sappiano le mie parole di Sangue di Babsi Jones
di Demetrio Paolin
Che libro ho letto? Sappiano le mie parole di sangue
di Babsi Jones (Rizzoli). Intanto sgomberiamo il campo. Dimentichiamo che Babsi è una voce attiva in rete, dimentichiamo quindi il suo blog, le sue foto, video, post. C’abbiamo un libro davanti. Mi piacerebbe dirvi qualcosa, anzi tre cose, e le metto di seguito qui.
La lingua.
Sappiano si apre con una dichiarazione di sfiducia per le parole.
Quello scatto ottocento per seicento che mi resta prima che il display mi bruci lo sguardo, quello scatto, io lo spreco sul fogli: il ritratto di righe non scritte, questo bianco di carta che avanza. Se sconfitta e scadenza hanno forma e colore, sarà questo: le parole che io non riesco a trovare.(p.9)
La debolezza ritorna nella chiusa del testo con una leggera variante
Quello scatto ottocento per seicento che mi resta prima che il display mi bruciasse lo sguardo col suo warning, battery exhausted, l’ho sprecato sul foglio: il ritratto di righe non scritte, bianca carta che avanza. Se sconfitta e scadenza hanno forma e colore, ora è questa: le parole che non riesco a trovare, che non ho mai trovato.(p.240)
Ora i due stralci sono una affermazione di impotenza: la parola balbettio, la parola come resto di qualcosa che non c’è più, che non c’è mai stato. La parola dei mistici, che cerca di dire l’assoluto, assoluto male della guerra, l’impervia onta della vergogna e della sconfitta; la lingua che dichiara la propria bancarotta. Eppure se leggete bene i due brani e li leggete uno vicino all’altro potete notare una cosa: la capacità di ritmo e di leggera variazione dei termini ci consegnano una scrittrice che sa il valore fondante delle parole. La stessa ammissione di impotenza diventa capacità evocativa diventa ritmo
Ha un cappello a tesa larga, ha un cucchiaio nella tasca. E’ un cucchiaio da zuppa, che gli sporge dalla giacca: gli cadrebbe, perché il manico è rivolto verso il basso; ma la giacca che lo strizza è incollata alle sue fasce muscolari neanche fosse una guaina ortopedica.(p.14)
Le ripetizioni, le assonanze, l’accumulo sono alcune delle caratteristiche della prosa di Babsi. Sono la sua firma, come la capacità nell’uso dell’aggettivazione. Non c’è aggettivo fuori posto in questa narrazione; perché le parole pur deboli sono il solo puntello della verità. In Sappiano la lingua non è un orpello, ma è la verità stessa. A pagina 88 e seguenti ci troviamo davanti ad una dichiarazione di poetica, che non viene detta, ma esplode
Che cosa scrivo, finzione o realtà, fiction o fact? Io non lo so. Io non so i nomi dei responsabili e non li so perché non sono un intellettuale. (…) cosa di questo reportage che io non ti spedisco è vero, chi lo garantisce a chi lo garantisce che sia vero, chi garantisce a chi lo garantisce che sia importante che sia vero? E ancora cosa fare di quel che è falso, perché di falso ne produciamo tutti di continuo (…). Ti chiedo solo di esercitare la facoltà del dubbio: cosa intendi, esattamente, quando pronunci ad alta voce Realtà e Verità?(p.89)
Se fossi io il direttore a cui Babsi si riferisce, direi che non mi importa dei fatti, ma della verità. E cosa intendo per verità? E’ quella strana tensione tra ciò che viene raccontato e come viene raccontato; è amalgama di trama, lingua e intreccio. La verità non è assoluta ovviamente, ma è una porzione dell’io che scrive. Mi sembra che il cuore di tenebra del libro stia nel dire questa parte. Banalmente per le bandelle da copertina e per i comunicati stampa Sappiano è un libro che narra della guerra in Kosovo da un’altra angolazione. Il cambio di prospettiva è la forza del romanzo: Babsi non intende dire “tutta la verità, nient’altro che la verità” ma scrive “una lettera interminabile, da un luogo sganciato da paralleli e meridiani, malore intimo, intimo e prolisso, logorrea tossicologica” o ci dà conto di un “immaginario, sciocco esercizio di una storica di se stessa che cerca guai senza sapere e cercandoli li trova, ricomponendo eventi risaputi, testimoniati da mille e una agenzia di stampa” (p.89).
