16.08.07

Il discorso che fabbrica l'arte

di giuliomozzi

Mercanti d'auraMercanti d’aura. Logiche dell’arte contemporanea (il Mulino 2006, pp. 285, ill., 18 euro) è un bel saggio divulgativo di Alessandro Dal Lago (sociologo, docente di Sociologia dei processi culturali presso l’Università di Genova) e Serena Giordano (illustratrice e scenografa, docente di Immagine e comunicazione presso l’Università di Genova). L’intento del saggio è spiegare come, nel Novecento, il discorso sull’arte abbia preso definitivamente il sopravvento sulla fisicità dell’arte. Le opere d’arte non sono tali di per sé, per loro caratteristiche “verificabili” (sono fatte di certi materiali, hanno certi soggetti ecc.), ma “diventano arte” – se lo diventano – grazie ai discorsi che vengono allestiti attorno ad esse da critici, mercanti, curatori di musei, nonché dagli stessi artisti.
Il punto di partenza è, inevitabilmente, l’orinatoio di Marcel Duchamp. Si tratta di un semplice orinatoio – di un prodotto di serie – che nel 1917 Duchamp espose, capovolto, titolato «Fontana» e firmato «R. Mutt» in una mostra d’arte. È evidente che in quell’oggetto non c’è alcun “lavoro dell’artista”, se non il lavoro di presentarlo come se fosse un’opera d’arte: c’è, appunto, un “lavoro di discorso”; e c’è un “lavoro di potere”, in quanto un discorso ha bisogno, per affermarsi, di essere sostenuto da soggetti autorevoli.

Affermando che oggi si rende esplicita l’intima relazione degli artisti con il discorso, in ultima analisi con le idee dell’arte, intendiamo sottolineare come l’arte contemporanea sia possibile grazie a un’incessante produzione discorsiva, in cui un ruolo decisivo è assunto dalla critica. Oggi, il critico non appare più come il mero depositario dei valori estetici o il tramite tra vita intellettuale e arte. Se in arte il discorso è tutto, il critico ha il ruolo di vero demiurgo dell’attività artistica. (p. 93)

I primi capitoli del saggio ripercorrono l’affermarsi nel corso del Novecento della supremazia della «produzione discorsiva», mostrando con abbondanza di esempi come tale supremazia non solo abbia determinato che cosa noi oggi consideriamo effettivamente «arte», ma abbia anche determinato quali opere dovevano materialmente sopravvivere e quali invece no; quali potevano avere accesso ai musei o al mercato dei collezionisti e quali invece no; e infine – la cosa che più mi interessa – come la produzione stessa di opere sia stata fortemente condizionata. Un’opera che, oggi, venga prodotta senza un aggancio preventivo a una delle «produzioni discorsive» dotate di potere, ha minime possibilità di essere accettata come «opera d’arte». Il potere di un piccolo gruppo di Grandi Critici e di Grandi Mercanti è maggiore del potere di un qualsiasi artista o, più precisamente, di una qualsiasi opera (a meno che l’artista non sia, a sua volta, un produttore di «produzioni discorsive», e/o che l’opera non sia stata concepita strettamente in vista delle possibili future – o preventivamente pattuite – «produzioni discorsive»). Al punto che si può parlare di autentiche «invenzioni»: l’invenzione della Transavanguardia, l’invenzione dell’Espressionismo astratto americano, eccetera (è da notare come le «produzioni discorsive» tendano generalmente a fissare degli «-ismi»; la cosa interessante è notare che spesso gli artisti radunati dentro un «-ismo» non hanno nulla in comune tra loro, se non il fatto di essere gestiti da uno stesso mercante, o critico, o critico-mercante; che attraverso l’invenzione dell’«-ismo» inventa a sua volta gli artisti e le loro opere).
L’introduzione di un’opera in una «produzione discorsiva» dotata di potere è ciò che in questo saggio viene chiamato «aura». Banalmente: se oggi ci sono persone che pagano un biglietto e fanno la coda per ammirare un oggetto del tutto privo di bellezza come la «Fontana» di Marcel Duchamp, è perché quell’oggetto ha la sua brava «aura»; e per nessun’altra ragione (e infatti, l’esperienza diretta dell’oggetto non ci dà nulla di più di ciò che non avessimo già da prima, grazie alle «produzioni discorsive»).
Duchamp, dicevo, è incontestabilmente colui che ha messo in moto questo nuovo modello di funzionamento del campo delle arti figurative. Ma gli è toccato subire le conseguenze della sua stessa innovazione:

