05.08.07

Intervista a Leonardo Colombati

di Federico Miozzi

Rio - Leonardo ColombatiQuanto tempo ha richiesto la scrittura di "Rio"?

LC: Due anni. Un tempo molto breve per me, che per scrivere il primo libro ce ne avevo messi undici. Avevo una data di consegna e l’ho rispettata. Non lo fa nessuno, lo so; ma a me piace rispettare i contratti e poi avere una scadenza può essere utile. Nel mio caso lo è stato.

“Rio” mi ha ricordato – non certo nella forma – “Con le peggiori intenzioni” di Alessandro Piperno. Entrambi i romanzi restituiscono il fallimento della borghesia romana. Sei d’accordo?

LC: Il protagonista del romanzo è figlio di un costruttore senza scrupoli; a Roma tipi del genere li chiamiamo “palazzinari”. Certo, il ritratto che ne faccio è piuttosto impietoso – così come per il contraltare antropologico del “generone”, la cricca radical-chic delle terrazze che d’estate si trasferisce all’Ultima Spiaggia di Capalbio –, però il mio intento non era quello di mettere questi due mondi alla berlina; il “palazzinaro” e lo scrittore famoso, in fin dei conti, rivelano una loro umanità, e il loro declino è forse pietoso, ma c’è una grandezza – un certo eroismo – nel loro lungo commiato alla vita. D’altronde, quando a Roma incontro personaggi del genere, il mio sentimento non è mai l’indignazione, quanto piuttosto la curiosità: ne sono affascinato.

La lingua, rispetto a “Perceber”, si è molto asciugata. E’ più ficcante, arriva prima a destinazione. Si è trattato di una scelta o è venuta da sé?

LC: Penso che la lingua di un romanzo sia determinata dalla storia che uno vuole raccontare. In Perceber ho usato il narratore onnisciente – direi quasi una parodia del narratore onnisciente, visto le cose che mostra (finge?) di sapere. L’io narrante di Rio, invece, è un ragazzo di ventisei anni, di buona ma limitata cultura. Non potevo certo fargli uscire dalla bocca tutti quei ricami rococò che avevano caratterizzato lo stile del mio primo libro.

Il protagonista di “Rio” finge di essere un romanziere per migliorare il proprio status sociale. Cosa significa essere scrittori in Italia, di questi tempi?

LC: Runeberg, il famoso best-seller, prende in giro il protagonista per questa sua ingenuità: pensare che quello dello scrittore sia un mestiere, per così dire, “cool”. Essere scrittori in Italia, oggi, significa sapere che solo il cinque per cento della popolazione compra più di un libro all’anno. È una riserva indiana: rari passanti si fermano sul ciglio della strada per comprare le nostre pozioni magiche. Tra un cliente e l’altro, ci ubriachiamo e organizziamo risse, così, tanto per non annoiarci troppo.

Il personaggio di Filippo Runeberg serve a ribaltare lo stereotipo del romanziere illuminato ed incorruttibile. Ti sei ispirato ad uno scrittore realmente esistito?

LC: Non credo che in Italia esista davvero uno scrittore cosmopolita, dandy e così sfacciatamente ricco come Runeberg: cavalli, motoscafi, fuoriserie... Penso piuttosto di essermi ispirato a due personaggi di Saul Bellow: sicuramente a Ravelstein e poi al Citrine del Dono di Humboldt.

“Rio” è un romanzo che ha diviso la critica. Ho letto recensioni entusiastiche e recensioni durissime. Anche “Perceber” aveva avvicinato alcuni lettori e respinto degli altri. Perché succede così con Colombati?

