La strada, di Cormac McCarthy
di cletus
E’ il tipo di libro di cui sei portato a dire…”l’ho iniziato e non sono stato capace di staccarmi senza averlo finito”. Il fascicolatore (colui che pensa e e promuove la bandella) non poteva usare argomenti migliori: “Vincitore del premio Pulitzer 2007. Un milione di copie vendute in America”.
Ora, che i giurati del Pulitzer siano persone baciate dalla fortuna, ho smesso di crederlo da un pezzo. La strada non poteva non vincerlo, un premio cosi. Quanto al milione di copie, sono del tutto a digiuno circa le chart dei libri a quelle latitudini. Un milione, se da noi fa rumore, comprendo che per una popolazione come quella che vive negli united, sia una cifra del tutto relativa (sebbene, esemplificativa sia la battuta, attribuita ad un incredulo Donald Regan, il quale, vistosi donare un libro, pare abbia risposto “No, grazie, non posso accettare: a casa ne possiedo già uno”.
La strada, è un incubo. Un incubo ben scritto. L’autore è cosi bravo nel renderci l’odissea di un padre e il suo bambino, che vagano fra le macerie di un day after qualsiasi, dal non aver bisogno di rivelare quale. E non incede in dettagli che appesantiscono. La sua prosa è secca, veloce, e come detto, ha il pregio di scorrere sebbene non si tratti di nulla di divertente. Anzi, un senso di disagio ti prende via via che questo peregrinare si sviluppa, fino a farti credere di stare realmente lì, anche tu, con delle buste da supermercato ai piedi, delle coperte addosso, a piedi, spingendo un anacronistico (ma utile) carrello da supermercato, nella fanghiglia fuligginosa della STRADA, per chilometri e chilometri, per giorni e giorni.
Il romanzo è la cronaca di questo viaggio, in giorni senza sole, grigi, come tutto ciò su cui si posa lo sguardo. Un moto a luogo, un on the road apocalittico tanto surreale quanto credibile. L’assenza di qualsiasi coordinata spazio temporale, regala dei lampi di consapevolezza inaspettati. E’ zen, in un certo senso. Tutto e’ sospeso. Non importa che anno sia, da quanto tempo i protagonisti siano in viaggio (giusto alcuni dettagli ci dicono di una figura assente, la moglie-madre di costoro), non sappiamo dove si trovino (e spesso, poveracci, non lo sanno nemmeno loro, nonostante dei brandelli di carte stradali miracolosamente sopravvissute alla distruzione). La strada è la metafora del nostro vivere malato. E’ insieme, attraverso il rapporto fra padre-figlio, uno dei topos più sfruttati in letteratura, una storia di amore e sopravvivenza. E anche McCarthy, non sfugge all’archetipo, pur lavorando di cesello, il nucleo base è la gestione della speranza incarnata nel frutto del proprio seme, che, ci auguriamo, ci sopravviva, come una sfida alla morte, che potrà si strapparci da questa avventura terrena, ma non potrà dirci “finiti”, proprio in forza della nostra capacità di costruirci degli eredi.
Fa male, La strada, è un pugno nello stomaco alle nostre convenzioni. Un racconto cosi vivido da gettare un colpo d’occhio diverso sui nostri surrogati della felicità. Prendere un supermercato, o un cartellone pubblicitario. Una città, un negozio di ferramenta. Poi, per favore, fate finta un attimo di trovare tutti questi luoghi svuotati, de-contestualizzati, spostati di peso in un altrove tanto desolato quanto effimero. Allora, l’abbandono di qualsiasi certezza fittizia si trasforma nella ricerca affannosa, disperata, della soddisfazione dei bisogni più elementari, come il cibo, e l’acqua e l’arte di saper accendere il fuoco.
“Noi portiamo il fuoco” è la frase rassicurante con la quale il figlio, soprattutto nei momenti peggiori del viaggio, cerca di rassicurare se stesso e il proprio padre. E lo portano davvero, se alla fine di 217 pagine, termini il libro con una vaga sensazione di speranza, retaggio di influenze religiose, senz’altro, ma intesa qui nel senso più irriducibilmente biologico, come innegabile Credo della scintilla dell’uomo, della sua ragione (e fede, quando c’è) . Un libro che non esito a definire un buon lavoro.
Pubblicato da Cletus il 15.10.07 00:47
Cletus, scusami, ma è errato il cognome nel titolo(McCarthy).Grazie della bella segnalazione, sarà un altro libro letto che andrà ad accentuare la curvatura della mia libreria ikea!
da Plessus il 15.10.07 09:05
ops. coorreggo subito. (si vede che ho i beatles in testa..)
da cletus il 15.10.07 09:07
Ciao. L'ho finito l'altro ieri. Non sono d'accordo con due cose.
