16.08.07

Thomas Hardy: Nel Bosco (1887) Prima Parte

di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Trad. Stefano Tummolini

Thomas HardyCome per Zola, Balzac e Dickens, anche in questo caso siamo di fronte ad uno dei maggiori narratori di tutti i tempi, tra i miei preferiti per quella speciale qualità di descrivere e di scavare in profondità i sentimenti che governano l’animo umano.
Queste alcune delle sue opere maggiori: Via dalla pazza folla (1874), Il ritorno del nativo (1878), Vita e morte del sindaco di Casterbridge (1886), Tess dei D’Urberville (1891), Giuda l’oscuro (1896). Il suo tragico pessimismo, il suo credere in un fato cinico e crudele, in una natura aspra e solitaria che agisce sull’animo degli uomini, hanno scosso più di una generazione di lettori. Le due ultime opere Tess dei D’Urberville e Giuda l’oscuro impressionarono a tal punto l’opinione pubblica che Hardy si decise ad abbandonare il romanzo per dedicarsi alla poesia. Nel 1898 uscirono, infatti, Le poesie del Wessex a cui seguirono alcuni racconti, un poema, I dinasti (1904-1908), e altre poesie. Wessex è l’antico nome del Dorset, che Hardy sceglie come ambientazione delle sue storie.

Nel bosco (o anche I boscaioli dal titolo originale The woodlanders) è il romanzo che precede le suddette due opere tragicissime e segue di appena un anno Vita e morte del sindaco di Casterbridge che ha in Michael Henchard uno dei personaggi più emblematici del pensiero di Hardy.
Credo sia importante sottolineare la seguente parte dell’incipit, peraltro molto bello (con quelle due immagini del tappeto di foglie che in autunno “si fa così fitto da seppellire tutto il sentiero” e dei rami bassi degli alberi che “si protendono indisturbati e ingombrano la strada, quasi coricandosi sull’aria impalpabile.”): “Il posto è solitario e quando comincia a far buio ritornano alla mente del vagabondo gli allegri convogli che un tempo sfilavano a frotte lungo quella strada, i piedi coperti di piaghe che l’hanno percorsa, e le lacrime che l’hanno bagnata.” In queste poche righe è condensata l’ispirazione che accompagna sempre tutte le opere tragiche di Hardy. Vi è la natura tenebrosa, aspra, solitaria, silenziosa, bella, affascinante, vi è la sofferenza degli uomini raffigurati “allegri” nella perenne lotta per cercare un po’ di felicità.
La grandezza di questo autentico narratore la si avverte sin dal principio quando in un modo che pare semplice a descriversi, ma non lo è - e solo il cinema oggi può rendere con una tale facilità -, egli ci presenta un distinto viaggiatore smarrito nella notte lungo quel sentiero che “comunica un senso di solitudine” poiché non “sembrava probabile che qualcuno apparisse all’orizzonte, quella notte.” E invece, “poco dopo, un debole rumore di ruote in movimento e un deciso suono di zoccoli cominciarono a farsi sentire; e in lontananza fece la sua apparizione, ritagliata tra il cielo e le fronde, una corriera trainata da un cavallo.” Il veicolo trasporta passeggeri, “la maggior parte donne.” Lo guida una donna, Mrs Dollery: “Al suo avvicinarsi l’uomo alzò il bastone, e la donna che era alla guida tirò le redini.”
Questa immagine è perfetta, non solo perché perfetta ne è la descrizione, come può aversi in un dipinto, ma è perfetta per il movimento impressionista che vi scorre e la rende viva.
Il lettore, ossia, ha la sensazione di avere di fronte non più un libro, una storia inventata, ma di essere entrato attraverso le segrete chiavi di una scrittura speciale dentro un altro mondo. Il cui centro, verso il quale si dirige il viandante, sarà rappresentato da un villaggio tanto piccolo quanto sconosciuto: Little Hintock, “talmente piccolo che, voi che venite dalla città, dovreste avere moccolo e lanterna per trovarlo, se non sapete dove sta.” gli dice Mrs Dollery. Anche se, preciserà Hardy, alcune decorose e ampie dimore che vi si trovavano, testimoniavano che “in qualche tempo passato, Little Hintock aveva avuto un’importanza maggiore di quella attuale.”

