17.12.07

Come un killer sotto il sole, di Bruce Springsteen, a cura di Leonardo Colombati

di Gaja Cenciarelli

Il Grande Romanzo AmericanoLa mia lettura e la mia analisi di questo libro sono state caratterizzate da due episodi di serendipità. Ne parlerò più avanti, nel prosieguo del discorso. A ogni modo a me è risultato evidente che Come un killer sotto il sole è un libro cinematografico. Mi spiego.
Quando ho saputo che Morricone avrebbe scritto l’introduzione di questo libro l’entusiasmo e la sorpresa iniziali hanno lasciato il posto a un «Ma certo, chi altri?». Morricone è, insieme a Bruce Springsteen, uno dei tre nomi che sono in grado di scardinare ogni mia difesa (ammesso che di difesa ci sia bisogno quando si ascolta musica: ma forse sarebbe meglio parlare di diffidenza, o di raziocinio), il terzo è Leonard Cohen. Dopo il primo momento di sorpresa ho quindi pensato che “great minds think alike”. Morricone ha scritto alcune tra le musiche più belle per il cinema, una su tutti: la colonna sonora di C’era una volta in America. Brani che ho avuto occasione di ascoltare e riascoltare per via del romanzo che sto scrivendo (di cui, per l’appunto, la musica di Morricone costituisce il leitmotiv) e che, secondo me, sono un film nel film, un racconto nel racconto.

A sostegno di tale affermazione – e questo è il primo caso di serendipità – è arrivata l’intervista a Nicola Piovani che qualche sera fa ho ascoltato per caso. Piovani sosteneva che le colonne sonore sono un po’ la parte inconscia dei film: non devono per forza essere legate a filo doppio alle immagini che commentano, anzi. Le colonne sonore più valide, quelle dotate di vita propria, di una forte personalità conquistano, con il tempo, autonomia e indipendenza rispetto al film per cui erano state create. In un certo senso fanno cantare le immagini: la colonna sonora deve raccontare l’invisibile, “tradurre” in suoni le immagini e, a sua volta, tradursi in immagine.
Morricone, nella sua introduzione, scrive:

«[…] basta leggere i testi di Jungleland, Racing In The Street e The River per accorgersi che è così. La scrittura di Springsteen è “cinematografica”: ogni verso è un’inquadratura, ogni strofa è una scena, e ciascuna canzone ci presenta un personaggio ritratto a tutto tondo, colto nel momento decisivo della sua vita.
Questa scrittura cinematografica non può lasciare indifferente chi, come me, ha scritto musica per il grande schermo. La musica del cinema, se è valida, può essere ascoltata e apprezzata anche senza guardare le immagini. Allo stesso modo, le canzoni – musica e parole – di Springsteen potrebbero essere paragonate alla colonna sonora di un film ancora da girare: non hanno bisogno di immagini alle quali appoggiarsi perché sono loro stesse ad evocarle.»

Serendipità: dal De Mauro: capacità di cogliere e interpretare correttamente un fatto rilevante che si presenti in modo inatteso e casuale nel corso di un’indagine scientifica diversamente orientata.

Ora: non è che la mia fosse un’indagine scientifica diversamente orientata – in fondo stavo solo ascoltando un’intervista. Però è vero che le parole di Nicola Piovani si sono incastrate alla perfezione in un mosaico che si andava componendo dentro di me già da tempo.

Che Springsteen sia tutt’uno con il cinema lo dimostrano le sue canzoni: Tunnel of Love, film del 1958 con Richard Widmarck e Doris Day è la storia di un matrimonio difficile (credo non sia un caso che l’omonimo disco di Springsteen sia uscito proprio nel periodo in cui il suo matrimonio con Julianne Phillips era in crisi; This gun’s for hire, verso dell’indimenticabile Dancin’ in the Dark, è il titolo di un film del 1942 con Veronica Lake. Furore, di John Steinbeck, ha ispirato The Ghost of Tom Joad.

Colombati, riferendosi alla produzione musicale del Boss, parla di Grande Romanzo Americano (in particolare a una sorta di Antologia di Spoon River), e mi trova d’accordo. In questo libro Leonardo traccia il percorso che ha costituito terreno fertile per la nascita e l’esplosione dello Springsteen antore, cantautore, trovatore, menestrello, storyteller (non dimentichiamo che Bruce Springsteen è per metà irlandese, e che l’Irlanda ha una secolare tradizione orale: le storie più importanti venivano tramandate solo oralmente). Le sue canzoni sono dirette discendenti delle folk song, delle canzoni degli afroamericani ridotti in schiavitù, di Woody Guthrie, e di Bob Dylan.