Prima: "E’ zen, in un certo senso." Non so quale "senso" tu intenda, ma non ho mai letto nulla di più lontano allo zen.
Seconda: "il nucleo base è la gestione della speranza incarnata nel frutto del proprio seme, che, ci auguriamo, ci sopravviva, come una sfida alla morte, che potrà si strapparci da questa avventura terrena, ma non potrà dirci “finiti”, proprio in forza della nostra capacità di costruirci degli eredi." Mi sembra una lettura riduttiva, troppo biologica. Secondo me McCarthy fa l'esatto opposto. Getta il rapporto padre-figlio in un mondo dove questo rapporto non ha più alcun senso, conservando una fiammata d'amore totalmente inutile e disperato. Perchè il padre dovrebbe augurarsi che il figlio sopravviva? Quali "eredi" potrebbe assicurargli in un mondo simile? No, l'amore del padre per il figlio è gratuito e assurdo. Ed è questo a renderlo così bello. Così sconvolgente.
da giorgio fontana il 15.10.07 10:30
volentieri rispondo alle due note.
Per Zen, intendo l'assoluta mancanza di riferimenti, l'accettazione di ciò che è IN QUEL MOMENTO DILATATO che è tutto il percorso dei nostri. Il non chiedersi altro ma l'avere l'unica preoccupazione di VIVERE (e forse, nei momenti più disperati, forse neanche di quella). Se non è Zen questo...
La cura del padre verso il figlio, proprio perchè decontestualizzata da tutti i retaggi della società civile, assume proprio nella sua accezione più arcaica, il senso buologico della propagazione della specie. Poi, chiaro, io l'ho letta cosi, trovo interessanti anche punti di vista contrastanti con questa mia. La bottega esiste per questo, no ? Grazie
da cletus il 15.10.07 10:57
Grazie a te per le risposte. Personalmente continuo a rimanere fermo sulle mie opinioni, ma la Bottega esiste anche per questo! :)
Giorgio.
da giorgio fontana il 15.10.07 13:20
Ciao. Ho letto 'La strada' una decina di giorni fa e il libro immediatamente successivo è stato 'Lo straniero' di Camus. Ora, i due non hanno nulla a che fare, ma è naturale, almeno per me, cercare sempre associazioni e temi ricorrenti nelle cose che leggo, pur scelte col criterio della casualità. Camus dice che l'unico tema filosoficamente rilevante è il suicidio, risposta in qualche modo ovvia alla mancanza di scopo dell'esistenza. E' lo stesso tema che ho ritrovato ne 'La strada'. In un mondo svuotato di tutto l'esistere non ha senso. E allora perchè proseguire il cammino. Perchè proteggere un figlio. Perchè cercare un riparo nella notte. Dovremmo credere in un Dio che ci nega il futuro? Siamo solo macchine programmate dai nostri geni per assicurare la loro continuità? Ora, possiamo riaggiungere uno ad uno i particolari: i colori del mondo, la gente, i supermercati. Ma il punto rimane. In questo senso McCarthy si muove come un fisico sperimentale: elimina ogni corollario per dimostrare che l'esistenza non ha bisogno di giustificazioni o di scopi. E' un fatto da cui non possiamo esimerci. Non so, sinceramente, se questo sia un messaggio di speranza o di sconforto. E', appunto, un fatto.
da Brucobru il 16.10.07 10:03
E' errato anche il nome, nel titolo: Cormac (senza h).
da autet il 17.10.07 17:21
vero ! correggo ! corretto ! (grazie)
da cletus il 17.10.07 23:46
perdonate la pubblicità, ma essendo un libro che fa discutere, vi segnalo anche la nostra recensione (cliccando su autet).
da autet il 18.10.07 10:33
letta, bella recensione, grazie per la segnalazione...
da cletus il 18.10.07 13:52
Il libro lo sto leggendo. Per ora: straordinario. Una segnalazione per Cletus, e per chi altro è interessato: http://databases.unesco.org/xtrans/stat/xTransList.a
Riporta numerose statistiche su come "girano" i libri nel mondo. Salute!
da Plessus il 20.10.07 12:52
"Mi ascolti? Lo sai come si fa. Te la metti in bocca e la punti in su. Veloce e deciso."
"Si era preparato a morire, e ora che non sarebbe più morto ci doveva rifelttere su."
"Dove gli uomini non riescono a vivere, gli dei non se la cavano certo meglio."
