cuore anelava a riposare, a liberarsi dal tormento delle infinite contraddizioni insite nei sentimenti umani. Non sentir più nulla! Avrebbe desiderato esser di legno o di pietra. E sempre più s’immergeva nelle teorie di negazione e di rinuncia di Chuang Tzu… Pao-Yu vedeva con orrore levarsi lo spettro dell’imminente esame paterno e, a maggior distanza, quello ancor più minaccioso dell’esame di Stato. Il sogno della sua giovinezza stava per finire. L’odiato mondo degli uomini, con i suoi contrasti brutali, le sue volgari ambizioni, l’abietta caccia agli uffici, quel mondo abominevole di ragione e morale prosaica, doveva proprio diventare il suo? Tutto il suo essere vi si ribellava.”.
Pao-Yu supera brillantemente l’esame di Stato e mostra le sue qualità, ma sceglie di abbandonare il mondo degli uomini. Lui, il più debole della sua famiglia, giganteggia nella sua ultima apparizione, mentre, piccolo piccolo per la distanza, dà l’addio al padre, al paradiso terrestre della casa dov’è vissuto, all’infanzia, al mondo… Prima di svanire per sempre, come uno dei sogni raccontati nel libro…
“Messer Cheng… alzò gli occhi per riflettere un istante. In quel momento gli parve che sulla riva, presso la prua della nave, contro i fiocchi di neve si stagliava una figura umana: immobile, a testa scoperta, vestita di una tonaca di ruvido pelo di scimmia rosso-bruno. Ed ecco che quella figura piegò le ginocchia di fronte a Messer Cheng, battendo solennemente la fronte al suolo. Per quattro volte affondò la fronte nella neve. Messer Cheng balzò in piedi e varcò di corsa la passerella, scendendo a riva. S’accostò allo strano forestiero, che stava immobile al suo posto, per domandargli chi fosse e dove andasse. E già alzava le mani incrociate all’altezza del petto per rispondere al suo saluto. Quando, osservandolo più attentamente, lo riconobbe: era Pao-Yu!
- Sei tu, Pao-Yu! – esclamò sorpreso.
L’altro restò muto. La sua fisionomia esprimeva una gioia mista a rammarico.
- Se tu sei Pao-Yu, come mai vieni qui con quell’abito? – proseguì Messer Cheng.
L’altro parve voler rispondere, ma non ci riuscì: a un tratto gli furono ai lati due monaci; l’uno era un servo di Budda, l’altro un discepolo del Tao… Messer Cheng li vide allontanarsi tutti e tre, scivolando lievi sulla scarpata. Incurante del terreno sdrucciolevole, egli li rincorse, ma non poté raggiungerli!”.
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Dopo averlo letto, non posso che ripetere per Ts’ao Hsueh-Ch’in quanto Robert Walser ha detto di Dickens: “Sono disfatto, distrutto e annichilito e in ogni momento posso attaccare al chiodo la mia professione di scrittore” (Ritratti di scrittori). E parafrasando Walser, posso dire: “Chi non ha ancora letto Ts’ao Hsueh-Ch’in merita le mie felicitazioni, perché lo attendono delizie inaudite. Coloro che leggono Ts’ao Hsueh-Ch’in, in verità imparano a conoscere una delle gioie più grandi”.
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Pubblicato da Giorgio Morale il 15.12.07 00:12