Paddy Clarke ah ah ah!, di Roddy Doyle
Romanzo facile, questo “Paddy Clarke ah ah ah” di Roddy Doyle? Per dirla con i pigri amanti degli stereotipi: romanzo flusso-principale?
Scrittore “facile” Roddy Doyle?
Doyle (i cui libri sono in qualche caso diventati film di successo: The Commitments, The Snapper) è senz’altro autore di successo (ha detto Nick Hornby: “il migliore della sua generazione, che purtroppo è anche la mia”), scrive per il “grande pubblico”, è un narratore di stampo tradizionale che tuttavia non piega la sua abilità al gusto dominante, casomai, in modo quasi inconsapevole e anche misterioso, lo orienta.
(perché tanta prudenza? Domanda sensata. Alla quale non rispondo ma cerco di fare qualcosa di ancora più sensato. Rimuovo la prudenza e vado avanti.)
Paddy Clarke è un ragazzino di dieci anni che vive a Dublino a metà degli anni sessanta. Cresce felicemente scapestrato e ubbidiente in una famiglia piccolo borghese abbastanza cattolica ma non troppo in compagnia di due sorelle e un fratello, oltre che di una madre e un padre.
Il suo mondo è la strada. La scuola e la strada. I luoghi dove i bambini, una volta, raggruppati in bande crescevano fra ardimenti e vigliaccherie, botte e interminabili partite di calcio, furti e terribili penitenze.
La storia procede a lungo (per almeno tre quarti) per quadri giustapposti: come una sorta di Giornalino di Gian Burrasca, Doyle concatena episodi della vita di Paddy e dei suoi amici.
Non c’è uno sviluppo verticale della narrazione, ogni volta si ritorna da capo. Altro giro altro episodio.
A tenere legati fra loro i diversi momenti delle avventure di Paddy Clarke è il contesto nel quale si svolgono: le trasformazioni urbanistiche del quartiere dove cresce Paddy sono il correlativo oggettivo della sua crescita. Le modifiche radicali che lo sviluppo edilizio cittadino infligge al suo quartiere, giorno dopo giorno, estate dopo estate, spostano i personaggi nello scorrere del tempo che le loro ripetute infantili, avventurose vicende tendono invece a frenare.
Ma verso la fine il romanzo getta la maschera e si mostra per quello che è veramente: Paddy Clarke è semplicemente la storia della paura di un ragazzo di perdere l’affetto dei suoi genitori, della strisciante, violenta consapevolezza che crescere vuol dire perdere, che non c’è niente di divertente e le cose andranno sempre peggio.
Paddy è intimamente consapevole della frattura che si sta aprendo fra sua madre e suo padre. E’ una cosa che non accetta e non sopporta e perciò cerca in tutti i modi di scongiurare. Senza mai affrontare apertamente la questione, s’intende, ma con espedienti e accorgimenti al limite della superstizione magica.
E’ il padre, severo, distante ma a volte sorprendentemente complice, affettuoso e inaccessibile, la figura grigia e, in apparenza, di secondo piano ma decisiva, come ce n’è in tante famiglie, con cui Paddy dovrà fare i conti. Quella che lo traghetterà, nel bene o nel male, nella fase successiva della sua breve vita.
La tragedia familiare di Paddy è tutta raccontata con ironia e implicito divertimento dal punto di vista di Paddy, come un tracollo disperato e inevitabile, lucido e mai rabbioso, senza sentimentalismi né piagnistei. Una presa d’atto continuamente rinviata e alla fine ingoiata con una smorfia come uno sciroppo amaro.
Ancora Nick Hornby per concludere:: “chi lo sapeva che libri scritti con tale calore e semplicità potessero essere così complessi e intelligenti?”
Roddy Doyle, Paddy Clarke ah, ah, ah! Edizioni Guanda, euro 7,80
Pubblicato da Ezio il 26.10.07 21:52