16.08.07

Thomas Hardy: Nel bosco (1887) Seconda Parte

di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Trad. Stefano Tummolini

[La prima parte di questa lettura]

Thomas HardyÈ proprio Grammer Oliver a provocare il primo incontro di Grace con il dottor Fitzpiers (dotato di un “irresistibile potere di attrazione”), della cui bellezza la ragazza rimane affascinata. Il Destino, se tesse lentamente la sua tela, non ha però incertezze sull’esito finale: ogni mossa può anche creare una felicità momentanea e illusoria, ma il risultato sarà sempre il dolore, lo sconforto, l’umiliazione.
Fitzpiers, infatti, discendente di una illustre famiglia del posto, si picca di conquistare la ragazza, in principio spinto dal puro capriccio: “La differenza di estrazione sociale ci impedisce di entrare in intimità. Qualsiasi progetto di matrimonio con lei – attraente com’è – sarebbe assurdo. Pregiudicherebbe la natura essenzialmente ricreativa di una simile conoscenza.” Ma di lei penserà assai presto: “una fanciulla più dolce di Grace non era mai esistita.” Il rapporto tra i due, precisa Hardy, si sviluppò “impercettibilmente, come il fiorire di germogli sugli alberi.”, a sottolineare ancora una volta che nessun rumore, bensì quiete, ed anche un briciolo di gioia, accompagnano gli eventi che preparano la tragedia.

Sulla figura del medico Fitzpiers non è da escludere che abbiano avuto una qualche influenza Lo strano caso del dottor Jekill e di Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson, uscito nel 1886, ossia appena un anno prima, e anche il romanzo gotico di Mary Shelley: Frankestein ovvero il Prometeo moderno, del 1818.
Sta di fatto che gli accenni, anche se fugaci, al macabro, relativi agli esperimenti del dottor Fitzpiers, rappresentano una novità nella produzione di Hardy. E perfino i riferimenti a leggende, riti e superstizioni hanno in questo romanzo uno svolgimento più marcato. Si pensi, ad esempio, alla notte della vigilia di mezza estate, quando le ragazze, tra cui Grace, s’inoltrano nel bosco per svolgere un rituale da cui avrebbero tratto auspici per il loro matrimonio. Ad un certo punto fuggono spaventate perché – dice una di loro – “Abbiamo visto Satana che ci inseguiva con la sua clessidra.”
Ci si accorge a questo punto che Hardy, abilmente, sta tenendo in disparte gli altri personaggi (Marty, Giles, e in particolare la signora Felice Charmond) per concentrarsi sulla vicenda in fieri che riguarda “il bellissimo, irruento e irresistibile Fitzpiers” e la dolce e frastornata Grace, lasciandoci tuttavia intuire che essi non saranno affatto marginali, poiché il Destino, che li ha voluti far comparire ad un certo punto della storia, li terrà in serbo per accendere in qualche modo le luci su di loro quando Edred Fitzpiers e Grace Melbury saranno chiamati a pagare lo scotto per aver creduto possibile la felicità su questa terra.

Gli avvertimenti non mancano ai due, sin dai primi giorni del fidanzamento allorché il promesso sposo cerca di convincere Grace (“che si sentiva più dominata che protetta da lui”) a non sposarsi in chiesa, bensì, per una necessaria discrezione, in “un ufficio del registro”, onde evitare il pettegolezzo sulla differenza tra le rispettive classi sociali di appartenenza che una cerimonia appariscente avrebbe potuto suscitare non solo nel villaggio ma anche nel circondario. Pur concedendo, infine, che il matrimonio si celebri in chiesa, tanto fa il diabolico dottore nei confronti dell’ingenua fidanzata che riesce a forgiare “la sua volontà in modo da renderla passiva e accondiscendente a tutti i suoi desideri.”
Grace, inquieta e infelice, non ha nessuno con cui confidarsi. Giles, perduta la proprietà, si è fatto vincere dall’indolenza, si trascina senza scopo per il villaggio, destando lo stupore e la compassione di tutti. Solo quando giunge il tempo della raccolta delle mele egli percorre i paesi con la sua macina e la sua pressa per spremere il sidro, “fissate su delle ruote” e trainate da “una coppia di cavalli”. È la sua sola fonte di guadagno. Hardy non intende mai nasconderci i lacci che il Destino pone sugli accadimenti, lasciandoci intuire che essi serviranno ad imprigionare nella gelida morsa dell’infelicità ben più di un personaggio.