Quello che racconta Babsi non è sconosciuto: chi avesse avuto un po’ di accortezza nel leggere le notizie, chi non si fosse fatto prendere dal semplice manicheismo dei buoni e i cattivi, conoscerebbe molte delle cose narrate nel libro. La lingua di Babsi lo dice da un’angolazione sghemba. Mitrovica Nord diventa il teatro del dubbio e nel mezzo di tutto ecco il pallido e vecchio compare Amleto
Amleto.
Sappiano le mie parole di sangue trama: una giornalista, detta la Straniera, vive gli ultimi 7 giorni a Mitrovica prima che finisca la guerra, e scrive su taccuini e fogli raccapezzati alla meglio immaginarie lettere al direttore della agenzia per la quale lavora.
In realtà questo libro è la messa in scena della crisi dell’uomo. E quale personaggio è più adatto di Amleto per dire ciò che non è più?
Amleto è il fantasma, così simile alla fu la Jugoslavia, che s’aggira per le pagine del libro di Babsi e ne detta il tono.
Le parole di Sappiano, infatti, sono scritte per essere declamate, non sono fatte per essere lette nella cameretta, mute e silenti; ma sono costruite proprio come una azione monologante, una teatrazione che via via diventa sempre più chiara fino a quando nei capitoli finali compare un vecchio attore, famoso per aver recitato l’Amleto.
Il bianco principe diventa il protagonista del libro, il simbolo stesso
“Perché sei venuta a cercarmi?”
“C’è una battuta nell’Amleto…”
“Piantala, con Amleto. E’ domenica, ragazza. Oggi è il gran giorno. Finisce tutto per davvero, ci fottono. Sei armata?”
“…Le mie parole sappiano di sague.”
“…O non sappiano più niente. Quarto atto. Ma non saranno le truppe di Fortebraccio a transitare per queste strade, oggi. Ficcatelo in testa.”
“…Tu amavi Amleto, mi hanno detto”.
“Amleto indaga. Amleto dubita. Amleto ricorda. E’ abbastanza per definirlo intelligente.”.(p.217)
Il libro non finisce. Non finisce graficamente, perché l’ultimo capitolo è troncato a mezzo; e non finisce sostanzialmente perché si apre una nuova parte di Sappiano, intitolata semplicemente Amletario.
Dieci pagine tra le più riuscite del libro: Amleto lascia Elsinore e il suo castello e cammina per le strade di Mitrovica: guarda in giro, vede quello che non c’è, nota lo sfacelo dell’uomo e si rende conto di cosa è bastato all’uomo di fare all’altro: è un lento disfarsi dell’universo e di tutto.
Alla fine si muore, semplicemente e con ostinazione.
Io sono Amleto, o Amleto è sempre altro? Meta-morfosi: qui, o si apprende a traslocare barelle e cadere sul filo spinato con grande charme, o si muore – recitando. E moriranno facendo a turno, attori e spettatori. (p.253)
L’apocalisse.
Sappiano ha un altro merito. E’ un libro che frequenta ambiti poco noti della nostra letteratura: l’oracolo e la profezia. La letteratura italiana, mo’ generalizzo e ovviamente non ho prove ma solo impressioni, predilige la scrittura che non sfugga troppo ai canoni del decoro, uno stile pulito e compito. La letteratura italiana ama lo sguardo su di sé e la lingua piana mai nervosa. In Sappiano la voce è collerica, il tono è spesso biblico. Biblica è la scansione dei giorni, sette come la Genesi, nell’alternarsi di luce e ombra; e il settimo, quello del riposo, diventa una sorta di limbo: non più rumori di guerra, stop al sangue e al dolore, ma una strana pace simile a quella che aleggia nei cimiteri la mattina.