Ed eccomi giunta al secondo caso di serendipità (retrospettivo): leggendo questo libro, mi è saltata agli occhi la traduzione di American Land, di cui cito solo il ritornello:

I McNicholas, I Posalki, gli Smith e anche gli Zirilli,
i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei
hanno attraversato l’oceano, mille miglia da casa,
con le pance vuote ma col fuoco nel cuore.

Sono morti costruendo le ferrovie, hanno lavorato fino a ridursi pelle e ossa,
sono morti nei campi e nelle fabbriche – i loro nomi dispersi nel vento.
Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono,
le braccia che hanno costruito il paese che ha sempre cercato di opprimerle.

L’ultimo - o il penultimo – libro che ho tradotto, riportava, come una litania, la canzone Deportee di Woody Guthrie, che recita così (la versione italiana è mia):

Il padre di mio padre guadò quel fiume.
Gli presero tutti i soldi che aveva fatto nella vita.
I miei fratelli e sorelle vennero a raccogliere la frutta, viaggiando sui camion.
Poi prendevano e morivano.
Seicento miglia al confine messicano. Ci inseguono come fuorilegge, come ladridi bestiame, come rapinatori.
Siamo morti sotto i vostri stessi alberi e nelle vostre foreste.
Su entrambe le sponde di quel fiume siamo morti lo stesso.
L’aereo ha preso fuoco sul Los Gatos Canyon. Come un lampo di fuoco ha scosso le nostre colline.
Chi sono tutti quegli amici sparsi come foglie secche? La radio dice: “Sono solo deportati”.

In America, da Walt Whitman in poi, da Dylan (che considerava Guthrie il suo idolo) in poi, la linea di demarcazione che separava l’arte dalla vita (la musica e la poesia hanno attinto a piene mani dalle tematiche sociali) è stata cancellata: non si capisce perché, dunque non si dovrebbe pensare a Bruce Springsteen come a un poeta e a uno scrittore. Un grande scrittore di racconti.

E dello scrittore, Springsteen ha anche l’approccio. Non è raro, infatti, che nella sua opera prima l’esordiente tenda a mettere quante più cose (leggasi: significati, contenuti, nuclei tematici) possibili, se non addirittura tutto quello che nel suo orizzonte personale è degno di una certa rilevanza. A questo proposito, Springsteen scrive:
«Nel mio primo album ho fatto venir fuori un numero incredibile di cose tutte in una volta. Un milione di cose in ogni canzone. Le avevo scritte in mezz’ora, quindici minuti. Non so da dove venissero. Scrivevo come in preda a una febbre. Non avevo soldi, nessun posto dove andare, niente da fare. Era inverno, faceva freddo e scrivevo. Mi sentivo in colpa se non lo facevo».

D’altra parte, che oltre a scrivere Springsteen traduca mi pare lampante ed è un concetto che ho già affrontato nelle prime righe di questo intervento: la musica traduce le immagini in suoni, i quali a loro volta, si traducono in (altre) immagini. Mi riallaccio quindi, inevitabilmente, alla traduzione e alla grande impresa traduttoria di Leonardo Colombati. In effetti, in Come un killer sotto il sole, di traduttori ne compaiono tre: Ennio Morricone, Bruce Springsteen e Leonardo Colombati, per i motivi poc’anzi espressi. Perciò questo volume è, passatemi la definizione provocatoria, quasi un testo sulla metatraduzione.

Tradurre significa in qualche modo riscrivere. Pur dovendo conservare intatto lo spirito del libro, le intenzioni dell’autore e, ove possibile, la letteralità. Borges diceva che era l’originale a essere infedele alla traduzione: a mio avviso le traduzioni sono “altro” dal testo originale. Cónal Creedon, quotatissimo autore irlandese, durante una presentazione all’ambasciata d’Irlanda del suo romanzo Passion Play (pubblicato da Le Lettere), lasciò l’onore e l’onere di parlare del romanzo, e di leggerne dei brani, al suo traduttore e curatore, Fiorenzo Fantaccini, sostenendo che quel libro ormai era suo. È il traduttore che sceglie le parole, è il traduttore che interpreta, rappresenta e si fa portavoce. Alla traduzione capita di dover sacrificare qualcosa: la letteralità per esempio. E’ già da lì che il testo diventa Altro. Il massimo sarebbe poter leggere il suddetto testo originale con la traduzione a fronte per seguire passo passo autore e traduttore. Leonardo ha fatto proprio questo, riuscendo miracolosamente a salvare la musicalità dei testi e la loro fedeltà (andate a leggere, ad esempio, Jesus Was An Only Son) all’orginale. Il respiro delle frasi italiane è ampio, evocativo e suggestivo come nel caso di quelle americane. L’esperimento di Colombati, (o come dice lui, il suo “testamento” letterario) mi riporta alla memoria quello di grandi cantautori italiani che hanno mirabilmente tradotto i colleghi stranieri (uno su tutti: De Andrè e le splendide traduzioni delle canzoni di Leonard Cohen: Suzanne ad esempio), con la differenza che Leonardo non è un traduttore professionista, né un cantautore. Perciò il risultato è ancor più sbalorditivo.