Quasi cent’anni fa, Duchamp aveva perfettamente compreso la necessità del packaging dell’arte, identificando la intuizione decisiva svolta dal discorso, e se ne era appropriato con i suoi ready-made. Ma i critici, almeno quelli più sensibili alla trasformazione discorsiva dell’arte contemporanea, si appropriarono dell’operazione di Duchamp – una conseguenza abbastanza ironica, se si pensa che Duchamp è noto come primo teorico dell’«appropriazione» in arte. […] La progressiva sparizione dell’opera e l’occupazione del suo spazio da parte di operazioni concettuali trasformeranno il critico in coautore (quando non in addirittura autore assoluto) dell’opera. A ben vedere, ciò comporta lo slittamento dell’attività dei critici da valutatori a produttori. Se l’opera non c’è, o è trascurabile, che importanza ha valutarla o analizzarla? In fondo, se il critico è il coautore, analisi e comprensione sono già contenute nel discorso che ha creato l’opera. (p. 113).

Un paio di capitoli forse meno avvincenti nella lettura, ma importanti per chiarire il quadro teorico dentro il quale ragiona questo saggio, sono dedicati alle opere «senz’aura». Ce n’è una quantità: dai quadri astratti dipinti dalla scimmia Congo (p. 18) alle opere prodotte da ospiti di istituzioni psichiatriche (p. 209 sgg.), dalla gastronomia alla moda (e in genere a quelle che una volta si chiamavano «arti applicate», p. 199 sgg.). A me interessano in particolare le pagine dedicate alle opere prodotte da persone ospiti di istituzioni psichiatriche, per il semplice fatto che nel 1998 riuscii a far pubblicare presso le Edizioni Theoria Io avrei voluto essere come quel passero, un libro che raccoglieva un'ottantina di testi scritti da Vittorio Bianchi, ospite dell'ex ospedale psichiatrico della mia città. Io volli pubblicare quei testi perché mi sembravano belli [*], e per nessun'altra ragione. Ma ciò fu possibile solo "vestendo" il libro con una quantità di scritti - alcuni scientifici, altri testimoniali - che, in sostanza e al di là di qualunque intenzione, finivano col ridurre il libro a qualcosa che non era "letteratura", e quindi lo sottraevano al punto di vista della bellezza. Quindi: libro interessante, per carità, ma privo di aura. Fu anche molto ben recensito, ma non per quello che - secondo me - era prima di tutto: ossia, un libro assai bello.

E invero mi piacerebbe molto riuscire a capire come funziona, nel campo della letteratura, la produzione di aura. Perché in questo campo ci sto da un quindicennio ma - sarò zuccone, non so - ancora non l'ho capito.

In conclusione: Mercanti d'aura è, secondo me, una lettura utile per chi, non essendo specialista, volesse capire perché mai i pupazzi di Cattelan sono arte e - absit iniuria verbo - quelli di tre palle un soldo no.

Da leggere sullo stesso argomento. Nell'ambito della letteratura, direi innanzitutto L'ombra lunga dell'autore, di Carla Benedetti, feltrinelli. Sempre a livello divulgativo: Angela Vettese, Come si diventa artisti, Carocci. Appena uscito, l'ho comperato ma non ho ancora letto Lo potevo fare anche io. Perché l'arte contemporanea è davvero arte di Francesco Bonami. Classici: I mondi dell'arte, di Howard S. Becker; Le regole dell'arte, di Pierre Bourdieu.