Intanto, Grace ribadisce anche al marito di sentirsi attaccata alla sua gente, sebbene il collegio l’abbia raffinata e dotata di una buona cultura. È da lì che ella proviene e se il marito disprezza Giles Winterborne, lei gli ricorda di essere cresciuta con lui e di appartenere alla stessa razza. Echi di Cime tempestose (1847) di Emily Brontë sono presenti in questo richiamo, e anche in altri che appaiono nel capitolo XXVIII (ad esempio, “ella tornò ad essere la semplice ragazza di campagna di una volta, con tutti i suoi istinti originari, e ancora latenti.”) e, messi insieme, lanciano un ponte più che solido tra Grace e Cathy: “Ricorda che io sono cresciuta con lui finché non mi hanno mandata a scuola, per cui in fondo non posso essere così diversa da quell’uomo. E comunque non sento affatto di esserlo.”, dice a suo marito. Come pure Winterborne va sempre di più avvicinandosi, anche se blandamente, a Heathcliff, come si comincia a vedere nel capitolo XXXI. Dall’altra parte accade simultaneamente che al medico viene riferito che il suo prestigio e la fiducia della gente stanno venendo meno a causa del suo matrimonio con una donna di condizione inferiore e che pure Mrs Charmond ha commentato sfavorevolmente: “Avrebbe potuto trovare di meglio. Temo che abbia sprecato le sue opportunità.”
Sono, anche questi, ingredienti preparatori del dramma. Dice risentito Fitzpiers a sua moglie, dopo aver cenato al piano terra con i genitori di Grace (che hanno allestito per loro un’ala della grande casa) e con alcuni paesani venuti a festeggiare il ritorno della coppia: “Se decidiamo di restare in queste stanze, non dovremo più mischiarci con i tuoi congiunti al piano di sotto. Non lo sopporto, questa è la verità.” Ma non basta al Destino incrinare l’armonia nuziale. Esso intende andare oltre, creare un solco tra i due, ed ecco che ha scelto lo strumento più efficace.

Arriva infatti per il dottore una chiamata urgente da parte della bella e ricca Mrs Charmond, destinata a procurare il primo incontro tra i due. La donna è rimasta ferita dal ribaltamento della sua carrozza. Così, quella sera, fa notare Hardy, Fitzpiers, preso dall’emozione per quell’appuntamento, “Per la prima volta, da quando erano sposati, se n’era andato via senza darle un bacio.”
Si può supporre che Hardy abbia avuto presente il romanzo di Pierre Choderlos de Laclos, Le relazioni pericolose, uscito nel 1782, quando descrive Mrs Charmond (“una donna dalle molte perversioni, che si deliziava dei contrasti più accesi.”; “una grande seduttrice, a suo tempo”) sdraiata sul divano come una scaltra ammaliatrice in attesa della sua preda, poiché il pensiero va dritto proprio alla marchesa de Merteuil. Così descrive ciò che il medico vede entrando in casa della donna: “vide la figura elegante di una donna distesa sul sofà, in una posizione leggermente studiata, tale da non compromettere l’acconciatura della magnifica massa di capelli che le coronava il capo. Una vestaglia di acceso color porpora forniva un mirabile contrappunto al castano particolarmente intenso delle sue trecce; il suo braccio sinistro, nudo fin quasi alla spalla, era gettato indietro, e tra le dita della mano destra ella teneva una sigaretta, mentre, arricciando delicatamente le labbra, soffiava con indolenza un sottile filo di fumo verso il soffitto.” La plasticità e l’efficacia della descrizione sono di una tale resa da richiamare alla mente la morbidezza, la postura e la sensualità delle due Maja riunite insieme, eseguite da Francisco Goya tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, conservate al museo del Prado di Madrid. Un’ulteriore osservazione che un tale spunto suggerisce è che in questo romanzo, a differenza che negli altri, Hardy fa molte citazioni, a dimostrazione di una conoscenza non superficiale del mondo dell’arte e della letteratura in particolare.

L’amore per la vita semplice è uno dei punti che Hardy tocca frequentemente nei suoi lavori. In Via dalla pazza folla è il pastore Oak il simbolo di questo convincimento. Qui, invece, è Giles Winterborne, umile, modesto (da quando ha perso la casa vive in una baracca solitaria), rozzo, ma puro e sincero. Se ne accorge presto Grace, tradita dal marito, la quale si “era ormai convinta che l’onestà, la bontà, la virilità, la tenerezza, la fedeltà potessero trovarsi, in tutta la loro purezza, soltanto nel cuore degli uomini semplici” Eppure Hardy, nel mentre esalta questo aspetto dell’uomo, ne sottolinea con le sue numerose intersezioni, l’assoggettamento ad un Destino che proprio su tali qualità ha deciso di riversare il suo accanimento, considerando, con ciò, l’uomo una pessima eccezione da neutralizzare e far scomparire dalla faccia della terra.
La lettera che Marty consegna a Fitzpiers, da lui dimenticata nella tasca (che ricorda quella di Tess ad Angel, finita sotto lo zerbino), lo scambio dei cavalli tra Melbury e suo genero, e le relative conseguenze, lo straniero misterioso che fa rapide comparse nella storia, sono i piccoli elementi che Hardy introduce senza troppo rumore, i quali in realtà rappresentano un ulteriore innesto preparato dal Destino per provocare l’esplosione tragica. Se ricordate, anche il sindaco di Casterbridge, nel romanzo omonimo, che precede questo di un anno, era stato perseguitato dalle conseguenze di un’ubriacatura, per non parlare dell’infausto matrimonio di Jude, nel romanzo del 1896. Hardy, insomma, ci vuole suggerire che i grandi eventi sono quasi sempre generati da fatti minori, quando ordinari e quando addirittura insignificanti. Bisognerebbe aprire gli occhi su questi, poiché è attraverso di essi che il Destino combina le sue trame.
A proposito della situazione di innamorata in cui si trova Mrs Charmond, da cui non riesce a liberarsi, Hardy annota: “Ma il Cielo non l’aiutava mai.”, e ancora: “Tutto cospirava contro la sua volontà di rispettare la promessa fatta a Grace!”