Benvenuto tra noi invisibili**, Leo.

I’m sick of sittin’ right here trying to write this book. This is a town full of losers and I’m pulling out of here to win, because I’m tougher than the rest.

È, in piccolo, ciò che ha inteso dimostrare Leonardo con il suo libro: tutte le canzoni da lui prese in esame compongono una sorta di romanzo in cui si ritrovano, a distanza di anni, gli stessi personaggi (la Mary di The River, per citarne solo una). E la facilità con cui io stessa sono riuscita ad “assemblare” alcune frasi tratte da tre canzoni diverse (Dancing in the Dark, Thunder Road, Thougher Than The Rest) dandogli senso compiuto dimostra che la tesi di Colombati è quanto di più sensato si possa affermare di tutta la produzione musicale dell’immarcescibile ragazzo di Freehold, New Jersey.

**I traduttori letterari.

[Il sito enciclopedico su Springsteen, a cura di Leonardo Colombati]

[Altri articoli su questo libro, in vibrisse]

Pubblicato da giuliomozzi il 17.12.07 09:52

COMMENTI

Uhm, fammi capire Gajetta, perché come ho avuto modo di dire, io del libro ho lette solo poche liriche tradotte, in pratica l'ho spulciato in libreria: in ogni modo, il mio occhio che reputo esser allenato abbastanza, m'aveva restituito la netta impressione di traduzioni "alla lettera", quindi nessun lavoro poetico - per intenderci come De Andrè ha fatto per alcuni testi di Leonard Cohen, tra l'altro da te citato e chiamato in causa insieme a Faber, e giustamente.

Woody Guthrie ha un modo di cantare, anzi di raccontare cantando che è proprio popolare; non trovo invece che Bob Dylan sia uguale a Guthrie, in quanto Dylan è decisamente più poetico, nello stile e nei giochi di parole, che sono tantissimi nelle sue liriche. Il primo Dylan era legatissimo alla tradizione, quindi a Woody Guthrie, tant'è che nel primo disco, in copertina, Dylan è ritratto in posa come Guthrie, che negli anni 60 era il suo idolo. Poi anche Dylan è maturato, anche se a detta di alcuni Dylan è morto con gli anni 60, e la sua poesia così come la sua musica sono diventate più forti, più compatte, elaborate.

Bruce Springsteen non è un intellettuale, non lo è mai stato nelle sue canzoni, quindi le liriche hanno un piglio molto popolare, tipico di chi "racconta cantando". Non posso dire se la soluzione di traduzione operata da Leonardo sia la migliore per tutte le 133 liriche.

da Giuseppe Iannozzi il 18.12.07 11:11

Ho citato Guthrie perché Dylan lo considerava il suo idolo, il suo padre musicale, e Springsteen, d'altra parte, si ispira totalmente a loro due. La canzone cui mi riferivo, "Deportee", è esattamente uno dei nuclei fondamentali della musica di BS (quantomeno dei suoi nuclei tematici), e infatti il Boss la esegue di continuo, la suona, la rielabora. Sono artisti assolutamente affini. Non uguali, certo, ma hanno tratto linfa vitale l'uno dall'altro.

Joseph, io ti consiglio di leggere il libro per intero: la tesi che Leonardo vuole dimostrare si riverbera anche nelle traduzioni (nel senso che le traduzioni seguono in qualche modo la letteralità del testo originale, perché, a mio avviso, questo vogliono essere: traduzioni più letteral/letterarie che "musicali", alla maniera di De André). Colombati ha inteso comporre davvero una raccolta di racconti (le canzoni del Boss) con un leitmotiv (i temi cari a BS). Una sorta di antologia di Spoon River. A mio parere, per questo scopo, le traduzioni sono azzeccate.