LC: Pubblicare libri può trasformarti in un insopportabile vanaglorioso oppure farti capire che non si può piacere a tutti. È la vita. Quanto alle recensioni sui giornali, poi, ho imparato che due su tre sono scritte senza che il critico abbia nemmeno aperto il libro. La cosa incredibile, con Rio, è che più di un recensore l’ha candidamente ammesso. Un paio di articoli esordivano con un “non leggerò Rio perché…”. Su quei perché, è meglio glissare…

Il protagonista del tuo libro è un antieroe. E’ un bugiardo, un traditore. Però incarna i vizi dell’italiano medio e quindi finisce per essere simpatico. Il lettore – in special modo il lettore uomo – solidarizza perché inevitabilmente si riconosce in certe “bassezze”. Sono personaggi che, in un’altra epoca e in un altro contesto, avrebbe potuto interpretare Alberto Sordi. Sei d’accordo?

LC: Sì. Non sopporto i moralisti in letteratura. Dostoevskij, ad esempio, era un moralista insopportabile, ma solo nella vita privata; con gli anni divenne un reazionario clericale, s’atteggiava a profeta... Voleva scrivere I demoni in aperta polemica con le ideologie liberali, socialiste e anarchiche che attecchivano in Russia. Fortunatamente il suo genio si ribellò al suo umore e Stavroghin si trasformò nel vero eroe del romanzo, il più grande nichilista della letteratura. Aveva scritto il libro definitivo sull’immensa vastità del male.

Quali sono, secondo te, i difetti di “Rio”?

LC: Ricollegandomi a quello ti ho detto prima riguardo allo stile, mi dispiacciono alcuni passaggi eccessivamente letterari: stonano un po’ in bocca al protagonista.

Hai un libro da consigliarci?

LC: Posso dirti cosa ho letto ultimamente e m’è piaciuto: La festa del caprone di Vargas Llosa, Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi, Andai dentro la notte illuminata di Giancarlo Liviano.

Dopo “Perceber” – che era un romanzo pastiche, ipercitazionista con tanto di appendice – “Rio” a quale modelli si rifà? A chi assomiglia?

LC: Mi piacerebbe se a qualcuno, leggendo Rio, venisse in mente Saul Bellow. Se devo pensare a qualche italiano, allora dico l’Arbasino di Fratelli d’Italia e il La Capria di Ferito a morte. Un premio Nobel e i due più grandi scrittori italiani viventi: non male come modelli, no? Ma almeno nelle aspirazioni, uno scrittore deve puntare in alto; i risultati, poi, sono un’altra storia…

E’ in progetto un nuovo romanzo? Per quando?

LC: Ho già pronta la scaletta per un romanzo. Inizierò a scriverlo a settembre e lo consegnerò all’editore alla fine del 2009 – spero.

Quali dischi andrebbero messi nel lettore per accompagnare la lettura di “Rio”?

LC: Ecco la playlist: Welcome to the pleasure dome (Frankie Goes To Hollywood), Club Tropicana (Wham!), Vamos a la playa (Righeira), Parklife (Blur), Via (dEUS), The big sky (Kate Bush), The bends (Radiohead), Wrapped in grey (XTC), Rio (Duran Duran), A slow song (Joe Jackson) e A sort of homecoming (U2).

Cosa c’è di autobiografico nel romanzo?

Ho vissuto a Londra negli stessi anni del protagonista, come lui ho trovato lavoro in una multinazionale, il mio capo e il suo sono identici… Per il resto, è tutta fiction. Gli scrittori creano mondi; alle volte, così come nel mio caso, il mondo che creiamo è piuttosto simile a quello vero; il dato autobiografico è presente, anche se i due mondi, anche quando uno si sforzasse allo spasimo, non coincideranno mai. Io non volevo che coincidessero. Ho voluto divertirmi immaginando un ragazzo che avrei potuto essere io, ma un po’ diverso. Mi entusiasmava l’idea di immaginare per me stesso un destino differente da quello che mi è toccato nella vita vera. Un destino peggiore. Anche perché, toccando ferro, finora il mio destino è stato felice: sono cresciuto circondato dall’amore dei miei genitori, ho una moglie meravigliosa e due splendidi figli. Piuttosto noiosa come trama per un libro.