[*] Ne parlo in un articolo uscito anni fa in "Stilos", che si può leggere in questa raccolta (è il numero 49).

[tutti i libri della Bottega] [tutti i libri di sociologia]

Pubblicato da giuliomozzi il 16.08.07 16:01

COMMENTI

Al lettore di questa recensione che non conosce - o conosce poco - il lavoro di Marcel Duchamp, vorrei consigliare, se ne ha la possibilità, di andare a vedere le sue opere, compresi i cosidetti "ready made" di cui fa parte "Fountain", l'opera di cui Mozzi parla all'inizio della recensione. Scoprirà che si tratta di cose molto belle, al di là di qualsiasi discorso tribunalizio-sociologico che intervenga a trasformarle in furberie. Ogni ready made testimonia del mondo poetico di Duchamp, e se ancora oggi qualche intellettuale "trombone" sostiene che non si tratta di arte perché vengono utilizzati oggetti industriali (critica che cela una certa malafede scordando sia la scelta dell'oggetto in base al valore formale, sia la manipolazione dell'oggetto - accostandolo ad altri, o comunque intervenendo per quanto impercettibilmente -, sia il testo, il gioco di parole che accompagna ogni ready made), dicevo di fronte a queste "trombonate", andate dritti alla mostra e godete del mondo misterioso, carrolliano, di questi oggetti che forzano la logica, di un orinatoio che si fa fontana e ricorda la ricerca di forma di tanta arte e architettura dei decenni successivi.
Un altro consiglio è di non perdervi nemmeno le mostre di Cattelan, sebbene trovi dei difetti in quello che fa, mi pare che comunque il suo lavoro sia molto più interessante di tanti altri artisti contemporanei.
I discorsi degli imbonitori nel mondo dell'arte esistono eccome, e il libro qui recensito sono sicuro ne darà conto, ma per favore sparare su artisti veri è davvero l'eccesso opposto a quello degli imbonitori.

andrea barbieri


da andrea barbieri il 18.08.07 23:40

Andrea, se vuoi catalogarmi tra gli intellettuali "tromboni" secondo i quali "i ready-made non sono arte perché utilizzano oggetti industriali", t'inganni.

da giuliomozzi il 23.08.07 17:22

Giulio, non penso tu sia un "trombone", in genere non lo sei. Piuttosto sei una vittima del libro che recensisci. Credo che ti sia capitato un contrappasso. Vedi tu sei uno che vince facilmente il lettore, tra affabulazione e retorica ci sai fare, e la cosa non è una critica sia chiaro.
Però questa volta i due autori hanno vinto te con un discorso davvero poco profondo, ma ammantato di chiarezza e profondità. Hanno venduto l'aura pure loro.
Però, va anche detto ovviammente, che da un intellettuale sveglio che vive nel 2007, cioè novant'anni dopo Duchamp, non mi aspetto che scriva come hai fatto tu: "È evidente che in quell’oggetto non c’è alcun “lavoro dell’artista”, se non il lavoro di presentarlo come se fosse un’opera d’arte..." Questa è una puttanata.
E mi aspetto che ragioni sulle bibliografie che propone, scegliendo testi buoni. Il testicolo di Bonami che proponi è sinceramente imbarazzante, un'altra grande sola per il lettore.


da andrea barbieri il 25.08.07 00:03

Andrea, due cose.
1. Se in quell'oggetto c'è un "lavoro dell'artista" ulteriore al presentarlo come se fosse un'opera d'arte, dimmi: che lavoro è? (E ti prego di notare che da nessuna parte ho scritto che quell'oggetto non è un'opera d'arte).
2. Ho citato il libro di Bonami. Sono d'accordo con te: è una sòla. Ti prego di notare, peraltro, che ho scritto: "L'ho comperato, ma non l'ho ancora letto". Quindi in nessun modo quello che ho scritto può essere scambiato per un invito a leggerlo. (D'altra parte, il libro di Bonami è interessantissimo. Poiché Bonami è uno che ha potere, è interessante sapere qual è il suo discorso pubblico).

da giuliomozzi il 26.09.07 01:16

Scusa Giulio, tu dopo un mese che io lascio un post qui, mi proponi delle domande. Secondo te quante possibilità ci sono che io possa dopo un mese ritornare qui e vederle?
E' un puro caso che questo sia successo, perché altrove ho parlato di Mercanti d'aura. La prossima volta - se vuoi davvero assicurarti una risposta - almeno avvertimi.