L’uomo a cui la donna si rivolge e che fa salire sulla corriera è il barbiere Percomb, di cui faremo meglio conoscenza più avanti. Ora interessa evidenziare che lo stesso movimento di cui si è parlato, lo si ritrova allorché Percomb, giunto al piccolo villaggio, scruta dalle finestre l’interno di ogni casa per trovare la persona che cerca. Stupiscono ancora una volta la semplicità e la facilità di un’operazione e di una resa al contrario molto difficili. Tali miracoli saranno frequenti nel romanzo.
Il legame che dà continuità di esso con tutta l’opera precedente di Hardy è dichiarato esplicitamente allorché, nel descrivere il personaggio di Marty South, che Percomb spia dalla finestra mentre è intenta a fabbricare stecche per l’intelaiatura dei tetti, come si usava allora, ci dice che la ragazza ha il palmo della mano “arrossato e coperto di vesciche”, e che ciò non significa affatto che essa fosse destinata “fin dalla nascita al lavoro manuale.” E così prosegue: “Nulla, se non un tiro ai dadi del Destino, aveva stabilito che quella ragazza dovesse maneggiare quell’arnese; e le dita che stringevano quel pesante manico di frassino avrebbero potuto abilmente reggere una matita o pizzicare una corda, se solo fossero state applicate a tempo debito a tali occupazioni.”
L’uomo, quindi, non dispone di se stesso, è solo il Destino a determinare gli avvenimenti che lo muteranno nel tempo. Hardy fa dell’uomo un essere privo di libertà, non in grado di affermare la propria vocazione alla vita. Forse più del mondo animale, egli attira su di sé la cinica malvagità del Destino, che per un calcolo oscuro e misterioso è proprio sull’uomo che si accanisce. In Hardy, Destino e Tempo paiono coagire e congiungersi in una divinità panica che accentra e diffonde ovunque il potere assoluto della sua perversità.
Il barbiere Percomb è venuto al villaggio dal paese di Sherton Abbas, dove vive, per costringere Marty a vendergli i suoi capelli, che sono di uno speciale colore castano simile a quello dei capelli di una sua ricca cliente, la vedova , ex attrice, Felice Charmond, colpita da una calvizie precoce proprio quando si trova impegnata a conquistare un nuovo amante.
Pensate: una tale quisquilia, sottaciuta poi per larga parte del romanzo, farà da miccia al concatenarsi di fatti tragici.

Marty non cede; vuole mantenersi bella perché ama il modesto e non più giovanotto Giles Winterborne, ma sa – avendolo appreso la notte stessa in cui era giunto Percomb - che il ricco commerciante di legname per il quale lei e suo padre lavorano, George Melbury, vuol dare sua figlia Grace, bella ed educata in collegio, proprio a Giles, figlio di suo fratello e della sorella della prima moglie, per rimediare in questo modo ad un torto fatto a suo padre, al quale aveva sottratto la fidanzata, divenuta appunto la sua prima moglie, morta nel dare alla luce Grace. Ne discute continuamente con la seconda moglie, Lucy, poiché è torturato dal rimorso ma anche dal pensiero che il suo egoismo e il suo senso di colpa forse sacrificheranno l’avvenire dell’unica figlia: “È un peccato che un fiore di ragazza sia dato via così, per uno come quello – un peccato mortale!... Eppure è mio dovere, per suo padre.” Giles, commerciante di mele e sidro, nella stagione invernale aiuta Melbury, il quale, quando in estate cala il lavoro, presta a Giles i suoi carri e la sua manodopera.
Il lettore resta subito ammaliato dalla bellezza e dall’ampio respiro che già si avvertono vibrare e illuminarsi nella storia appena cominciata. Non è affatto improbabile che salga alla mente la voglia di un raffronto con le moderne tecniche della narrazione, per accorgersi che, salvo che in pochi casi (per esempio, in Italia, Carlo Sgorlon), gli scrittori della fine del Novecento hanno abbandonato in massa la strada della tessitura ricca e complessa per affrontare ricerche e studi sperimentali sulla parola. Scene, vicende e descrizioni sono, oggi, quando latitanti, quando asciutte, rapide, mentre ad essere mantenuta alla ribalta è soprattutto l’azione. Essa deve, secondo i nuovi autori, marcare il senso del libro. Negli scrittori della levatura di Hardy, di Balzac, di Zola, Dickens, Tolstoj, Dostoweskij (sono solo alcuni significativi esempi), la tessitura, la padronanza dell’ordito, l’eleganza e la complessità del disegno, stavano, al contrario, al centro della prova in cui si manifestavano e confrontavano le qualità dell’arte. L’asciuttezza, la sintesi (perfino in Flaubert) erano bandite. Ogni filo della trama doveva essere guarnito dalla bellezza di una descrizione, di un pensiero o di un sentimento. Difficile dire che cosa porterà il nuovo millennio, ma è un fatto che il romanzo ha avuto nell’Ottocento, specialmente, e nella prima metà del Novecento il suo periodo di massimo splendore.