Davvero, leggilo, e poi fammi sapere!

da Gaja il 18.12.07 11:43

Iannozzi che legge un libro che ha già deciso di stroncare? Ma quando mai??

da michele shocked il 18.12.07 15:39

michele shocked

Commenti come il tuo fanno passare la voglia di leggere qualsiasi libro che non sia L'inferno di Dante Alighieri, purtroppo sputtanato da un Benigni wempre più papalista e sempre meno woytilaccio.

da Giuseppe Iannozzi il 18.12.07 17:54

Iannozzi, in data 12.11.07, scrisse in vibrisse, dopo aver dichiarato di non aver letto il libro e in particolare di non aver letto il saggio introduttivo ("Ho letto un paio di traduzioni in libreria, poi ho desistito"): "Edgar Lee Masters? John Steinbeck? Flannery O'Connor? Ma siamo fuori di testa!!! Springsteen non ha proprio niente a che fare con questi autori. Per la miseria! Semmai è vero che il Boss trova le sue radici in Woody Guthrie, ma non in Lee Masters e tanto meno in Steinbeck. Il Boss è per una 'parlata molto popolare', le sue canzoni sono quanto di più antiletterario ci sia".
Se Iannozzi si fosse degnato non dico di acquistare il libro, ma almeno di fare qualcosa di più che "leggere un paio di traduzioni in libreria" (diciamo: se lo avesse sfogliato per una decina di minuti, dando un'occhiata anche agli apparati), avrebbe potuto scoprire che le connessioni tra la scrittura di Springsteen e quella degli altri autori citati è provata, nel saggio introduttivo e nelle note, sia con precisi riferimenti testuali (citazioni ecc.) sia con dichiarazioni esplicite dello stesso Springsteen; e avrebbe potuto scoprire che nel saggio introduttivo si parla ampiamente del debito di Springsteen verso W. Guthrie e molti altri musicisti e storyteller popolari.

Nei bis del concerto di Parigi, lunedì 17 dicembre 2007, Bruce Springsteen ha dedicato a Leonardo Colombati l'esecuzione di "Jungleland".

da giuliomozzi il 19.12.07 10:12

ma allora è vero...
O___________O
(e io qui, nella mia angusta stanzetta, a tràdure... AH! è proprio vero! NON C'È PACE TRA GLI ULIVI!)

Esulto per Leo!

da Gaja il 19.12.07 13:33

Signor Mozzi, Lei estrapola miei commenti, li riporta in altre sedi, li taglia in maniera impropria, peggio d'un paparazzo dell'ultima ora...

Appunto: ho letto solo alcune traduzioni.
Springsteen può dire di avere radici anche con Melville, per quanto mi riguarda. Io come critico non ce le vedo.
Non me ne frega un fico secco delle dediche per Leo.
Adesso non mi venga a dire che il Boss parla italiano. Anzi, me lo venga a dire: così scoppio a ridere.

Signor Mozzi, se io scrivessi di Springsteen e lo lodassi, se scrivessi un libro su di lui, il minimo che possa fare il Boss, anche se è il Boss, è ringraziarmi, anche se di quel libro ha solo capito che parla di lui perché c'è grosso come una casa il suo nome, Bruce Springsteen.

Altro appunto ma importante: in quanto critico, da due soldi se vuole, se il libro non me lo manda l'Autore, o Lei Signor Mozzi, o un Ufficio Stampa, io quel libro non me lo filo manco di striscio. E sa perché? Perché "il non mandare copie promozionali" fa capire a me critico quanto vengo considerato da Lei o da chi per Lei.
Crede che tutto Le sia dovuto, Signor Mozzi?
E' questo che crede?
Vuole mettermi una scopa in culo così le ramazzo la stanza? Visto che ci siamo!

Ha idea di quanti libri leggo, di quanto tempo impiego per leggerli, di che mazzo mi faccio per promuovere quei libri che ritengo buoni? Sa quanto chiedo per tutto questo? Niente. Già, proprio niente. Ma la scopa in culo, Signor Mozzi, spiacente, non me la faccio mettere, non da Lei, né da nessun altro.

Potrebbe esser un buon libro. Potrebbe!!! Io ho letto solo 4 o 5 traduzioni. Morta lì.