Mi chiedi quale sia il 'lavoro' di Duchamp sull'opera 'Fountain'?
E' una domanda che francamente mi stupisce, a cosa ti riferisci, alle ore di lavoro?
Sai come rispondeva Picasso a questa domanda - ho impiegato qualche minuto e una vita intera.

Se invece tu mi chiedi cosa vedo in 'Fountain', ti rispondo che è una bellissima invenzione di forma, di linguaggio e di mondo.

da andrea barbieri il 19.10.07 10:01

Andrea, scrivi: "Secondo te quante possibilità ci sono che io possa dopo un mese ritornare qui e vederle?".
Be': sei tornato e le hai viste.
Non vedo perché avrei dovuto avvertirti. Questa non è mica una corrispondenza privata ("Guarda che ti ho lasciato un biglietto sulla scrivania"). Stiamo scrivendo in pubblico.

Non ti ho chiesto "che cosa vedi in Fountain": l'hai già scritto. Come si possa trasformare la mia domanda in "che cosa vedi in Fountain", mi resta oscuro. Così come mi pare bizzarro internderla come una domanda sulle "ore di lavoro".
Provo a riformulare la domanda. Prima che Duchamp facesse del "lavoro" su quell'oggetto, quell'oggetto non era certo un'opera d'arte. In che cosa consiste il "lavoro", fatto da Duchamp, che ha trasformato quell'oggetto in un'opera d'arte? O forse l'oggetto era un'opera d'arte già da prima?

da giuliomozzi il 19.10.07 23:11

Giulio, il tuo problema credimi è di 'visione'. Tu continui a vedere un orinatoio rovesciato impacchettato da opera d'arte.
Non dai valore all'intuizione di forma che c'è nella scelta di quell'oggetto che viene capovolto. Non dai valore al suo nome. Non dai valore al mondo ironico che costituisce. Non dai valore al linguaggio che D. ha creato (il linguaggio in circolo nel mondo di Fountain, non il linguaggio che ritieni appiccicato a un orinatoio di ceramica per farlo sembrare altro).
Se tu riuscissi a vedere queste cose, se tu non rimanessi fermo alla 'materia prima' per così dire, non mi faresti la domanda sul 'lavoro'.
Sinceramente Giulio tu hai tante qualità ma su questo punto, sui ready made, sei senza speranza. Sembri Flaiano quando diceva: L'arte moderna no grazie, preferisco farmela da me.

da andrea barbieri il 20.10.07 21:05

Vedo, Andrea, che continui a confondere i tentativi di descrivere le cose con giudizi sulle cose. Fischi per fiaschi.

da giuliomozzi il 27.10.07 08:27

Giulio, se non ti riesce di capire quello che ho scritto e lo ritieni prendere fischi per fiaschi, ti pregherei di leggere 'Fatto e valore' di Hilary Putnam (Fazi), per capire come la dicotomia tra fatti e valori sia davvero difficile da sostenere.
Ora scusami ma devo sdoppiare il discorso, cioè qui ho risposto a te sul piano dei cavilli che insistentemente proponi, mentre sotto mi rivolgo ai passanti per cose sostanziali che mi premono molto.