Potresti descrivermi la scena di quando leggi una stroncatura del tuo libro? Come reagisci?

LC: Apro il giornale, leggo il pezzo, chiudo il giornale, mi fumo una sigaretta e la vita continua.

Hai qualche rituale da lettore? Sottolinei i testi? Fai le orecchie, usi segnalibri, leggi ad alta voce?

LC: Non sottolineo mai i romanzi. Se c’è una frase o un passaggio che mi possono servire, faccio un minuscolo segno con la matita a margine della pagina e sulla prima pagina bianca del libro segno il numero di pagina. Ai libri di saggistica tocca invece un destino più infelice.

Cosa pensi dello Strega vinto da “Come Dio comanda” di Ammaniti?

LC: Mi è sembrata una scelta giusta. Mi piacciono i suoi libri e mi fanno sorridere quei critici superciliosi che hanno storto la bocca; non mi sembra che ci fossero un Gadda o un Soldati da premiare al suo posto.

Leonardo Colombati - "Rio" - RIZZOLI 2007, 355 pagine

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Pubblicato da Federico il 05.08.07 22:14

COMMENTI

bell'intervista. Piaciuto il tono, sia delle domande, che delle risposte.


PS. prima o poi lo dovro' leggere...(visto che l'ho comprato due volte).

da cletus il 06.08.07 19:42

Condivido conn Cletus, intervista asciutta, essenziale sia nelle domande che nelle risposte.
Di Rio mi sono occupato qui:
http://www.vibrissebollettino.net/archives/2007/04/leonardo_colomb_3.html

da Bartolomeo Di Monaco il 06.08.07 20:59

Grazie. Il merito è soprattutto di Leonardo e della sua sincerità.

da Federico Miozzi il 07.08.07 09:39

Bravo Federico: l'intervista si legge tutta d'un fiato e poi mi piace il botta e risposta. È interessante e senza sbrodolamenti. Ma conoscendo il Miozzi e sapendo come scrive non poteva che essere così! Complimenti anche a Leonardo. Certo... mi sarei aspettata un consiglio Springsteeniano nella sua compilation... ;-) Baci!! adòrovi.

da Gaja il 07.08.07 10:13

L'ultima risposta mi ha lasciato quasi stupito. Solo quasi: a Colombati piace Ammaniti!!! Vabbe', sui gusti non si discute.
In quanto a "Rio", ho già detto, mi spiace, ma per me un flop, la pallidissima imitazione di "Con le peggiori intenzioni". Una soap-opera di serie B o anche C. L'unico ad essere stato entusiasta D'Orrico, con una "propaganda" a dir poco imbarazzante, recensione che ha fatto più male che bene a "Rio" e al suo autore. Critica divisa? Be', in un certo senso: D'Orrico è il solo ad averne detto bene, tutti gli altri lo hanno stroncato "Rio", ma non poteva essere diversamente, data la qualità della storia e dello stile "ben più che minimale". Be', adesso avrò costretto, per l'ennesima volta, Leonardo a fumare un'altra sigaretta. :-)

P.S.: Di chi è l'articolo su "Rio" su Il Foglio, riportato sul sito "Perceber"? Manca la firma dell'autore e io Il Foglio non ho il vizio di sfogliarlo.

da Giuseppe Iannozzi il 10.08.07 08:10

Devo far notare che Iannozzi mente sapendo di mentire quando afferma che "D'Orrico è il solo ad averne detto bene, tutti gli altri hanno stroncato Rio". Affermo che Iannozzi mente sapendo di mentire perché Iannozzi, nello stesso commento, cita la recensione di "Rio" apparsa nel quotidiano "Il foglio" e disponibile in rete, e quindi credo di poter presumere che l'abbia letta: e si tratta di una recensione assai positiva. Il testo completo della recensione è qui:
http://www.perceber.com/archives/2007/07/rio_sul_foglio.html

da giuliomozzi il 15.08.07 16:07




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