Babsi parla sub specie aeternitatis
Se questo fosse il libro che non potrà essere, Direttore, nelle pagine il tempo che ho trascorso scrivendo si esporrebbe, lo vedresti in scansioni precise: lunedì, martedì, mercoledì. Niente affatto: mi si para davanti tutto intero, ogni notte: tempo unico e ultimo, come se fosse cominciato da prima, come fossi inciampata e caduta in un sempre che non è per i vivi.(p.102)
Questo tempo e di questo tempo l’autrice scrive; è sbagliato dire che Sappiano le mie parole di sangue sia solo un libro sulla guerra nella ex Jugoslavia, perché è dare ragione dell’epidermide di un testo più complesso, che narra la fine del tempo, che s’accartoccia su se stesso; che non di-mostra niente di nuovo, se non una prossimità all’altro, una profonda e ultima compassione
A questo mi serviva il frammento di specchio: ora mi è chiaro.
A guardarmi di sfuggita, di nuovo, alla fine, per accorgermi di avere ancora la faccia delle badanti e degli idraulici, degli addetti ai call center, dei lattonieri, delle stiratrici, dei carpentieri, delle vetriniste, dei bioarchietti, dei commis di sala, dei tassisti, dei custodi, dei costumisti, delle dattilografe, dei pizzaioli (…). Ho la pelle grigia. Le rughe intorno agli occhi sono tagli. I capillari dilatati intorbidano la sclera. Il naso che cola fra le croste delle labbra. Spostando le ciocche unte dei miei capelli lunghi, percepisco i pidocchi che si muovono.(p.177)
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Pubblicato da Demetrio Paolin il 08.10.07 15:24
Da quel che scrivi, è un libro che mi convince poco.
La scrittura soprattutto. Non mi pare liberata dai limiti del blog.
da Bartolomeo Di Monaco il 08.10.07 19:37
Non ho letto questo testo, ne seguo il suo blog, ma, Bart, stiamo attenti a non confinare la scrittura per generi. La qualità della scrittura dovrebbe essere tale anche se tracciata su un cartoccio del pane. Credo.
da cletus il 08.10.07 21:28
Il fatto è che la scrittura così come appare dai brani riportati non mi piace. Gusti personali, ovviamente. Mi spiace dare la seguente notizia su di un commento negativo, ma approfitto per dire che per querelle varie intendo limitare la mia presenza nella rete. Dopo averlo fatto con Nazione Indiana e con La poesia e lo spirito, mi congedo anche da qui.
Ringrazio tutti.
da Bartolomeo Di Monaco il 08.10.07 22:36
Tutto chiarito. Vi prego di scusarmi.
da Bartolomeo Di Monaco il 09.10.07 08:19
A me sembra un testo con una struttura, un linguaggio, una forma e un contenuto molto interessanti, da quello che colgo qui.
Ovviamente dovrei leggerlo per dire di più.
Ovviamente dubito che lo leggerò.
(e in effetti bisognerebbe smetterla con l'essere prevenuti nei confronti dei blogger: se Pavese fosse un nostro contemporaneo, mentre scrive le sue poesie e i suoi romanzi avrebbe aperto un blog chiamandolo "Il mestiere di vivere")
da Roberto Tossani il 09.10.07 08:21
Il tono di scrittura, ha ragione il recensore, (suona male la parola?) sembra lontano dagli stilemi classici della narrativa italiana. Abbiamo sempre più bisogno in Italia di qualcuno che scrive diversamente da Faletti. Anche Sbancor parla bene di Babsi su Carmillaonline. Spero di farlo anch'io, appena mi sarò liberato dalle maglie delle reti orgiastiche della Satancroce...
