20.12.07

La sposa liberata, di Abraham Yehoshua

di Ezio Tarantino

yehoshua_sposa.jpgLo dico subito e senza cautele (omettendo quindi il classico "secondo me"): il più grande merito della scrittura di Abraham Yehoshua è la capacità di rapire il lettore e calarlo in un universo parallelo ricchissimo di dettagli, di una quotidianità vivida e subito familiare; di renderlo complice, amico, almeno per un pezzo di strada, del viaggio dei suoi personaggi, del loro destino confuso, avvincente, tragico.
Leggere romanzi di Yehoshua mi fa sempre la stessa impressione: di potermi riconciliare con la forma-romanzo pura e semplice, perfetta, ancorata perfettamente alla sua vocazione di suscitare meraviglia, passione.
Ma questo non è sufficiente. La grandezza di Yehoshua risiede anche nella tensione generosa e sincera, priva di falsi moralismi o ideologismi o complessi di inferiorità, verso l’oggetto della sua narrazione.La sua tensione verso la comprensione dell’altro (l’arabo, nel suo caso) non fa sconti alla rivendicazione della propria identità. E non c’è calcolo, non c’è secondo fine: c’è solo la grande rappresentazione classica di forze antagoniste e compromesse in una necessità unica: quella del racconto. La grandezza di Yehoshua sta nel non retrocedere di un millimetro dalla sua vocazione di romanziere: di colui, cioè, che ama i suoi personaggi. Tutti. La sua è l’arte della tregua imposta dall’universale funzione palingenetica dell’arte.

Scritto in un modo ironico e avvincente, riuscendo a mantenere sempre alta la tensione narrativa, per esempio con continui passaggi dalla terza alla prima, e alla seconda persona come se il testo fosse una partitura all’interno della quale si avvicendano tempi e ritmi dei diversi movimenti, La sposa liberata (2002) racconta l’intrecciarsi di due mondi, divisi e annodati dalla tenacia di Rivlin, professore ebreo di storia dell’Algeria, ultracinquantenne disincantato e ipocondriaco, ossessivamente alla ricerca di ragioni e verità. Sul piano personale non si dà pace nel cercare di capire le ragioni che hanno portato il figlio a divorziare dalla moglie, ormai cinque anni prima. Su un altro piano (che sarebbe fuorviante definire "politico" o professionale) la sua vita è una continua tensione appassionata verso il vicino scomodo, incompreso, affascinante, irritante.
Rivlin, al contrario dei suoi giovani, ineffabili colleghi del dipartimento di storia dell’Università di Haifa, un microcosmo languido nelle sue svogliate ritualità levantine, è l’architetto di un ponte impossibile fra arabi ed ebrei. Attraverso la sua innominabile paura di non farcela e la sua simpatica debolezza, Yehoshua sembra volersi rifiutare, disperatamente, di accettare il destino di odio e di divisione cui i due popoli sembrano essere irreversibilmente condannati.
"Siamo due spiriti che dimorano in un corpo / se dunque vedi me vedi Lui / e se vedi Lui vedi noi… Il tuo spirito si è mischiato col mio / come il vino con l’acqua pura", recita una poesia di un poeta mistico arabo vissuto intorno all’anno mille, letta durante un reading multiculturale che si tiene a Ramallah, luogo simbolico come pochi altri, ma còlto, si può dire, alla vigilia della sua tragica fama, prima che tutto precipitasse (la storia si svolge l’ultimo anno del secolo scorso).

Tuttavia, se come padre si intestardisce a penetrare i segreti del figlio e come storico è ossessionato dal capire il passato, in entrambi i casi Rivilin deve sperimentare un totale fallimento, come se le sue ricerche non possano essergli utili per decifrare la realtà che lo circonda (e in tema di pronostici, Rivlin, con un’ironia molto più disperata di quanto non possa sembrare, liquida la questione israeliana associandola alle condizioni atmosferiche e alla scarse capacità dei meteorologi di azzeccare le previsioni di tempo: "se si fossero avverate tutte le previsioni di precipitazioni nevose degli ultimi anni, da tempo [Israele] sarebbe stata considerata la Svizzera del medio oriente e non la sua disgrazia").