La grande fattoria di Melbury e i suoi uomini al lavoro o che si riscaldano intorno al fuoco e si raccontano pettegolezzi e storie è immagine viva, palpitante come le fiamme di quel fuoco. Al pari della fattoria della Bathsheba Everdine in Via dalla pazza folla, o della Fiera annuale di Weydon-Priors che troviamo al principio di Vita e morte del sindaco di Casterbridge o della fattoria dove Tess Durbeyfield conosce Angel Clare. Tutte descrizioni guizzanti di colori e di personaggi. Raccontate e accarezzate a un tempo.
Grace torna dal collegio. Giles è incaricato di andarla a prendere. Assiste alla scena, casualmente, Marty, che era andata a Sherton a consegnare i suoi capelli a Percomb. A casa, Grace si accorge di una luce che brilla sulla collina. Vi abita il dottor Edred Fitzpiers, capitato al villaggio da poco tempo, che ha fama – le confida la vecchia domestica Grammer Oliver - di aver fatto un patto col diavolo.
Ecco impiantato l’albero da cui si diffonderanno i rami della storia: l’amore di Marty (“sempre costretta a sacrificare il desiderio al dovere”) per Giles, l’amore di questi per Grace, l’attrazione di quest’ultima per il misterioso dottor Fitzpiers.
Come si vede, nulla si combina, nulla combacia, secondo la filosofia di Hardy. Il Destino, infatti, si prepara a giocare pesantemente con gli uomini, mettendoli non uno di fronte all’altro, ma l’uno all’inseguimento dell’altro nella continua ansia di subire una sconfitta. In Hardy, non c’è sentimento dell’uomo che vada diritto laddove possa essere ben accolto e ricambiato. Hardy pianta sempre il suo albero su di un terreno accidentato, ingrato ed ostile, che può generare solo rami rinsecchiti e frutti dal sapore amaro.
Allorché Giles invita a casa sua (fra l’altro ad un’ora sbagliata) i Melbury per la festa di Natale e vi accadono alcuni incidenti, come per esempio quello dell’inserviente che lascia le sedie unte di olio perché lustrassero di più e che sporcheranno immancabilmente gli abiti degli invitati “Giles si scusò e sgridò il ragazzino: ma sentiva che il fato si stava accanendo contro di lui.”

