Maestri dell’altro mondo, 8 / Lu Hsun, Fuga dalla luna

di Giorgio Morale
“Le strade si formano quando gli uomini percorrono insieme lo stesso cammino”
Parecchi romanzi pubblicati negli ultimi anni parlano del bisogno di scrittura. In alcuni appaiono personaggi, spesso alter ego degli autori, per i quali scrivere è una sorta di imperativo.
“… Scrivere solo quando se ne prova il bisogno; il lavoro è allora come la luce del sole, che s’irradia da una fonte di infinita chiarezza, e non come la scintilla che sprizza dal ferro e la pietra. Questo soltanto è vera arte, e solo chi scrive in questo modo è un vero artista…” dice Lu Hsun (Una famiglia felice).
E tanti poeti e scrittori ricorderanno a memoria i consigli di Rilke in Lettere a un giovane poeta: “Penetrate in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore… domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere?... Una opera d’arte è buona, s’è nata da necessità”.
Lu Hsun (1881-1936) pare sia stato portato a scrivere quasi malgrado se stesso. Nella Prefazione alla raccolta Alle armi racconta i dolori dell’infanzia, la povertà, la morte del padre, la solitudine… e di come poi un giorno Ch’en Tu-hsiu, fondatore della rivista Gioventù nuova e futuro primo segretario per partito comunista, lo inviti a scrivere per la rivista e lui ne rimanga coinvolto.
Così Lu Hsun rievoca quel momento nella Prefazione citata:
“Intuii che si sentivano soli, eppure risposi:
- Immagina una casa di ferro senza finestre, praticamente indistruttibile, con tanta gente addormentata sul punto di morire asfissiata. Tu sai che la morte li coglierà nel sonno e che quindi non conosceranno le pene dell’agonia. Ora, se tu, con le tue grida, svegli quelli dal sonno più leggero e costringi questi sfortunati a soffrire il tormento di una morte inevitabile, credi di rendere loro un servigio?
- Se alcuni si svegliano, non puoi dire che non ci sia alcuna speranza di distruggere la casa di ferro.
Era vero, malgrado le mie convinzioni non potevo uccidere la speranza, perché la speranza fa parte del futuro. Né potevo, con le sole prove che avevo, scuotere quella sua certezza nell’esistenza della speranza; perciò gli promisi di scrivere qualcosa e nacque il mio primo racconto, Diario di un pazzo…
Quanto a me, non provo più tanto il bisogno di esprimermi; tuttavia, forse perché non ho ancora potuto dimenticare la tristezza e la solitudine di un tempo, a volte mi accade di lanciare un grido per incoraggiare quei combattenti che arrancano nella solitudine, perché non si perdano d’animo”.
In Come cominciai a scrivere racconti Lu Hsun è ancora più esplicito: “Pensavo… che avrei dovuto scrivere… per l’umanità, e per la necessità di migliorarla. Detestavo la vecchia abitudine di considerare la narrativa come ‘divertimento’, e consideravo ‘l’arte per l’arte’… un altro nome per ‘passatempo’… Il mio scopo era di esporre la malattia e attrarre l’attenzione su di essa, affinché fosse curata”.
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Tutta l’opera narrativa di Lu Hsun, il classico per eccellenza del Novecento cinese, consiste in due raccolte di racconti, Alle armi (1922) e Errare incerto (1926), a cui si può aggiungere una raccolta di Antiche leggende rielaborate (1935). Le tre opere si trovano raccolte in italiano in Fuga dalla luna, pubblicato nel 1973, in un periodo di grande popolarità della Cina di Mao, e mai più ristampato. Per il resto Lu Hsun, ritenendo di poter essere più utile alla causa della riforma culturale in altro modo, si è dedicato alla scrittura di saggi, che le storie letterarie dicono essere ugualmente splendidi e di alto valore letterario.
Le storie letterarie parlano di una innovazione linguistica apportata da Lu Hsun. In Cina vigeva una separazione fra la lingua letteraria e la lingua parlata, un po’ come, nell’Italia del Duecento, fra latino e volgare. Lu Hsun ha adottato la lingua parlata e il suo racconto Diario di un pazzo (1918) segna l’inizio della letteratura cinese contemporanea. “Io scrivo in volgare, usando il linguaggio dei facchini e dei venditori ambulanti” afferma ne La vera storia di Ah Q.
Molti suoi racconti presentano analogie strutturali. C’è spesso un io narrante, con funzione di attore o testimone, ma senza nessun carattere di eccezionalità. E’ un io leggero, che a volte coincide con l’io dell’autore, ma che risponde all’auspicio di Robert Walser ne La rosa, “che in un libro in prima persona l’io debba apparire, dove gli è possibile, con la modestia di un personaggio, non con i modi di un autore”. E’ un io che non ha nulla di decadente o narcisistico, verso il quale magari sentiamo una maggiore intimità, ma pur sempre un personaggio tra personaggi.