PER I PASSANTI INVECE

Un buontempone ha gettato un colorante nella Fontana di Trevi. L'acqua si è tinta di rosso, non proprio un rosso sangue, ma suppongo sia normale vederci un lago di sangue.
I critici d'arte hanno commentato 'è un'idea geniale' degna dell'artista tizio o caio.
In realtà è uno scherzo, e non ha dato vita a un'immagine memorabile, un'immagine che dice chissà quali cose sul mondo. E' formalmente scadente e nemmeno originale. (Diversa è invece la fontana di Teheran voluta da Khomeini per celebrare il sangue versato dai martiri. Quella è ben più elaborata sul piano formale e funziona meglio come linguaggio. Ma resta senza possibilità di riscatto al servizio dell'ideologia di regime, e per l'arte questo è inammissibile).

Scusate la digressione, torno a Roma. I critici leggono l'immagine della fontana - più o meno - come arte, perché ci sarebbe l''idea'. La loro lettura è basata sulla mera idea. Eppure nessuna immagine è fatta di un'idea e basta, le immagini hanno un corpo, una forma, e da questa si intuisce un determinato mondo, la sua sostanza, il linguaggio che vive al suo interno, la sua storia, la tonalità affettiva eccetera.
Questa parte, chiamiamola così, materiale e sensibile dell'immagine non viene utilizzata. La chiamo parte 'materiale' non perché non sia pensiero, ma perché è legata alla forma e la forma è qualcosa di concreto.
Accade insomma che i critici, di fronte alla Fontana di Trevi rossa, replichino lo stesso errore che è stato fatto - che anche gli autori di questo libro hanno fatto - sulla 'fontana' di Duchamp: non 'vedere' l'oggetto, la forma, considerare solo l''idea' - ridicola peraltro - di presentare al pubblico arte che sarebbe tale in quanto impacchettata in quel modo (come un quadro dipinto dalla coda di un somaro, in sostanza).

Invece se la critica tornasse critica saprebbe leggere interamente l'opera. Non farebbe l'errore di derubricare 'Fountain' a procedimento di packaging, e non farebbe l'errore di innalzare a opera d'arte la Fontana di Trevi riempita di rosso.

da andrea barbieri il 28.10.07 00:41

Questo libro recensito da Andrea Barbieri, qui:

http://integratore.blogspot.com/2007/08/discorsi-sullarte-degenerata.html

da giuliomozzi il 22.11.07 19:36

Comunque, Andrea, la faccenda è davvero curiosa.
Tu mi attribuisci consenso sia per l'opinione di Dal Lago e Giordano (per i quali un'opera d'arte è tale grazie al discorso che ci si produce attorno) sia per l'opinione di Maurizio Ferraris (per il quale un'opera d'arte è tale grazie a determinate caratteristiche intrinseche). In questo modo tu mi attribuisci due opinioni incompatibili.
Peraltro, tu neghi sia ciò che dicono Dal Lago e Giordano, sia ciò che dice Ferraris. E io sospetto che queste due negazioni siano incompatibili.

da giuliomozzi il 22.11.07 19:43

Evidentemente Giulio non hai capito quello che ho scritto, e a me sinceramente, sia nel caso del libro di Ferraris 'La fidanzata automatica' sia nel caso di questo libro, pare di essere stato chiaro.
Il problema di questi due libri è che partendo da approcci diversi hanno tuttavia un risultato uguale: ingabbiare la visione dell'opera (tanto che in entrambi i libri si sostengono fesserie su Fountain di Duchamp).
Ora io amo l'arte visiva e credo che possa portare gioia e conoscenza nelle persone, quindi mi irrigidisco parecchio quando trovo intellettuali che stendono diciamo così una 'pellicola' sull'opera tale da renderla difficilmente 'visibile'. Vorrei che chi legge pensasse all'impacchettatura delle valigie che si fa negli aeroporti: la valigia (l'opera d'arte)diventa qualcos'altro da quello che è; torna quel che è quando tagliamo la pellicola.