Hardy sceglie sempre le piccole azioni per avviare il suo percorso tragico. Lo ha fatto nei precedenti romanzi e lo ripete qui. Tutto deve evolversi a poco a poco così che nella consumazione lenta del disegno appaia con più forza la inesorabile malvagità del Destino, “troppo sfuggente perché la povera umanità, nel culmine della sua irritazione, la possa riconoscere.” E così Melbury comincia a pensare per la prima volta che Grace, con la sua cultura e la sua educazione, meriti un partito migliore: “Mr Melbury era riluttante a lasciare che ella sposasse Giles Winterborne, variamente occupato come boscaiolo, commerciante di sidro, coltivatore di mele e quant’altro, anche ammettendo che Grace lo volesse sposare.”
Egli inclina verso tali pensieri (“La sto rovinando in nome della mia coscienza!”), mentre ancora nel cuore di Grace è presente ed accettato l’impegno assunto dal padre nei confronti di Giles di darla a lui in sposa. Sono mutazioni quasi impercettibili. Infatti, un tale atteggiamento, se comincia ad operare nei confronti di Giles (che non manca di dargli man forte con le sue sbadataggini), allo stesso modo comincia ad operare nei confronti di Grace. Il difficile per uno scrittore sta nel riuscire a rendere questi sottili, infinitesimali, mutamenti, e Hardy vi perviene con maestria. Giunge, infatti, l’esplosione di Melbury che dice alla figlia, dopo che viene trattata malamente da un gentiluomo: “Oggi ho avuto la prova che, per quanto raffinata possa essere, una donna da sola non vale nulla. Tu farai un buon matrimonio.”

Melbury diventa, così, il punto debole, la preda con cui il Destino comincia, attraverso l’insulto di quel gentiluomo, ad interagire nei confronti di tutti i principali protagonisti del romanzo. Un fatto minimo tra quelli ben più eclatanti che avvengono nel mondo entra nella coscienza di un uomo, la scuote e alimenta a poco a poco i fili di una tragedia. Su Giles, infatti, si addensa un’altra disgrazia, che sta per colpirlo, la perdita della proprietà, ricevuta in concessione, a vantaggio della ricca vedova Mrs Charmond, “la padrona di Hintock House”, “la divinità che aveva in mano le sorti della popolazione di Hintock.” Chi può causare questo passaggio, con la sua morte, è il padre di Marty, John South, il quale più che da una vera e propria malattia è consumato dalla paura che un grosso olmo che si innalza davanti alla facciata di casa sua un giorno possa cadere e travolgerlo: “è il mio nemico adesso, e sarà lui la mia morte.” Ora, questa fissazione non è peregrina: essa mostra in trasparenza quanto la natura possa terrorizzare l’uomo fino a condurlo alla morte. C’è un’altra circostanza curiosa da sottolineare, che ho potuto constatare di persona quando, nel 1988, visitai la casa natale di Hardy, un delizioso cottage con il tetto di paglia rinchiuso nel bosco di Upper Bockhampton, nel Dorsetshire (il leggendario Wessex dei suoi romanzi). Proprio nei pressi della casa c’è un grosso albero, di cui non rammento la specie (ma forse è proprio un olmo), che reca incisa sul tronco una targa che ricorda alcune opere che in quella dimora furono scritte dall’autore, e precisamente: Sotto l’albero del verde bosco (1872) e Via dalla pazza folla (1874). Ritengo che Hardy, nel rapporto tra John South e l’olmo, abbia tenuto presente quello instaurato tra lui e l’albero della sua infanzia.
Del resto, bisogna anche dire che la descrizione di Giles che nella tarda sera, sotto la luna, sfronda la grossa pianta salendovi addirittura fino a divenire “nient’altro che una macchia di grigio scuro sul grigio più chiaro dello zenith.” è tra le più belle e armoniose del libro.
Un altro particolare da sottolineare è quello che riguarda due personaggi minori ma emblematici che Hardy affianca a Grace e a Giles, rispettivamente la vecchia Grammer Oliver e l’anziano Robert Creedle, quasi accogliendo la maniera di Dickens (1812 – 1870) che non manca spesso di accompagnare i suoi protagonisti con figure di questo tipo, il cui ruolo è quello di prendersi cura dei propri padroni e qualche volta, come nel caso della Grammer, di essere strumento dei loro destini. Non appaia curiosa una tale coincidenza, giacché – salvo la diversa filosofia che li ispira – vi è un contatto tra i due grandi narratori nel modo di tessere la storia, complessa e prolifica, ma dinamicamente ordinata, e nella scrittura, plastica e visiva come in pochi altri. Non per niente i più noti romanzi di entrambi sono stati tradotti in film. David Copperfield (1850) è forse il romanzo di Dickens che ha più di un contatto con questo di Hardy.

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[tutte le letture della Bottega] [un altro romanzo di Thomas Hardy: L'amata]

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco il 16.08.07 20:51

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