da Plessus il 09.10.07 08:59
Ho letto poco del suo blog. Quanto al libro, lo attendevo e l'ho letto. Trovo che abbia delle parti davvero splendide; la lingua è feroce e molto originale; certi passi sono da antologia; l'Amletario finale è una bellissima idea. Purtroppo, ci sono anche delle orrende sbrodolate d'ego. E molti dialoghi (quelli con la "Ragazza Insciallah" in particolare) sono davvero brutti.
da giorgio fontana il 09.10.07 17:20
Devo riconosce un merito ad una certa Melissa, quello di avermi fatto arrivare al tuo blog, dal suo, girando a caso per internet.
Per quanto riguarda questo libro, il fatto che ci siano alcune parti grandi, come riporti, fanno venire voglia di leggerlo, lo metto nella lista dei libri da leggere quindi, la lirica dell'ultima compassione da te citata merita un posto nello scaffale e tra le letture di chi entra in contatto con il miei libri
un abbraccio
da Lara il 10.10.07 16:09
"(e in effetti bisognerebbe smetterla con l'essere prevenuti nei confronti dei blogger: se Pavese fosse un nostro contemporaneo, mentre scrive le sue poesie e i suoi romanzi avrebbe aperto un blog chiamandolo "Il mestiere di vivere")"
ehi, ehi, cos'è sto rumore? ah sì è un cadavere che si sta rivoltando nella cassa dalle parti di santo stefano belbo.
da Common Reader il 10.10.07 18:27
@ lettore comune.
Credo che quello di Roberto sia un paradosso, che indica un pensiero del genere: è possibile che se uno scriva un libro si legga il libro e basta? Senza stare a vedere se prima aveva un blog? E se poi ce l'avesse avuto, o se ce l'ha ancoa cosa cambia? L'avere un blog svilisce il lavoro di scrittura? Io penso anche che alcune volte, grazie all'esperienza dei blog, alcuni "stili", "tipi" di scrittura, fuori canone, hanno trovato il modo con la scrittura in rete di imporsi e quindi di venir notati.
d.
da demetrio il 11.10.07 09:51
@ demetrio
be', messo così e tutt'altra cosa, ne converrai :-))
Delle tante cose che si potrebbe dire, io mi chiedo solo: tu scrivi "grazie all'esperienza dei blog, alcuni "stili", "tipi" di scrittura, fuori canone,... ecc..", ma è proprio così? non è che la rete, i blog in particolare - per come sono - spingano all'omologazione e al conformismo stilistico? (e non è detto che sia una cosa di per se stessa negativa, eh)
da Common Reader il 11.10.07 15:05
@ lettore comune.
ovviamente il processo di omologazione c'è, su questo ti posso anche dare ragione; ci vorrebbe un filologo serio, uno studioso della lingua per dire come e in che modo la scrittura si stia "conformando". Io dico che però esistono delle scritture, che per propria natura, sono esorbitanti rispetto ai canoni della letteratura, che grazie alla rete - e quindi non soltanto il blog - hanno trovato modo di essere portate a galla.
d.
da demetrio il 11.10.07 17:18
@ demetrio
faccio l'avvocato del diavolo :-)
Se sono tanto esorbitanti, come facciamo a dire che sono letteratura? e perché dovremmo poi?
Ci sono un mucchio di "scritture" che esorbitano i canoni letterari, o meglio: l'"istituzione letteraria", e che non ci pensano neanche ad essere ammessi a tale istituto (che essendo cosa che ha che fare col potere, comunque richiede una sottomissione di qualche tipo - una disciplina?)
ecco, io credo che anche le scritture più "indisciplinate", esorbitanti, rispetto all'istituzione letteraria - in passato - l'abbiano fatta quest'operazione di sottomissione.
Con un piede "esorbiti", mentre l'altro lo infili nella fessura della porta, tipo venditore di aspirapolvere, tentando di entrare dentro.
