Intervista a Marco Di Porto
BDL: Chi è Marco Di Porto?
MDP: Sono cresciuto in una famiglia piena di casini, tra sfratti, problemi economici e assenze/abbandoni, e ringrazio Dio (o chi per lui) per essere ancora vivo e tutto sommato quasi sano di mente.
Sono affetto da una specie di “smania”, che credo abbia a che fare con la voglia di riscatto… laurea, lavoro, albo professionale, vivere da solo, pubblicare… ho bruciato le tappe, ho fatto tutto molto in fretta. Ora ho voglia di tirare il fiato, guardarmi intorno, fiutare l'aria e capire che direzione prendere.
I tuoi racconti sono discontinui, molto diversi gli uni dagli altri nei contenuti e nella forma. Sembri un autore molto inquieto…
Sì, cambio spesso registro e stile. Mi piace sperimentare, vedere quel che succede approcciando il testo in modo (per me) nuovo.
Ho notato che usi gli oggetti come specchio dello stato interiore dei personaggi. Penso ad esempio a Sarah, che si accorge di essere grande perché ha in casa una sua scorta personale di medicinali. E' dalle piccole cose che si capiscono le grandi cose?
Secondo me il rapporto che un personaggio intrattiene con uno o più oggetti può essere narrativamente molto utile: aiuta ad esemplificare situazioni, percorsi mentali, intere psicologie. E rende più immediata l'empatia del lettore con la storia.
Il rapporto che Sarah ha con la sua scatola di medicine aiuta a far capire chi è, le sue dinamiche interiori. I personaggi devono toccare oggetti, notare particolari specifici di cose e persone, rapportarsi ad essi e ad esse in modo peculiare: è una maniera per renderli vivi.
Ho la sensazione che i tuoi racconti possano sempre essere letti simbolicamente. Emblematico in "Dio veglia sui soldati" il gesto di succhiare i limoni tagliati…
Sì, beh, credo che determinati passaggi possano essere letti in senso simbolico e metaforico. Ad esempio quello a cui ti riferisci. E' un altro modo per rendere la storia viva e per aumentare l'empatia del lettore con ciò che avviene: i simbolismi ti suggeriscono che la storia che stai leggendo, un senso vero e "alto" ce l'ha davvero; anche se magari non è così. Il poeta è un mentitore, la letteratura è una fregatura, non c'entra quasi mai niente con la realtà.
Nel libro l'amore – inteso come amore ortodosso, tradizionale – non ne esce bene, mentre altre sue forme risultano più forti (penso all'amore gay di "Sospiro"). Perché secondo te?
Ecco: questa è una di quelle cose che si imparano da chi ti legge! Non ci avevo mai pensato ma è verissimo. Non so, suppongo che scrivendo di cose che non ho sperimentato (l'omosessualità: tema che mi sta a cuore perché l'ho vissuta, per così dire, "in famiglia", ma che non conosco in prima persona), tendo a idealizzare certi rapporti… mentre probabilmente divento molto più realista nella descrizione di ciò che conosco, storie d'amore eterosessuale, conflittuali e aggrovigliate, di cui sono un vero esperto.
Un tema ricorrente è anche quello del precariato ("Outbound" e "Un bel po' di movimento"). E' un problema che hai affrontato personalmente?
Passo da un contratto a progetto a un lavoro in nero, da lavori "a cottimo" (non trovo altra espressione per definirli) a "prestazioni occasionali" pagate con ritenuta d'acconto dopo tre mesi. Non ho mai avuto uno straccio di sicurezza contrattuale (anche perché raramente, negli ultimi tempi, ho firmato contratti). Ci sono mesi che guadagno millecinquecento euro e mesi che lotto per arrivare a cinquecento (e mesi in cui non guadagno una lira e neanche riesco a mangiare per quanto sono nervoso).
Progettare un futuro a queste condizioni, in una megalopoli sovradimensionata, carissima, tentacolare e vorticosa quale è Roma da dieci e più anni a questa parte, è praticamente impossibile. A meno di non avere le spalle coperte: cosa che ovviamente non ho.
Ci sono periodi in cui non ho lavoro e mi ritrovo da solo, di mattina, al parco pubblico a fare le pinne in bicicletta, e mi chiedo: ma perché non ho fatto il pizzaiolo? Sarebbe stato molto meglio.
Viviamo in un'epoca di totale svalutazione della cultura. La maggior parte delle persone che frequentano questo blog, con la preparazione che dimostrano, cinquant'anni fa sarebbero già diventate direttori di giornale. Oggi ci propongono (lo giuro) collaborazioni a 6,12 euro a pezzo.
Presti un'attenzione particolare alle figure femminili. Madri in difficoltà, nonne protettive, lesbiche. Le donne sono il filo conduttore di questa raccolta. Sei d'accordo?
Ho riscontrato questa caratteristica in tutti i maschi cresciuti senza padre che ho conosciuto: un'attenzione, una familiarità speciale col mondo femminile. Sì, credo che le donne abbiano un ruolo importante nei miei racconti, anche se non saprei dire se costituiscono un vero e proprio filo conduttore del libro.
Il racconto "Kaddish" è il fulcro della raccolta. I racconti che lo precedono, fatti di piccoli dolori quotidiani, sembrano lavori preparatori, piccoli esercizi necessari per arrivare al dolore più grande, quello per un padre assente che muore. Credo che "Kaddish" rappresenti un punto di partenza per la tua scrittura. Sei d'accordo?