da andrea barbieri il 30.11.07 10:27

Andrea, ripeto: tu mi attribuisci consenso sia per l'opinione di Dal Lago e Giordano (per i quali un'opera d'arte è tale grazie al discorso che ci si produce attorno) sia per l'opinione di Maurizio Ferraris (per il quale un'opera d'arte è tale grazie a determinate caratteristiche intrinseche). In questo modo tu mi attribuisci due opinioni incompatibili.
Il fatto che secondo te quei due libri dicano scemenze, è un'altra questione. Voglio solo far notare che tu, nel tuo ricorrente congetturare sulle intenzioni e le opinioni altrui, giungi al risultato curioso di attribuirmi due opinioni perfettamente incompatibili.

da giuliomozzi il 01.12.07 16:08

Giulio, ora ti produci in questo nuovo mantra delle opinioni incompatibili che non capisco su cosa si regga... Come spiegarti che non sono qui per dire nulla delle tue evanescenti opinioni?

Tutto è detto nel mio primo chiarissimo commento in questo colonnino, che parla del libro Mercanti d'aura, su cui sono iniziati i tuoi iper-razionalismi e svisature, finché è diventato lontano e inutile.
Allora chiedo al lettore, di ritornare a quel primo commento che introduce una distanza critica dal libro. E' il lettore che deve farsi un'opinione.

da andrea barbieri il 03.12.07 14:32

...Come spiegarti che non sono qui per dire delle tue evanescenti opinioni?...

c'era un 'nulla' di troppo

da andrea barbieri il 03.12.07 14:36

Lo so, Andrea, che non sei qui per dire qualcosa sulle mie opinioni. Ma visto che questo è un luogo pubblico, e che tu continui ad attribuirmi in pubblico opinioni che non ho, mi tocca far continuamente notare che tu mi attribuisci opinioni che non ho. Poi, vabbè, provo a farlo capire anche a te.

da giuliomozzi il 04.12.07 16:58

Purtroppo Giulio non ti attribuisco proprio nulla come può constatare chi legge il mio primo commento nel colonnino.
Nel seguito della lettura del colonnino, il lettore può verificare come costantemente tu cerchi di conquistare ciò che dico facendo credere che io lo consideri una 'tua opinione'.
Così, già dalla tua prima risposta cominci questo lavoro di ragnesca tessitura chiedendomi se voglio catalogarti tra gli intellettuali tromboni.
E io pazientemente a risponderti di no, e tu a continuare nella tessitura finché non riesci ad essere protagonista. Qui l'unico fatto per cui puoi essere protagonista è di aver presentato un libro senza utilizzare una distanza critica che era assolutamente necessaria per le cose piuttosto discutibili che contiene. Che tu lo abbia fatto perché sei d'accordo con gli autori o per incapacità o trascuratezza o altro ancora a me sinceramente - lo ripeto: sinceramente - non interessa.
Vedi Giulio, anche altrove ti ho spiegato che se una persona, un intellettuale vuole dire qualcosa, deve dirla nel modo più chiaro possibile. Credo che le opinioni devono essere per così dire 'sode', perché solo così si possono comprendere e criticare. Le persone che esprimono opinioni, giudizi eccetera allo stato 'gassoso' non mi interessano proprio.

da andrea barbieri il 05.12.07 11:11

Andrea, hai scritto, rivolgendoti a me (secondo tuo intervento qui): "Piuttosto sei una vittima del libro che recensisci. Credo che ti sia capitato un contrappasso. Vedi tu sei uno che vince facilmente il lettore, tra affabulazione e retorica ci sai fare, e la cosa non è una critica sia chiaro.
Però questa volta i due autori hanno vinto te", ecc.
Da questo io capisco che tu mi attribuisci un'adesione alle opinioni degli autori del libro.
Ora scrivi, sempre rivolgendoti a me: "Non ti attribuisco proprio nulla".