"Qual è la cosa più coraggiosa che tu abbia mai fatto? […] Alzarmi stamattina, disse."
Ho scelto quattro brevi citazioni dal libro, forse non le più significative, forse quelle che però mi hanno fatto più male, fisicamente e mentalmente. Uno dei romanzi più disperati che abbia mai letto, non ricordo nella prosa un aggettivo che possa aver illuminato la lettura con una luce di speranza. Che, concordo con Cletus, i più ottimisti (e/o credenti, se fra loro c’è qualcuno che è stato in grado di terminarlo…) potranno intravedere, limitata ai protagonisti e non certo all’umanità intera, solo alle ultimissime pagine. Non ne consiglierei la lettura ai temperamenti fragili. E’ un libro senza possibilità di sequel. Alcune scene si sono annidate nella memoria e camminano, per strada, con me.
da Plessus il 24.10.07 16:45
Plessus, bella lettura. Mi fa piacere che hai condiviso il giudizio che si tratti di un romanzo non troppo a torto definibile "capolavoro". Grazie ancora.
Vedrai, sarà un libro che farà discutere, e molto.
da cletus il 25.10.07 12:00
concordo è un libro molto molto bello.
ne scriverò anche io.
d.
da demetrio il 26.10.07 09:38
Cletus, sono io che ringrazio di questo spazio a disposizione per scrivere qualche pensiero in ottima compagnia.
A milioni di anni luce di distanza da La strada ora rientro nelle paludi perverse di V.M.18, piantato a metà per mancanza di ossigeno. Un vero libro-manifesto della perversione. Ciao!
da Plessus il 27.10.07 19:30
l'ho appena finito, e mi dispiace proprio.
i libri belli non si sostituiscono con uno qualsiasi, non questo sicuro.
da pispa il 30.10.07 12:21
pispa, hai una ricetta per beccare un capolavoro dopo l'altro ?
da cletus il 30.10.07 14:30
Scusate, una voce fuori dal coro, so che mi troverete un’idiota, ma me ne assumo la responsabilità.
Parlare meno che benissimo di Cormac McCarthy mi fa un po’ impressione. E’ veramente un genio, ma questo era evidente in tutti gli altri suoi romanzi.
Però...
Una volta assuefatti allo stile essenziale e potente proprio perché scarno, al male, all’orrore assurto a livello di mito, questo La strada che cosa è? La vicenda è inesistente, il cammino sempre uguale. Metafora della vita? Piuttosto banale però.
Quel che resterebbe dopo una catastrofe nucleare? Hanno già provato a descriverlo in moltissimi, anche con un pochino più di inventiva.
Ho letto in giro sui giornali un po’ di autorevoli recensioni: il mito di Prometeo, l’idea di affidare a un bambino la tenue, inutile speranza... e quindi? Simboli fritti e rifritti.
Anche il neonato sul fuoco, o qualcosa del genere, mi sembra se lo fosse già giocato in qualche altro romanzo.
Mi chiedo se McCarthy non si sia solo tolto lo sfizio di andarsi a riprendere un po’ di archetipi raccontandoceli con la sua prosa perfetta, davanti alla quale mi inchino.
Eppure... dopo personaggi aspri e selvaggi, scorribande e cavalcate, omicidi e efferatezze, questa volta la situazione narrata si è insinuata nel mio inconscio; forse il trucco del romanzo è proprio una lavoro di sottrazione totale; resta la sopravvivenza nuda, quella dell'animale che cerca da mangiare e protegge la prole; insomma ho riconosciuto un mio sogno ricorrente di qualche anno fa, quando il sonno era leggero, pronto a riconoscere vagiti e richiami e le immagini si confondevano fra pericoli di ogni genere e costrizioni di viaggi avventurosi e malconci su sentieri selvaggi con l’unica preoccupazione di infilarsi in tasca qualche pezzo di pane secco per i bambini portati in braccio: questo sogna una giovane madre sbattuta di fronte alla realtà animalesca della vita, sogna proprio "La strada".
E’ per questo che pur riconoscendone l’indubbio valore nello stile, penso che questo libro aggiunge troppo poco per poter essere un capolavoro?
da ilse il 17.01.08 17:15
Ilsa, fosse solo per averti evocato questi ricordi, è un qualcosa che "funziona", credo al di la delle intenzioni dell'autore. Sono prove generali di uno scenario non cosi assurdo, sopratutto a fronte di tanta realistica narrazione, e che ci fa paura proprio perchè perfettibile. E' il succo anche de IO SONO LEGGENDA, se ci pensi. Quasi la stessa cosa.
da cletus il 20.01.08 00:11