Intervista a Flavia Piccinni
di Federico Miozzi

Chi è Flavia Piccinni? Potresti farci una tua biografia più informale?
Sono nata e cresciuta a Taranto. A undici anni mi sono trasferita a Lucca.
Leviamoci subito il sasso. Il romanzo è scritto in prima persona. Quanto c’è di autobiografico?
È una domanda che mi è stata fatta di frequente. Di autobiografico c’è ben poco. Credo che l’unica cosa che mi accomuni veramente a Martina, la protagonista del romanzo, sia la rabbia per le cose che non cambiano, che restano sempre uguali.
Potremmo definire il tuo un romanzo generazionale? E’ una definizione insopportabile ma inevitabile perché parli di una generazione che non esiste ancora in letteratura, quella che scandisce la propria vita con le aste di ebay.
Non credo che esistano definizioni inevitabili, nonostante questo sono convinta di non aver cercato di scrivere un romanzo generazionale, se è questo che intendi. Ho cercato semplicemente di raccontare un mondo di ragazzi più affine a quello che conosco, meno idealizzato e decisamente più realistico di quello che spesso trova posto sugli scaffali o al cinema. Il tempo di questi ragazzi, in particolare da Martina, non viene scandito da ebay. Ebay è un modo di liberarsi dai pensieri, un modo di anestetizzarsi da soli, senza il rischio di non risvegliarsi più. Il tempo dei protagonisti di “Adesso Tienimi” viene scandito dal vuoto, dal dolore, dalla sofferenza.
Nel romanzo la scuola non sembra servire a niente. E’ stato così per te?
Come dicevo prima, di autobiografico c’è molto poco. La scuola per Martina e per molti miei coetanei è solo un posto dove si è obbligati a stare seduti per cinque ore. Poco più, poco meno. Non credo nelle generalizzazioni, tanto più nelle demonizzazioni, ma ho cercato di descrivere la scuola, i rapporti fra compagni di classe e studenti come vedo che vengono vissuti da ragazzi poco più grandi o piccoli di me. La scuola dovrebbe essere un mezzo importante, dovrebbe istruire l’Italia, ma spesso non è così. Diventa solo un grande zoo dove i capogabbia sono gli insegnanti. Nonostante questo rimango convinta però, come diceva Don Milani, che sia “meglio della merda”.
La protagonista (Martina) non usa il dialetto, perché – dice - che “o ce l’hai o non ce l’hai”. Si è trattato di uno stratagemma per sprovincializzare l’io-narrante e rendere il libro più fruibile?
No, non è stata una strategia linguistica, ma un modo per evidenziare l’isolamento che vive Martina. In una spiaggia di sofferenza, la sua incomunicabilità cresce ancora con l’impossibilità a utilizzare il dialetto, la lingua che sente fin da quando è bambina e che non ha mai imparato a utilizzare. Diventa così l’isolamento della lingua nell’isolamento dei sentimenti, dove l’incapacità di esternare il proprio dolore si accomuna con la diversità di fondo, quella delle parole.
Il dolore domina la storia. La protagonista riesce ad interagire con le persone di cui avverte il dolore, si riconosce nel dolore definendolo “uno solo”. Potremmo parlare di un romanzo sul dolore universale?
Il dolore di Martina è il dolore della perdita e, in questo caso, forse parlare di dolore universale non sarebbe azzardato. Ma la sofferenza di Martina è anche il sommarsi di violenze, soprusi, abusi e silenzi.
C’è un cinismo di sottofondo, ingombrante durante la narrazione. Si sopravvive alle perdite ereditando questo sguardo disincantato e autodistruttivo. Perché questo male di vivere?