Se si osservi la struttura della narrazione, si può notare che essa si lega e acquisisce ulteriore movimento proprio da questi piccoli eventi, dimostrando che Hardy fa della sua filosofia l’abito perfetto della sua scrittura.
Un ciarlatano come l’apprendista avvocato Beaucock, ad esempio, finito malamente a bazzicare le taverne, anziché inspirare diffidenza a Melbury, lo entusiasma e abbindola con la notizia tutta da verificare che una nuova legge avrebbe potuto consentire il divorzio tra sua figlia e suo genero. Bastano le chiacchiere davanti ad un bicchiere di rhum di un tale individuo perché l’imprudente Melbury s’infiammi e, informandone Winterborne, torni a sollecitare il cuore del vecchio amico, che ormai si era rassegnato alla definitiva perdita della sua amata Grace. Succederà la stessa cosa in Tess dei D’Urberville, di qualche anno più tardi (1891) allorché il parroco del villaggio insinua nella mente del padre di Tess il convincimento che la sua famiglia abbia nobili origini.
È, dunque, un romanzo in cui si compendiano molti dei motivi ispiratori di Hardy e soprattutto, nello svolgimento contrastato dei sentimenti che avvincono i personaggi, da Fitzpiers a Mrs. Charmond, da Grace a Giles, a Mr. Melbury, esso è quasi sicuramente il romanzo che più riassume e denuncia la rigidità e i pudori della società vittoriana, nonché i limiti e le forzature di essa.
Il senso di colpa, le regole sociali, la differenza di classe scuotono alternativamente la coscienza dei protagonisti, a tal punto che si potrebbe dire che tutto ciò lascia già intravedere i prodromi di un cambiamento che avrebbe presto scosso la società inglese agli albori del nuovo secolo. Si pensi a David Herbert Lawrence, nato giusto in quegli anni, il 1885, il quale non tarderà molto, sarà il 1928, proprio l’anno della morte di Hardy, a dare alle stampe L’amante di Lady Chatterley. Di Grace, infatti, e del suo dramma, l’autore scrive: “univa nervi moderni a sentimenti primitivi”.

Anche la natura, in questo romanzo, porta una novità: essa si veste di un manto spettrale e funereo, che va al di là della atmosfera di vastità e solitudine che effondeva nei precedenti lavori. Nel capitolo XL si legge: “L’estate stava finendo; durante il giorno gli insetti ronzavano appesi ai raggi del sole; di notte i globi di rugiada appesantivano le foglie; e dopo gli acquazzoni, al crepuscolo, l’umidità e il gelo strisciavano fuori dalle fosse. Le piantagioni erano sempre strane, a quell’ora della sera – perfino più spettrali che nella stagione in cui si spogliano gli alberi, quando alle masse si sostituiscono le linee sottili. Le superfici lisce delle piante lucenti spuntavano nel buio come occhi senza palpebre: volti e figure inquietanti si disegnavano alla luce esangue, che s’era in qualche modo insinuata sotto alle tenebre fitte, mentre più in basso, di quando in quando, scorci di cielo si ritagliavano tra i tronchi, come lenzuola spettrali, e sulle punte dei rami si abbandonavano mollemente alcune lingue biforcute.” E nel capitolo XLII: “Accanto c’erano altri alberi, stretti gli uni contro gli altri, che combattevano per sopravvivere, coi rami sfigurati dalle ferite causate dai colpi e dai graffi che si scambiavano a vicenda. Era il rumore della lotta tra quei vicini, che ella aveva sentito durante la notte. Ai loro piedi giacevano i ceppi marci degli alberi caduti in battaglia molto tempo prima, che spuntavano dal loro letto di muschi come denti neri da gengive verdognole.” Ciò potrebbe configurarsi come un preambolo, un’anticipazione di quel tetro e spaventoso pessimismo di morte, che caratterizzerà i due romanzi successivi, quello che narra le vicende di Tess e quello che narra le vicende ancora più terribili di Jude.
Hardy, tuttavia, cerca complessivamente di mitigare il suo pessimismo, accentua il valore del sentimento nei rapporti tra i personaggi, nel tentativo di dare a loro e a noi una speranza. Ma la sua filosofia è ancora forte e resistente. Infatti, si avverte in modo assai palpabile questo scontro in atto, poiché le buone intenzioni di Hardy si realizzano, sì, in questo romanzo, ma cospargendo il percorso di dolore. Il Destino, infatti, ancora una volta, dopo aver tessuto abilmente il male, se lascia un piccolo pertugio alla gioia perseguita con accanimento dal suo autore, con l’ultima unghiata, servendosi di Giles e di Marty, celebra definitivamente la morte.

[tutte le letture della Bottega] [un altro romanzo di Thomas Hardy: L'amata]

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco il 16.08.07 21:05

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