Buon Natale, signor Giulio Mozzi.

da Giuseppe Iannozzi il 19.12.07 13:54

Iannozzi, il guaio è che tu, avendo letto solo alcune traduzioni ("un paio", hai scritto giorni fa, ora sono diventate "4 o 5"), ti metti a discutere le tesi che stanno dentro al saggio di Leonardo Colombati: che non hai letto.

Per il resto, vedo che ipotizzi mie intenzioni che io non ho affatto. Non ho alcuna intenzione di sostenere che Springsteen parli italiano, non ho alcuna intenzione di metterti una scopa in culo.

Alla domanda "Crede che tutto Le sia dovuto, Signor Mozzi?", rispondo: no, credo che nulla mi sia dovuto. Ti ho forse chiesto qualcosa? Mi sono limitato a far notare che hai espresso opinioni su un testo che non hai letto.

Se vuoi chiedere il libro all'ufficio stampa di Sironi, l'indirizzo lo conosci.

da giuliomozzi il 20.12.07 16:31

Iannozzi, il guaio è che tu, avendo letto solo alcune traduzioni ("un paio", hai scritto giorni fa, ora sono diventate "4 o 5"), ti metti a discutere le tesi che stanno dentro al saggio di Leonardo Colombati: che non hai letto.

Per il resto, vedo che ipotizzi mie intenzioni che io non ho affatto. Non ho alcuna intenzione di sostenere che Springsteen parli italiano, non ho alcuna intenzione di metterti una scopa in culo.

Alla domanda "Crede che tutto Le sia dovuto, Signor Mozzi?", rispondo: no, credo che nulla mi sia dovuto. Ti ho forse chiesto qualcosa? Mi sono limitato a far notare che hai espresso opinioni su un testo che non hai letto.

Se vuoi chiedere il libro all'ufficio stampa di Sironi, l'indirizzo lo conosci.

da giuliomozzi il 20.12.07 16:32

No. E' inutile. Non ci intendiamo. :-((( Noi due siamo sintonizzati male.

Io non ho discusso le tesi del libro, ma conosco i testi del Boss e in virtù di ciò io ho scritto che non ha a che vedere con Steinbeck ecc. ecc. ecc. ecc. Che è la mia opinione. Ma non è discutere la tesi di Leo.

Mi farebbe piacere di leggere le tesi sostenute da Leonardo... l'ho chiesto il libro... non ho ricevuto risposta, non importa, sono stanco...

Giuro che piuttosto che affrontare un altro round, mi butto sul ring con lui:

http://img219.imageshack.us/img219/5638/198602bnx9.jpg

E' preferibile e più sicuro. :-)))

Buone feste e sinceri auguri a Leo per il libro e tutto il resto

Giuseppe

da Giuseppe Iannozzi il 20.12.07 19:35

Iannozzi, non è che siete "sintonizzati male", tu e Mozzi. E' che lui ha ragione, tu hai torto. Soprattutto: lui scrive solo di quel che legge, tu non leggi nulla delle cose di cui scrivi.

da Angelo Angeli il 24.12.07 14:02

Ehm, c'è un delizioso piccolo saggio da 205 pagine, a firma di Pierre Bayard, psicanalista e professore di letteratura francese all'università di Parigi VIII. Titolo: Come parlare di un libro senza averlo mai letto, ed.excelsior 1881. L'autore vi disquisisce sui modi di non leggere, vi descrive alcune situazioni di discorso (nella vita mondana, di fronte ad un professore, davanti alo scrittore, con chi si ama) e i comportamenti da adottare. Il non-plus-ultra sarebbe parlare di questo libro senza averlo mai letto... L'ho appena iniziato, ed il punto di vista dell'autore è molto, molto interessante. Buone feste a tutti.

da Plessus il 27.12.07 12:21

Ehm, c'è un delizioso piccolo saggio da 205 pagine, a firma di Pierre Bayard, psicanalista e professore di letteratura francese all'università di Parigi VIII. Titolo: Come parlare di un libro senza averlo mai letto, ed.excelsior 1981. L'autore vi disquisisce sui modi di non leggere, vi descrive alcune situazioni di discorso (nella vita mondana, di fronte ad un professore, davanti allo scrittore, con chi si ama) e i comportamenti da adottare. Il non-plus-ultra sarebbe parlare di questo libro senza averlo mai letto... L'ho appena iniziato, sono a pag.29, ed il punto di vista dell'autore fin qui si è rivelato molto, molto interessante. Buone feste a tutti. ;-)

da Plessus il 27.12.07 12:24

Perdonate il doppio commento, s'era impallato il pc. Buono il secondo.

da Plessus il 27.12.07 12:25




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