Martina ha subito una violenza fisica da parte di un suo insegnante ed è stata abbandonata nel modo più tremendo possibile: il suo uomo si è suicidato. Tutto quello che la circonda perde così valore e il suo mondo diventa profondamente autistico. Si convince che non esiste niente in grado di aiutarla a sopravvivere e tutto quello che aveva vissuto viene filtrato attraverso l’abbandono, attraverso la sofferenza. Si convince anche che sia giusto confinarsi nel ricordo della memoria, che sia una degna punizione per aver accattato un abuso e averlo alimentato. Per Martina è impossibile sorridere, è una vedova che non può portare il lutto e la gioia di vivere se l’è dimenticata a causa della realtà.
In certi punti il tuo libro mi ha riportato alla mente “Volevo i pantaloni”, il libro di Lara Cardella che fu un caso alcuni anni fa. Lo hai letto?
Ho letto il libro della Cardella tempo fa. Credo però che i due libri, a partire dall’ambientazione e dalla storia che raccontano, siano particolarmente differenti. Martina porta da sempre, a modo suo, i pantaloni. Afferma fin da subito se stessa anche in ambito famigliare, nonostante la società patriarcale in cui vive e che spesso, soprattutto nella figura del nonno, vorrebbe impedirle di prendere decisioni. Martina accetta in modo sottomesso, come Annetta non fa, lo stupro da parte di un adulto. Il tempo passa, ma alcune cose non cambiano.
La tua protagonista è il riassunto dei mali delle adolescenti. Ha problemi col cibo, usa il sesso come anestetico, vorrebbe bruciare l’albero genealogico. Non credi di aver esagerato?
Non credo ci sia alcuna esagerazione, anzi. Martina non mi sembra affatto il riassunto dei mali adolescenziali. Il suo comportamento è dettato dalla sua disperazione, dalla coscienza di essere stata brutalmente usata e abbandonata. La comprensione del suo comportamento, che credo sia giustificato e soprattutto decisamente regolato rispetto a quello che effettivamente accade fra i giovani, è strettamente collegata alla comprensione della sua sofferenza. Non credo poi che Martina abbia problemi con il cibo, tanto meno che usi il sesso come anestetico. Le sue esperienze sessuali sono dettate dalle violenze subite da Vianello. Sono frutto di uno stupro taciuto, fotografia di una ragazza che, come molte donne, ha paura di ribellarsi e di raccontare. Il rapporto con la famiglia poi è neutrale. Martina rispetta i suoi genitori, ma non sopporta l’ipocrisia che circonda l’ambiente famigliare, quello delle tradizioni ormai sorpassare e di assurdi comportamenti maschilisti.
A pagina 75 sembri citare Moccia (mi riferisco ad un rito con dei “lucchetti”). Hai letto i libri di Moccia? Cosa ne pensi?
Penso che Moccia abbia il grande talento e la profonda semplicità di interessare e toccare i giovani. Il rito di Martina e dei suoi compagni, poco prima della partenza di Giulia, che segnerà la rottura di un equilibrio nel gruppo, la separazione, la fuga dalla città, è l’affermazione di un malessere attraverso il linguaggio codificato dall’attualità. Il lucchetto, legato alla catena, non si attacca al muro ma si lancia in mare sperando che affondi nella sabbia e nasconda la sofferenza, pur rimanendo monito dell’attimo che rappresenta. Questo gesto coniuga la necessità di interpretare la realtà attraverso i mezzi che rappresentano di per sé l’affermazione personale fra i giovani al bisogno di segnare, evidenziare il momento sottolineandolo nella memoria.
Taranto sembra la città dell’ineluttabilità. So che vivi a Lucca adesso. Sei d’accordo con la protagonista quando dice che a Taranto “niente potrà mai essere diverso”?
Taranto sta già cambiando, ma è tutto molto difficile e controverso. Credo che arrendersi sia la peggiore delle soluzioni e che, a volte, sia necessario lottare per vedere le cose migliorare.
Gli amici non sembrano essere d’aiuto a Martina. Vai contro lo stereotipo americano che vuole la figura dell’amico sempre vincente. Sei d’accordo?