Ma ciononostante i suoi sforzi di accettare la sfida della novità lo attrae come un magnete potentissimo e benigno.
Certo, la società israeliana descritta da Yehoshua è avanzata, borghese e soddisfatta di sé; la simpaticissima moglie di Rivlin è un giudice, i loro amici appartengono al mondo universitario, il loro è un mondo totalmente laicizzato nel quale l’aspetto religioso è del tutto marginale, dove il sabato è vissuto come una insopportabile parentesi che riduce gli abitanti di Gerusalemme, "esausti dopo una giornata di riposo casalingo". Gli arabi, al contrario, sono tutti di estrazione rurale e per quanto sforzi facciano non sembra che possano emanciparsi mai. L’aporia arabo-israeliana sta nell’impossibilità ontologica di una integrazione (di chi verso chi?), di una emancipazione, di una estensione di diritti a tutti, senza distinzione di razza, credo religioso e politico.
Tuttavia Rivlin si lascia condurre docile e curioso attraverso lunghissimi onirici pellegrinaggi durante le notti dionisiache del tempo di Ramadan, guidato da Rashed, un giovane arabo tuttofare, furbo e intelligente che lo accompagna per i villaggi dei Territori ad ascoltare una misteriosa cantante cristiana libanese che conclude le sue estatiche esibizioni con melodrammatici svenimenti, fino a fargli scoprire che "è possibile violare certi limiti e inoltrarsi in territori sconosciuti senza per questo perdere gli antichi amori. Si può scomparire in un letto completamente estraneo e risvegliarsi più saggi e arricchiti."

Passano le stagioni, il caldo di una tiepida fine estate, poi la neve. Mentre la tragedia, nella sua forma forse più paradossale irrompe nella storia di Rashed che non riesce ad aiutare come vorrebbe la sorella, nata in Israele, e trasferitasi poi nei Territori, a tornare a vivere in Israele da cittadina israeliana (!) con i suoi figli perché le leggi israeliane non glielo consentono, la vicenda borghese e sentimentale (decadente?) di Rivlin non ha soluzione, visto che non riuscirà a venire a capo della mal d’amore del figlio, né dei suoi segreti; di cui Yehoshua ci mette a parte con una lieve discrezione, come se dovesse portare un certo riguardo al suo protagonista, che resterà a bocca asciutta fino alla fine, anticipando un parte del mistero poco prima della metà del libro, in una lettera che il figlio scrive alla madre, senza spedirla; e alla fine, nella confessione liberatoria della ex moglie che accetta di riconoscere le colpe proprie e quelle di suo padre (il vero responsabile del loro divorzio) alla vigilia di partorire il figlio del suo secondo (poco amato) marito.
Il terribile segreto che ha sconquassato la famiglia agisce come una macchia della coscienza ebraica, una violazione intima e oscena, un peccato archetipico che coinvolge metaforicamente forse addirittura il rapporto fra Dio e il suo popolo eletto. Ma da questo segreto i due ragazzi troveranno il modo di costruire un futuro. Rivlin, lo studioso, no.
Il libro si interrompe a un tratto con la liberazione della sposa dal suo segreto, un atto di crescita, di autonomia, di accettazione della vita, ma potrebbe continuare. Tale è la familiarità che dopo quasi 600 pagine si prova per i personaggi del libro, divenuti nel frattempo come parenti lontani della privata diaspora dei lettori.

Un’intervista del 2003 nella quale Yehoshua parla anche de La sposa liberata.

Tutti i libri in Bottega

Pubblicato da Ezio il 20.12.07 20:33

COMMENTI

Ezio, secondo me tu hai un talento critico fuori dal comune. E lo dico a ragion veduta: ho letto il romanzo di cui parli (l'ho letto qualche anno fa, e l'ho amato moltissimo) e trovo le tue osservazioni di un acume straordinario.

da Gaja il 21.12.07 12:39

Ezio, ho letto due libri di Yehoshoua. Non questo. Ma "L'amante" si potrebbe benissimo trasfigurare nelle tue parole. Credo che quando avrò un periodo di tempo libero mi leggerò anche questo. In fin dei conti L'Amante e Il responsabile delle risorse umane non mi hanno deluso affatto. E sono veramente curioso di leggere i suoi racconti, quelli si.

da matteo il 22.12.07 17:21

anche io ho letto L'Amante,e poi i racconti. Amo molto la scrittura di questo autore. Tanto che, e soprattutto dopo questo post, La sposa Liberata sarà uno dei miei prossimi (e numerosi, ahimè!) acquisti...

da ramona il 23.12.07 12:48

Leggete anche, o soprattutto, Un divorzio tardivo. Bellissimo.
Ciao!
ezio

da ezio il 23.12.07 16:48




Vuoi salvare i dati?

: