08.08.07

Il dono, di Vladimir Nabokov

di Ezio Tarantino

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Che fallimento sarebbe, temo, Il Dono, di Vladimir Nabokov, se fosse vero quanto scrive la brava traduttrice Serena Vitale nella postfazione, e cioè che il lettore di questo romanzo, per goderselo fino in fondo, dovrebbe conoscere tutti i riferimenti alla letteratura russa che ne popolano, più o meno nascosti, le pagine.
Invece la lettura del Dono è piacere puro. E se i riferimenti vengono colti, tanto meglio; se non lo sono, spesso se ne percepiscono lontane eco, rifrazioni (ed è piacevole lo stesso, come quando si crede di ricordare qualcosa dalla natura sfuggente e misteriosa): “si capisce” che dietro un’immagine, o una citazione, o un nome di cui è facile sospettare si tratti di una caricatura, si nasconda un verso di Puskin, una citazione da Belyj o di Esenin. E di chissà quanti altri. Anche di fronte alla scarsa possibilità di dominare i continui rimandi letterari di Nabokov il lettore semplice è indotto, per un verso, ad arrendersi subito, e dall’altro a non rammaricarsene affatto, e ad andare avanti per vedere cosa succede.

Succede che la storia del giovane e un po’ arrogante scrittore Fëdor Godunov-Cerdyncev, emigrato russo a Berlino negli anni trenta, squattrinato, pieno di ideali e di passioni raggelate, a dire il vero, da una visione piuttosto snob delle vicende umane, è raccontata con una densità descrittiva – mai fine a se stessa – una esattezza divertita dell’ambiente e del genere umano da intravedervi più il piacere dickensiano del ritratto “sociale”, il gusto ironico di Gogol, che non l’arguta operazione metaletteraria.

Il giovane Fëdor vivacchia dando lezioni private di inglese e scrivendo poesie. Vive in squallide stanze in affitto, passeggia in tenuta adamitica per i boschi berlinesi, partecipa assiduamente della ingenua e patetica vita culturale degli emigrati russi, che si vedono con regolarità nei salotti che fanno il verso a quelli idealizzati e ormai perduti della lontana Pietroburgo. Impiega il suo ingegno nella scrittura di una sprezzante biografia di uno dei miti della nuova letteratura russa, Nikolaj Cernicevskij, l’autore di Che fare?, si innamora di Zina, la figlia dei suoi pensionanti, e aspetta che questi emigrino ulteriormente in Danimarca per poter finalmente coronare il loro sogno d’amore segreto.

Tutto qui.
Tutto qui?
Già: non c’è alcuna trama accessoria, nessuna complicazione strutturale che “porti avanti la storia”; ma ci sono straordinarie pagine di descrizioni della natura selvaggia e misteriosa dell’Asia russa e cinese, al seguito dei viaggi del padre di Fëdor, pioniere dell’entomologia, i cui spostamenti nelle regioni più impervie alla ricerca di una nuova specie di farfalla (la Epicnaptera arborea, la Plebicula amanda…) sono raccontati con lo stesso piacere per l’avventura esotica di un Salgari. Ci sono le pagine e pagine dedicate agli incontri un po’ surreali con letterati russi della diaspora, invidiosi, accidiosi e di scarso talento.
Tutto quanto si può dire sulla costruzione del romanzo (sulla sua geometria circolare, sui suoi rimandi, sulla sua struttura, sui suoi inserti presi in prestito dalla tradizione letteraria) viene in qualche modo convalidato da una irresistibile potenza viva: scorre infatti la vita vera fra le pagine del Dono, al punto che l’aspirazione letteraria del protagonista, la sua ossessione per la metrica, per il colore delle parole, per i suoi maestri spirituali, non ha senso se non alla luce di una capacità di rendere in modo gustoso e drammatico, divertente e patetico le vicende dei protagonisti. I personaggi del Dono sono scolpiti come in un romanzo dell’Ottocento, ma sono incanalati nel destino artificiale di un romanzo novecentesco.
La capacità combinatoria di Nabokov, grande costruttore di strutture narrative circolari, giocate su una scacchiera all’interno della quale i personaggi sono in continua tensione per sfuggire al loro destino di Cavallo in B6, un po’ come accade in un altro grande manufattore del racconto, Queneau, esalta non la struttura, ma quello che questa racchiude: i sentimenti, le passioni.
Poco importa se il romanzo è il romanzo che il protagonista vorrebbe scrivere a pagina uno (straordinaria la naturalezza con cui si passa continuamente dalla prima alla terza persona, in un fluido, quasi impercettibile interscambio di ruoli in cui narratore e personaggio si passano il testimone nel portare avanti il racconto): è certamente vero, ma non grava sulla lettura come una tassa da pagare per accettare il patto narrativo che lo scrittore propone al suo lettore.
E gli strumenti utilizzati per raggiungere il suo obiettivo sono tutt’altro che tradizionali: per esempio, attraverso piccoli scarti linguistici, o giochi di parole, le cose si animano, diventano linguisticamente protagonisti dinamici di scene all’interno delle quali non viene fatta distinzione fra esseri umani, felini e oggetti tradizionalmente inanimati. Un realismo magico per nulla pedante o sopra le righe, tanto risulta intimamente necessario al raggiungimento della Verità che conta per uno scrittore: quella narrativa.

Un’ultima annotazione. Nella prefazione, scritta molti anni dopo la redazione del romanzo, Nabokov lamenta che un editore pubblicò il libro privato del capitolo quattro. Eliminato per le stesse ragioni, dice con ironia, per le quali all’interno del libro, questo viene criticato da uno dei personaggi.
Il capitolo quattro altro non è che la sintesi (molto estesa) del libro che il protagonista scrive su Cernicevskij.
E’ il cuore del discorso di Nabokov sulla letteratura russa, e quindi è il cuore del romanzo che fa della letteratura russa la sua ragione d’essere.
Da lettore semplice, non particolarmente esperto di letteratura russa, una volta rubricata la prosa del capitolo quattro come “deliziosa”, “finemente ironica", “arguta”, “ammiccante”,
“fantastico esempio di gioco intellettuale”, e dopo aver lasciato sul comodino l’espressione estatica (e un po’ ebete) del fine conoscitore (che un po’ ci è e un po’ ci fa), ammetto di aver saltato con estrema soddisfazione la maggior parte di qeuste pagine, lette velocemente altre, ed essere arrivato in fondo leggero e grato a Pennac per avere, un giorno, ratificato in un famoso decalogo, il diritto del lettore a non sentirsi più ignorante dello scrittore e a costruirsi il proprio piacere – che vi assicuro intatto – di arrivare in fondo alla lettura, senza sensi di colpa.

Il Dono, di Vladimir Nabokov. Adelphi, 12 €

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Pubblicato da Ezio il 08.08.07 23:42

COMMENTI

Mi piace come spieghi che non è tutto qui.

da Paolo il 10.08.07 00:13




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