31.08.07

Torineide #3 / Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani, di Fabio Geda

di Paolo Cacciolati

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Sono uscito dalla lettura di Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani con molte soddisfazioni e qualche domanda. Una, sopra tutte, anche in relazione all’attività di Fabio Geda. La professione dell’autore (specie se esordiente) può influire sul suo libro? Tra lavoro e scrittura può esserci un collegamento diretto, inteso come esplicita fonte di ispirazione? E in caso positivo, quando e in che modo può produrre un buon risultato?
Insomma, l’occupazione dell’autore, anche se (o proprio perché) fuori dal così detto mondo delle lettere, può contribuire a far emergere l’osso giusto, quello attaccato al quale c’è lo scheletro di un dinosauro che aspetta solo di essere dissepolto?
Ci si potrebbe divertire a cercare conferme o smentite a questo collegamento tra lavoro e ispirazione, anche se è un esercizio da passarci le giornate.
Solo per limitarmi ad alcuni spunti, e per restare nell’orticello italico e contemporaneo, tra le smentite mi viene in mente Gianni Biondillo, che di professione fa l’architetto, senza che ne emerga (credo) traccia esplicita nei suoi romanzi, così come per Leonardo Colombati che ho letto occuparsi di fibre ottiche.

Nelle conferme, ecco la sterminata teoria di insegnanti scrittori che dalla scuola hanno tratto ispirazione, e mi accontento della torinese Paola Mastrocola, oppure la pattuglia di magistrati con la penna in mano, i De Cataldo, i Carofiglio, ma ci sono anche autori dalla professione meno convenzionale (almeno per la scrittura), come Mario Tobino, psichiatra, che ha basato molte opere sull’esperienza nel manicomio di Lucca, o Vincenzo Pardini (autori di cui si è parlato recentemente con Bart Di Monaco in una piacevole conversazione nel suo ancor più piacevole giardino), che di lavoro fa la guardia notturna e ha scritto un bellissimo racconto da cui è stato tratto il film Il metronotte, e poi Pontiggia che ha tratto ispirazione dal suo lavoro giovanile per l’indimenticabile La morte in banca, o Massimo Lolli, capo del personale (oggi forse si dice direttore risorse umane) di una grande azienda, dal cui romanzo è stato tratto il film Volevo solo dormirle addosso.
A volte il collegamento è più sottile, sotto traccia, ma costituisce ugualmente la chiave per la riuscita dello scritto. Mi chiedo, ad esempio, quanto abbia influito l’esperienza lavorativa di Giulio Mozzi in uno dei suoi racconti che più mi piace, L’apprendista ( in Questo è il giardino).

Per tirare le fila, è un esercizio capzioso chiedersi se (specie per un esordiente) funziona centrare il testo sulla propria esperienza personale e lavorativa? Dal mio punto di vista no. Certo che no, proprio perché le prove d’esordio che più mi sono piaciute sono quelle dove emerge il vissuto lavorativo dello scrittore.
Come nel caso di Fabio Geda.
La quarta di copertina dice che ha 34 anni, vive a Torino e fa l’educatore in una comunità per minori. Nella pagina dei ringraziamenti rivela che vorrebbe salutare e dire grazie a Emil (il protagonista del romanzo, un personaggio immaginario) e che proverà a farlo continuando nel lavoro di educatore e cercandolo nei ragazzi in difficoltà che incontrerà di volta in volta.
L’autore, insomma, gioca a carte scoperte, non nasconde la sua fonte d’ispirazione. E questo, per collegarmi a quanto ho detto sopra, diventa uno dei suoi punti di forza, perchè dal libro trasuda la passione per il proprio lavoro, passione che si trasforma in necessità di raccontare, urgenza di fare conoscere al mondo qualcosa che attraversa la propria vita e in particolare le persone con cui si entra in contatto.
Qualcuno obietterà che si può parlare delle persone e del mondo con cui si entra in contatto anche facendosi mantenere da papà, dall’amante o da chicchesia. Ma non è la stessa cosa, non c’è lo stesso respiro. Sicuro, tutto questo non basta per realizzare un buon romanzo, per riempire le pagine con una storia che regge. Eppure, quando ci sono le capacità, aiuta, eccome.

In questo caso lo spunto dalla propria esperienza personale conferisce alla storia uno slancio potente. C’è la voglia di puntare un faro su una fascia di persone che vive ai margini della società. Si tratta di ragazzi costretti a vivere fuori dagli schemi convenzionali, tra nomadismo urbano ed emarginazione o anche solo perché hanno fatto una scelta di vita diversa. Artisti di strada, ma anche rifugiati, clandestini, ragazzi e anche bambini abbandonati dai genitori, costretti a sbarcare il lunario in una società ostile, che quando offre protezione lo fa spesso in forma di carità pelosa, con un doppio fine. Come nel caso di un architetto che ospita nella sua lussuosa magione Emil, un ragazzino rumeno di tredici anni, che ha perso la madre, è entrato in Italia clandestinamente dentro un furgone, con il padre rimpatriato per esser stato coinvolto in una rissa.
Il romanzo procede sulle storie parallele dei due protagonisti, Emil e l’architetto, raccontate con uno sfasamento temporale che aggiunge efficacia alla narrazione. Qui Fabio Geda, nonostante sia all’esordio, si rivela un narratore capace, anche per la scelta (non facile) di raccontare le due storie in forma di discorso diretto soggettivo. Una strada ardua, che presenta non pochi rischi, tra cui quello di sovrapposizione della voce del narratore ai pensieri dei protagonisti. Ma sono strettoie da cui l’autore si divincola bene.