Perché altrimenti è così "altra cosa" che non puoi chiamarla neanche letteratura (ma ad esempio "lista della spesa", "lettera alla fidanzata", "diario dei cazzi miei", tutte scrittura che di certo "esorbitano" il letterario).
da Common Reader il 11.10.07 17:30
Non riesco a capire che cosa ci sia di così scandaloso nel discorso che Pavese oggi avrebbe aperto un blog.
Durante tutta la sua vita non ha forse tenuto, appunto, un diario?
E uno scrittore del calibro di Pavese, nel 2007, non è normalissimo che tenga un blog?
Il fatto che Pavese scrivesse il Mestiere di vivere non fa guardare con pregiudizio ai suoi libri, no? Anzi.
E allora mi spiegate perché un blog dovrebbe "pregiudicare" i libri di qualcuno?
Secondo me state sostituendo il discorso: "Quello ha un blog e grazie a quello pubblica" con: "Quella ha un blog e contemporaneamente pubblica".
Sono due discorsi diversi: il prima fa parte della commercializzazione, il secondo della scrittura.
da Roberto Tossani il 12.10.07 07:31
Bartolomeo, scrivi: "La scrittura soprattutto. Non mi pare liberata dai limiti del blog". Sei in grado di descrivere questi "limiti"?
da giuliomozzi il 12.10.07 09:37
Ci provo, Giulio.
E' una scrittura immediata, di getto, forse anche rivista ma frettolosamente, più vicina alla chiacchiera che alla riflessione. E' veloce e colloquiale, perlopiù, e si conforma meglio alla diaristica superficiale che a una prosa più impegnativa.
In ciò risiede la facile presa e la tendenza all'omologazione.
Tuttavia, questo è un fenomeno generale, non mancando infatti delle eccezioni che hanno una bella scrittura in senso classico e una bella scrittura in senso innovativo. Non sono molti, ma quando ci sono, spiccano per una nervatura, una consistenza, che manca agli altri.
L'utilità della rete e del blog sta nel lasciar affiorare questa minoranza.
Non so se devo fare qualche nome. La mia frequentazione è diventata scarsa (da qualche tempo seguo praticamente solo vibrissebollettino e vibrisselibri), e ometterei sicuramente nomi che valgono, ma due o tre esempi sono in grado di farli, e in passato li ho fatti, nella tua rubrica che chiedeva la segnalazione di blog interessanti.
da Bartolomeo Di Monaco il 13.10.07 09:09
Il libro dire che è pessimo è poco.
Meglio leggere un diario di Liala: soldi molto meglio ben spesi che non questa scrittura sfilacciata, impossibile, che porta al nulla assoluto.
Diaristico?
Magari, sarebbe già un risultato.
Solamente degli appunti, per giunta scritti male, come dei post-it decapitati o amputati, e messi sotto il titolo "Sappiano le mie parole di sangue".
Non un diario, nemmeno uno zibaldone della peggior fattura.
Oramai però ho smesso di chiedermi perché mai si pubblicano simili BIP immani. La risposta la porta, la risposta la sa il vento...
Sono pienamente d'accordo con Bartolomeo quando scrive "Il fatto è che la scrittura così come appare dai brani riportati non mi piace." Occhio acuto che non sbaglia.
da Giuseppe Iannozzi il 13.10.07 17:39
E' una scrittura molto teatrale che a mio parere diventa spesso una caricatura. Nei momenti in cui abbandona quella specie di io narrante davvero improbabile, quando torna una persona semplice, sa scrivere delle cose belle, utilizzando immagini intense.
Credo che questo sia anche il fastidio che prova Bartolomeo, ma non penso sia da identificare con la scrittura dei blog, non è soltanto nei blog che l'espressione prende delle 'scorciatoie'. Per dire anche la tv è così, anche i giornali, persino i libri di saggistica.
da andrea barbieri il 23.10.07 09:22
Comunque bisogna anche sottolineare che il libro tenta di scivere su cose di cui qui non si scrive. Questo ha un valore.
da andrea barbieri il 23.10.07 09:32