da giuliomozzi il 09.12.07 11:15

Ovviamente Giulio, non ti attribuisco nulla eccetto quello che hai scritto (ma c'è bisogno di dirlo?, a me francamente sembra folle dover specificare fino a questo punto, e la cosa è completamente dovuta al modo che hai di condurre le discussioni come battaglie di parole, lontane, lontanissime dal mondo reale). Allora tu hai scritto essere evidente che in quell'oggetto non c'è alcun lavoro di artista.
Non hai preso una distanza critica da quell'affermazione. Anzi, dopo chiedi a me quale sarebbe il lavoro d'artista. E io ti rispondo che è una domanda che tu non avresti fatto vedendo il lavoro di D. senza una rete di discorsi, una griglia, che fa in modo da renderlo 'impercettibile' come una pellicola attillata sopra. Il problema per i ready-made - e per tutta l'arte che usa direttamente gli oggetti al posto dei pigmenti - non è il discorso che trasforma quelle cose in arte, ma il discorso che nasconde la loro forza artistica. Il libro recensito, impostando al contrario il problema su Fountain, disorienta il lettore, lo manda dalla parte opposta con un passo pure spocchioso.

da andrea barbieri il 14.12.07 10:34

Andrea, la tua frase, rivolta a me, "Non ti attribuisco nulla eccetto quello che hai scritto", a me sembra proprio falsa.

da giuliomozzi il 17.12.07 15:02

"Si tratta di un semplice orinatoio [...] E' evidente che in quell'oggetto non c'è alcun "lavoro d'artista", se non il lavoro di presentarlo come se fosse un'opera d'arte [...]"

Questo Giulio l'hai scritto tu, non te lo attribuisco io, te lo attribuisci da solo firmando la recensione.
Se poi dal tuo punto di vista quella frase è falsa, non ti resta che andare davanti allo specchio per lamentarti con te stesso.

da andrea barbieri il 20.12.07 10:32

Sì, certo, Andrea: ho scritto quelle frasi riassumendo la tesi del libro.
Io non condivido la tesi del libro.

Ti ho anche fatto, più o meno all'inizio di questa discussione, una domanda che qui ripeto:

"Se in quell'oggetto c'è un 'lavoro dell'artista' ulteriore al presentarlo come se fosse un'opera d'arte, dimmi: che lavoro è? (E ti prego di notare che da nessuna parte ho scritto che quell'oggetto non è un'opera d'arte)".

Tu sei capace di rispondere a questa domanda? Io no. E non so neanche se è una domanda ben posta.

da giuliomozzi il 20.12.07 16:37

Se 'lavoro dell'artista' è un intervento sulla materia, in questo caso - come nel caso della scrittura di un testo - il 'lavoro' è quasi inesistente.
Se 'lavoro dell'artista' è scegliere mezzi di espressione, come tu Giulio scegli le parole giuste dentro un vocabolario, il lavoro è massimo: D. ha aperto un vocabolario -si può dire- mai aperto prima, quello degli oggetti.
Se 'lavoro dell'artista' è inventare un mondo, D. con i ready made ha inventato mondi straordinari.
Se 'lavoro dell'artista' è rivoluzionare il medium, con i ready made D. ha spostato il limite di ciò che si può tentare unendo in modo geniale parole e oggetti.
Se 'lavoro dell'artista' è inventare (trovare) la bellezza del proprio tempo, D. con Fountain ha indicato la strada estetica di tanta arte e architettura del novecento.
Se 'lavoro dell'artista' è l'intuizione espressiva che riunisce ciò che che il mondo tende continuamente a separare (artistico e industriale; alto e basso; artistico e utile; ideale e materiale/corporeo ecc.) allora Fountain è un'intuizione perfetta.
Se 'lavoro dell'artista' è mettere al mondo qualcosa di 'critico' e 'politico', allora Fountain ci dice che un'opera d'arte non è necessariamente il frutto di un genio solitario che produce tutto da sè. La base del ready made, quella forma affascinate è stata disegnata probabilmente da un ingegnere secondo criteri di pura funzionalità. Questo ha due conseguenze: pensare l'autorialità diversamente, in una forma attenta al contributo di tutti; allo stesso tempo porta attenzione sul nesso tra bellezza e funzione, questo porta inevitabilmente a guardare la natura stessa con intelligenza e emozione (pensa a Munari che passò dall'arte al design, poi dal design a un metodo di insegnamento in cui l'osservazione della natura aveva un'importanza fondamentale).