C’è un topos ricorrente, un ritorno o un reincontro. Sottolineato dallo stesso autore nel racconto Nella taverna: “Da giovane, osservando le api e le mosche, vidi che tendevano a ritornare nello stesso posto. Se qualcosa le spaventava, volavano subito via, ma fatto un breve giro tornavano a posarsi dove erano prima; la trovavo una cosa ridicola, ma anche patetica. Non credevo che sarei volato indietro anch’io, dopo aver fatto un breve giro”.
Ne consegue il tema della memoria, che viene a legarsi strettamente con quello della scrittura stessa, come è detto ancora nella Prefazione: “il guaio è che non riesco a dimenticare completamente, e questi racconti sono nati dai ricordi che non ho saputo cancellare dalla mente”.
Il narratore si presenta come parte della comunità di cui narra le vicende. Non alla maniera del narratore verghiano, che con l’“artificio della regressione” si spoglia della sua cultura per adottare lingua, punto di vista, sensibilità e valori di una umanità degradata, pescatori, minatori e contadini. Il narratore di Lu Hsun è realmente parte di quella comunità, è impastato della stessa materia di cui sono fatti i suoi personaggi, ma al contempo è uno che ha studiato, che ha abbandonato il villaggio dell’infanzia, la qual cosa l’ha votato alla solitudine. Tanta intensa partecipazione alla vita del popolo si accompagna infatti a una acuta solitudine. E’ la consapevolezza che lo isola.
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Il ritorno è l’occasione che porta il narratore protagonista a presentare o rievocare una figura principale, di cui viene ricostruito, anche con il ricorso ad analessi, la vicenda. Abbiamo così racconti che illuminano una vita con una concentrazione che potrebbe fornire materia sufficiente per un romanzo.
Indimenticabili alcune figure: la madre a cui è morto il figlio malato solidale con la madre di un criminale morto sulla forca (Medicina); il piccolo intellettuale povero ridotto a rubare libri, schernito e bastonato (K’ung I-chi); la brava serva venduta dalla suocera a un nuovo marito contro la sua volontà (Il sacrificio di capodanno); Ah Q, campione di presunzione e millanterie, debole coi forti e forte coi deboli, come il popolo sottomesso di quella “casa di ferro” che era la Cina del tempo (La vera storia di Ah Q).
Significative sono le figure di donne, sottoposte a un regime di tipo autoritario e patriarcale, e quelle di letterati ed educatori, della cui funzione Lu Hsun aveva una grande considerazione, essendosi egli stesso impegnato nella pubblica istruzione e nell’insegnamento.
Sono tutte figure di perdenti, alle prese con il lavoro che manca, la fame incombente, le malattie in agguato, la passività, l'ignoranza, la superstizione, l’ostilità, l’isolamento, la disillusione e l’incomprensione di un ambiente immobile e chiuso, crudele con i deboli e gli innovatori: “Non vedi,” dice ne La taverna un amico al Narratore protagonista “nessuno dei progetti di allora è andato come speravamo. Ora non sono sicuro di niente, neanche di ciò che farò domani e neanche di ciò che farò fra un minuto…”.
Lo stesso Lu Hsun nella sua vita si è esposto ai malintesi, talvolta anche in malafede, dei suoi contemporanei, e all’emarginazione e alla persecuzione delle autorità per le sue idee, o il suo prodigarsi per gli amici in difficoltà o in disgrazia, o il sostegno alle richieste degli studenti e alle lotte per il rinnovamento.
Lu Hsun non è ottimista. La saggezza popolare non ha speranze: “Ogni generazione è peggiore della precedente” dice l’anziana nonna del racconto Capelli. Il giudizio sul potere e il corso della storia è spietato: “Se al Creatore si potesse muovere un rimprovero, gli direi che crea e distrugge la vita con troppa facilità” commenta il Narratore in Conigli e gatti. E in Il sacrificio di capodanno: “Questa povera donna, abbandonata nella polvere come un vecchio giocattolo, un tempo vi lasciava la sua impronta anche lei, anche se la gente che conosceva un’esistenza serena si stupiva che volesse ancora vivere; ma ora è stata spazzata via dall’eternità… nel mondo d’oggi, quando una creatura insignificante cessa di esistere, e coloro che sono stufi della sua presenza non la vedono più, è un bene per tutti, per lei e per gli altri”.
In Tanto strepito per nulla l’alternarsi del potere, senza che nulla cambi nelle esistenze, se non i segni esteriori degli omaggi e degli ossequi, trova una raffigurazione di una sintesi estrema e di implacabile condanna: cade l’impero e nasce la repubblica: tutti a rifarsi l’acconciatura, a tagliarsi il tradizionale codino; cade la repubblica e si restaura l’impero: tutti a farselo ricrescere. E così alternativamente, mentre tutto il resto non cambia.
Lo stesso popolo viene fustigato nei conformismi, nelle vigliaccherie, negli egoismi: basti pensare a questo signor Everyman della letteratura cinese che è il protagonista de La vera storia di Ah Q.