Gli amici di Martina sono disperati quanto lei, anche se per motivi diversi. Non hanno di che essere gioiosi, felici, vincenti. Il mondo intorno a loro va a rotoli, la scuola sta finendo con le ridicole certezze che era in grado di dare, la famiglia lentamente si sta sgretolando sotto il loro sguardo e la realtà si impone, spazzando via ideali e stereotipi.
A dimostrazione che il tuo è un libro “contro”. Svuoti di ogni romanticismo il momento topico degli esami di maturità. Un cinismo cosmico se contrapposto alle nostalgie di “Notte prima degli esami”. E’ stata una scelta voluta o semplice realismo?
Credo che le due cose coincidano. Per Martina l’esame di maturità è semplicemente una tappa obbligata, non c’è niente di speciale. È una delle centinaia di cose che ha fatto e che farà. Nel suo dolore non c’è spazio per riti collettivi, come in “Notte prima degli esami”, né per la convinzione che tutto sarà diverso. È una bella favola che dopo la maturità qualcosa cambi positivamente. Vista la situazione attuale bisognerebbe cercare di rendere meno romantico questo drammatico momento, che in molti casi segna il passaggio verso una vita da precari, instabile e irrequieta.
Cosa ti piace e cosa non ti piace del tuo romanzo?
La cosa che ho più nel cuore è la città, Taranto, che trovo bellissima e che volevo raccontare con sincerità. Ma Taranto è anche la cosa che più mi preoccupa, perché a volte penso di non essere stata in grado di renderle giustizia.
Nel libro mancano i ringraziamenti. Vuoi approfittare di questa intervista per farne?
Poco prima dell’uscita ho ringraziato personalmente tutte le persone che hanno creduto in me e nel libro e continuano a farlo. Va bene così.
Ti va di raccontarmi l’esatto momento in cui ti hanno detto che hai vinto il Campiello?
Come tutti gli anni, durante la conferenza stampa, la mattina della premiazione alla Fenice, subito dopo aver premiato i cinque finalisti al Campiello Giovani, hanno annunciato il vincitore. Quando Lorenzo Mondo, il presidente di giuria, ha letto il titolo del mio racconto, Non c’è tutto nei romanzi, non potevo crederci. Hanno dovuto chiamarmi due volte e alla fine mi sono alzata per ritirare la pergamena piuttosto imbarazzata e stordita.
Quali progetti futuri?
Per adesso voglio concentrarmi su “Adesso Tienimi”. Ho molto desiderato l’uscita del libro e adesso voglio approfittare di questo momento.
Hai dei rituali da lettrice?
Leggo ovunque e leggo tutto quello che mi capita sotto mano. Cerco di finire sempre i testi che inizio, anche se all’inizio non mi convincono e di rado riservano sorprese. La ritengo una forma di correttezza nei confronti di chi ha scritto, di chi ha voluto raccontare. Non ho particolari rituali, anche se preferisco leggere in silenzio.
Quali sono i tuoi riferimenti letterari?
Non ho particolari riferimenti, ma tanti scrittori che leggo con attenzione e piacere. Senza dubbio primeggiano Bukowski, Carver, Salinger, Kafka, Woolf.
Hai vinto una cena con uno scrittore (anche morto). Chi scegli e perché?
Scelgo Susan Sontag per capire come una donna riesce a trovare la forza di ribellarsi a tutto e a tutti senza paura.
Cosa pensi di Melissa P. ?
Stimo Melissa, anche se siamo molto diverse. È una ragazza con un suo progetto da portare avanti e questo, oggigiorno, è encomiabile. Credo che abbia avuto il grande merito di parlare di sessualità in modo disinibito e disincantato, ricreando interesse nei confronti di giovanissimi autori da parte di case editrici e lettori.
"Adesso tienimi" - Flavia Piccinni, FAZI 2007 - 14 Euro
Pubblicato da Federico il 24.10.07 18:49