Credo di sì. Ho in testa molte idee sullo sviluppo che potrebbero avere le tematiche della parte "Kaddish". Quella parte è pensata esattamente così: come un crescendo, sia di consapevolezza che di tensione emotiva, che sfocia in una specie di urlo liberatorio. Credo però che non sia abbastanza: sto facendo i conti tutt'ora non solo con la narrazione di quegli eventi, ma con gli eventi stessi.
Quali scrittori credi abbiano influenzato il tuo modo di scrivere?
Grandi classici a parte, a me la folgorazione me l'ha trasmessa Charles Bukowski: lo lessi per la prima volta a diciannove anni e trovai nella sua scrittura tragicomica, istintiva e disperata un tale potere liberatorio… per tre quattro anni non feci altro che imitarlo, iniziando contemporaneamente a bere molto e a scrivere molto. Poi la cotta per Buk pian piano è passata, e a influenzarmi sono stati in seguito alcuni americani contemporanei, come A.M.Homes (che è un genio) e D.F. Wallace.
Un punto di riferimento per me è poi Natalia Ginzburg, una grande narratrice della quotidianità, dalla scrittura limpida e netta, e dallo sguardo poetico.
Una cosa ho capito, scrivendo: che non mi interessa parlare di chissà quali avventure e intrighi internazionali; mi interessa invece parlare di gente normale, di certi piccoli miracoli quotidiani, di situazioni in cui le persone possano riconoscersi. Quando esco dalla narrazione della quotidianità, invece, la strada che preferisco è il surreale.
Cosa ti piace e cosa non ti piace del tuo libro?
Il mio libro secondo me ha un pregio: che è scritto di pancia. E' una "qualità" (metto le virgolette perché al mondo esistono anche i fan sfegatati di Raymond Queneau) che a mio avviso manca a molti autori italiani. Detto questo, alcuni miei racconti sono tronchi, non possiedo una pazzesca cultura enciclopedica, credo che in certi passaggi si senta troppo la eco di alcuni autori americani contemporanei, e le tematiche affrontate nell'ultima parte avrebbero meritato più spazio, maggiore approfondimento. Però nel complesso mi sembrano racconti onesti, non artefatti, ecco: è questo che mi piace del mio libro.
Hai qualche buon libro da consigliarci?
Essere senza destino, di Imre Kertész. Kertész è un autore di cui si parla molto poco, in Italia; eppure, Nobel a parte, credo sia uno degli scrittori più rappresentativi del '900. E non solo perché i suoi libri sono di una straordinaria e complessa bellezza; ma anche e soprattutto perché Kertész è uno dei pochi autori viventi che abbiano vissuto sulla propria pelle – e proprio malgrado – i maggiori disastri del secolo scorso: Auschwitz e il totalitarismo di matrice comunista (in Ungheria fu emarginato perché intellettuale non allineato e ci mise dieci anni prima di poter pubblicare, in sordina, il suo primo libro).
Poi ti direi: Nathan Englander, Per alleviare inspoortabili impulsi, Adam Haslett, Il principio del dolore (un vero gioiello, per me fonte di ispirazione), e tutto Joel Egloff, che possiede una stupenda fantasia sfrenata.
Che tipo di lettore sei? Hai qualche rituale? Quando, come leggi?
Leggo di tutto, e scelgo seguendo soprattutto i consigli degli amici. Rituali no: però in genere se un libro mi piace me lo divoro tutto in poche ore, senza riuscire a distogliermi; mentre se non mi piace, lo mollo dopo poche pagine. Se mi piace o no lo capisco praticamente dopo cinque minuti.
Un momento di sincerità: un libro osannato che non ti è piaciuto.
Gli Schwartz, uscito in pompa magna, accompagnato da uno stuolo di recensori entusiasti (primo fra tutti Giuseppe Genna, che stimo per la passione che mette in ogni cosa che fa, ma che in quel caso prese una toppa clamorosa). E' un libro debole, già passato nel dimenticatoio.
Hai vinto una cena con uno scrittore (anche morto). Chi scegli?
Istintivamente direi Salinger; ma penso che una cena con il buon vecchio D. J. potrebbe rivelarsi insostenibile: solitario e scontroso come dev'essere, mi immagino che appena dopo l'antipasto si alzerebbe con una scusa, per andare a chiudersi in camera sua a meditare, lasciandomi col maggiordomo zen a riflettere su quel capolavoro magico che narra i tre giorni di passione di Holden Caulfield. E allora dico Imre Kertész.
C'è una persona in particolare che ti piacerebbe leggesse il tuo libro?
Una persona in particolare no. Però mi piacerebbe che certi giornalisti letterari, prima di scrivere i loro articoli, leggessero i libri di cui parlano. In fondo è il loro lavoro.
Sei felice?
Non credo, no. Sono un trentenne inquieto che dopo anni di fatiche ossessive ha raggiunto il suo ossessionante scopo (pubblicare un libro con un editore serio), e che adesso, giunto al traguardo, si chiede che cavolo farà da grande.
Quali progetti futuri? Un romanzo? Altri racconti?
Ho nel cassetto:
1) Un romanzo finito e decisamente brutto, ma zeppo di mille idee secondo me interessanti e comiche, tutto da rivedere (ma che forse mai rivedrò);
2) Due romanzi fermi a pagina cinquanta o giù di lì;
3) Una sessantina di racconti finiti, di cui, buoni, credo sette o otto;
4) Centinaia di file di appunti, incipit, pensieri, idee, riflessioni e cazzate (molte le cazzate).
E non ho idea se e quando pubblicherò ancora qualcosa.
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Pubblicato da Federico il 24.09.07 12:38