La società pare immutabile, ognuno vi occupa un posto ben definito, che erige barriere anche fra due ex amici d’infanzia, come avviene in Villaggio natale (questo racconto presenta una situazione molto simile a quella di un racconto di Cecov, Il grasso e il magro). Solo nell’infanzia, luminosamente ricordata proprio in Villaggio natale, le distinzioni sociali non impediscono l’amicizia e il gioco tra appartenenti a classi diverse.
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Il Diario di un pazzo è un atto d’accusa radicale al sistema Cina in tutti i suoi aspetti: società, educazione, storia, tradizione, cultura. “Ciò che veniva chiamato civiltà era denunciato come barbarie, anzi come negazione dell’umano” scrive Edoarda Masi nell’Introduzione a Fuga dalla luna.
Un “pazzo” soffre di manie di persecuzione e vede i suoi simili come “mangiatori di uomini”; ne trova una conferma nella quotidianità: “al villaggio avevano bastonato a morte un noto malfattore. Alcuni poi gli avevano strappato il cuore e il fegato, li avevano fritti nell’olio e se li erano mangiati. Lo avevano fatto per diventare più coraggiosi”. “In… Shih-chen (classico della medicina cinese), è detto chiaramente che la carne umana si può mangiare bollita”. Nell’antico classico Tso-chuan si trova scritto di un uomo che si meritava “che si mangiasse la sua carne e si dormisse sulla sua pelle”. “In tempi remoti, secondo la storia antica, J Ya cucinò suo figlio e lo dette da mangiare ai tiranni Chieh e Chou. In realtà però gli uomini hanno cominciato a divorarsi l’un l’altro dal giorno in cui P’an Ku creò il cielo e la terra, e poi hanno sempre continuato: dai tempi di J Ya a quelli di Hsu Hsi-lin” (rivoluzionario giustiziato nel 1907; il suo cuore e il suo fegato furono mangiati). Anche la saggezza popolare dice che “se i genitori si ammalano un figlio deve essere pronto a tagliarsi un pezzo della propria carne e a cuocerla per loro”. Un modo di dire comune è “Vorrei prenderti a morsi, per sfogare la rabbia che ho in corpo!”.
Tutto glielo dice chiaramente, dunque: gli uomini mangiano i loro simili. E un espediente per giustificarsi è definire la vittima “un tipaccio”. “E’ un loro vecchio trucco!” commenta il “pazzo”.
“Ma se tu facessi un solo passo,” dice il “pazzo” al fratello, “se tu cambiassi subito abitudine, tutti potrebbero vivere in pace. Anche se ciò accade da tempo immemorabile, potremmo sin da oggi fare uno sforzo per essere migliori e dire che bisogna smetterla!... Dovete cambiare, cambiare dal più profondo del cuore!”. La chiusa è un appello accorato: “Salvate i bambini!...”.
Essere un “partigiano delle riforme” attira le accuse di essere un “seguace di dottrine straniere”, un “tipo irragionevole”. L’ideale appare come illusorio: “E quelli che sono vissuti per un grande ideale? Di quanti si sono perdute le tracce e non se ne è trovato neppure il cadavere! La loro vita è passata tra persecuzioni, ingiurie e l’ironia del prossimo; persino le loro tombe sono state da tempo dimenticate e lentamente sono sprofondate” (I capelli).
Eppure, nonostante l’avversità del sistema, Lu Hsun esprime la necessità di un cambiamento e auspica per il futuro “una vita nuova, una vita quale non abbiamo mai conosciuto” (Villaggio natale).
E ha parole stupende sulla speranza: “La speranza, in se stessa, non si può dire che esista o non esista… E’ come per le strade che attraversano la terra. Al principio sulla terra non c’erano strade: le strade si formano quando gli uomini, molti uomini, percorrono insieme lo stesso cammino”.
Nonostante l'interesse per le ragioni specificamente letterarie, evidente anche nel fatto che si trovano nella sua opera suggestioni del Novecento europeo: soprattutto di Pirandello (in Diario di un pazzo, il rapporto tra verità e apparenza, qui fondato su fondamenti sociali e non metafisici-gnoseologici) e Ibsen (ad esempio per l’attenzione alla condizione della donna); ciononostante in Lu Hsun le ragioni della letteratura non prevalgono su quelle della vita.
Speranze deluse e pessimismo radicale, storico e cosmico, che chiama in causa il Creatore – o la Natura – che crea e distrugge con troppa facilità; la convinzione che la cosa preferibile per l’uomo sia cessare di esistere, ma anche la riaffermazione della luminosità dell’infanzia e del valore della coerenza, dell’illusione, dell’impegno, della responsabilità, della solidarietà fra gli uomini, nonostante tutto. Non c’è anche qualcosa di leopardiano?
[tutti i Maestri dell'altro mondo]
[tutti i libri della bottega]
Pubblicato da Giorgio Morale il 15.09.07 00:05