L’architetto è tratteggiato alla grande nella sua vacuità malinconica. Io sono l’interior designer di me stesso, dichiara. C’è ad accoglierlo una Torino morbida e anestetizzata, fatta di residenze in colline, impegni mondani, compagnie sofisticate con cui sorseggiare Greco di Tufo spruzzato di anice.
Ecco come l’architetto descrive la sua Torino.

Mi si rotola davanti fino alle montagne. Indelebile. Come l’Olimpo. Un Olimpo timido e riservato. Torino è intima e confidenziale. Forse solenne. Cosa si sa di Torino? Il mio impero partirà da qui.

Nelle pagine a lui dedicate emerge il vuoto tronfio di un’esistenza in cui neppure il lavoro vale come riscatto, perché la professione è vissuta in fondo solo come un’occasione per primeggiare, affinchè nel mondo infine si parli di lui.
Sentite come presenta al pubblico di comparse la sua nuova residenza.
250 inserti di alluminio. 7 qualità diverse di vetro. 8 tipi di legno. 5 nazioni, da cui provengono i mobili disegnati da 14 diversi progettisti. 23 sfumature di bianco che i lapponi chiamerebbero con 23 nomi diversi e distinguerebbero senza bisogno di accostarli. 6 ore la durata dell’aperitivo di stasera, poi vi butto fuori.

Il tutto scritto su una parete del salone centrale con una decalcomania usata nei musei per raccontare la biografia dell’artista. Pare un’allucinazione tratta da un magazine patinato o da un servizio per la tivù che parla di lusso, sì, ma intelligente, perché la creatività si esprime meglio su uno yacht. Chiaro.
Naturalmente, le storie dei due protagonisti finiscono per incrociarsi, e l’autore introduce progressivamente il lettore nel cauto e peloso gioco di uno per accaparrarsi la fiducia dell’altro.

Per contrasto all’opulenza dell’architetto, la Torino di Emil è un ventre acido fatto di imboscate, botte, e attenzione costante per evitare brutte situazioni, ma anche di incontri con altri ragazzi che possono essergli d’aiuto. Perché Emil è un focolaio di luce a cui non si può dire di no, un piccolo avventuriero che affronta il mondo con la sfrontatezza ingenua di farcela comunque, come il suo eroe preferito, Tex.
Quando non ci sono più vie d’uscita, l’unica speranza di Emil diventa raggiungere il nonno Viorel a Berlino. Per raggiungere il suo scopo si aggrega a una banda di pards di strada che lo porterà in scorribande per mezza Europa, sempre con l’affanno di essere fermato o comunque definitivamente allontanato dal suo sogno. E via con la sarabanda di avventure.

Poi, questo libro mi piace anche perché c’è movimento. Mi piacciono i libri dove i personaggi si muovono da un posto all’altro. Qui si comincia con Emil che corre sul ponte Isabella, l’acqua del Po che scivola dieci metri di sotto. Continua con le scorribande a volte frenetiche nelle strade di Berlino, a volte dondolanti al ritmo di una penichette, una barchetta che bordeggia il canal du Midi.
Veramente mi piacciono anche i libri dove il protagonista sta fermo e sono le cose a muoversi nella sua testa, tipo quelli del grande Ugo Cornia. Ma qui la faccenda diventa ancora più complicata.
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Ancora, c’è il tema della sopraffazione dell’adulto sul bambino, tratteggiato ottimamente da Geda. Anche qui ci sarebbe di che sbizzarrirsi a elencare gli scrittori che hanno già affrontato l’argomento, ma purtroppo manca lo spazio. Comunque, è tutta la caratterizzazione di Emil che è ben riuscita, anche con l’idea di trasformare la passione per Tex (che conosce per caso quando viene nascosto in un magazzino) in emozioni e dialoghi immaginari.
Infine è da segnalare la curiosa interposizione nel testo di alcuni riferimenti alla scrittura e al modo di intenderla, fatti per bocca di un fotografo-scrittore che incrocerà Emil. Divertente anche l’accenno al ghost title del romanzo, Sturm und Plastic (che a me piace assai), in cui, credo, il primo termine potrebbe riferirsi a Emil e il secondo all’architetto. E anche qui sarebbe di nuovo lungo il discorso sui titoli e sul perché uno piuttosto che l’altro.
Ah quei cattivelli delle case editrici…, che poi Instar è lodevolissima, piccina com’è e in prevalenza non orientata alla narrativa italiana, eppure disponibile a scommettere su esordienti nostrani come…

Fabio Geda, Per il resto del viaggio del viaggio ho sparato agli indiani, Instar libri. 13,50 euro.
[tutti i libri della Bottega]

Pubblicato da Paolo Cacciolati il 31.08.07 16:33

COMMENTI

Continua il tuo cammino interessante tra i nuovi scrittori di Torino. Bel lavoro. Sarebbe bello se anche altri della Bottega scrivessero di nuovi autori della loro città.

Ricordo con piacere il nostro incontro a casa mia. Abbiamo avuto il tempo a favore e abbiamo potuto trascorrere una speciale giornata all'aria aperta. Un abbraccio a te e a Barbara.

da Bartolomeo Di Monaco il 31.08.07 23:17

Grazie Bart.

P.

da Paolo il 01.09.07 09:32

Ottimi commenti, ottimo libro!
Fabio, uno dei più promettenti giovani talenti della letteratura italiana impegnata socialmente. Bravo Fabio!

da Raluca il 02.09.07 22:52