da andrea barbieri il 01.01.08 17:10

Andrea, ciò che scrivi in questo ultimo intervento è tal quale ciò che è sostenuto nel libro di Dal Lago e Giordano. L'unica differenza è che tu unisci in un solo discorso descrizione e giudizi di valore, mentre loro si limitano alla descrizione (e giustamente, viste le dichiarate intenzioni del libro).
Viste le critiche che qui e altrove hai mosse a questo libro, son costretto a domandarti: ma sei sicuro di aver capito quello che c'è scritto dentro? Sei sicuro di aver letto davvero quel libro? Perché la mia impressione (e questa è, ahimè, una congettura) è che tu abbia deciso preventivamente che nel libro fossero scritte certe cose, e che tu lo abbia letto non per leggerlo ma per confermarti nella tua convinzione preventiva.

da giuliomozzi il 04.01.08 08:54

Giulio, altrove hai scritto che 'il testo dice ciò che dice', ma vedo che qui il testo dice ciò che dice Giulio.
A questo punto non resta che darti ragione...


PER I PASSANTI

Leggete questo libro se avete un surplus di soldi e tempo da spendere in esperimenti. Ma tenete conto di quello che ho scritto in questo colonnino - basta il primo commento. Non lasciatevi abbindolare da chi dice che le griglie interpretative sono sempre una buona cosa, che arricchiscono. Non è vero niente, ci sono interpretazioni distruttive, e questo libro ne offre l'esempio.
Purtroppo la situazione in Italia è che chi ha davvero intelligenza e sensibilità per l'arte visiva parla in contesti che non ricevono attenzione. Se potessi vi afferrerei per la collottola come si fai coi gatti, vi porterei in questi contesti. Poi verrebbe da ridere di tante intellettualate vuote.
titonco@hotmail.com è la mia mail, se per caso avete una nuca elastica... :-)


da andrea barbieri il 07.01.08 10:35

ANCORA PER I PASSANTI (ma la cosa può essere noiosa)

Sopra Giulio scrive che io unisco in un solo discorso descrizione e giudizi di valore. Il presupposto di questa ulteriore fesseria è che si possano tenere distinti i due piani e che sui valori non si possa argomentare come sui fatti.
1. Capite anche voi come 'desrivere' significa 'selezionare', muovendosi quindi secondo un disegno piuttosto che un altro. Questo valore che sta a monte della descrizione non compare direttamente ma orienta la descrizione. Ecco che la suddivisione fatto valore scricchiola.
2. Inoltre bisogna tenere presente che sui valori si può argomentare. Se dico che le linee di Fountain racchiudono una certa ricerca estetica dell'architettura che sarebbe venuta dopo, posso provare l'asserzione confrontando quelle linee con gli spazi di Alvar Aalto o con una seduta degli Eames, così come posso arrivare alla cosa deducendola da certi principi del funzionalismo o di altre correnti. Se dico che i ready made di Duchamp inventano dei mondi straordinari, posso argomentare la cosa confrontandoli col lavoro di altri 'inventori di mondi' e pian piano arrivare a qualcosa di condivisibile, non più solo frutto di suggestione. Ecco che il giudizio di valore perde quell'alone di arbitrio che lo distingue dal fatto. Ovviamente vi risulterà chiaro come per parlare di arte è impossibile non muoversi in un campo di fatti-valori (argomentabili). Un discorso che pretende di attraversare l'arte restando ai 'fatti' è una fregatura. Come se incontrate qualcuno che vuole vendervi il Colosseo.

da andrea barbieri il 07.01.08 11:46

In sostanza, Andrea, mi pare che tu dica che non esiste discorso scientifico, in quanto non è possibile (e chi sostiene o dà per scontato che sia possibile dice una fesseria) un discorso nel quale non siano uniti descrizione e giudizi di valore.
Questo si può sostenere; e faccio notare che la distinzione tra descrizione e giudizi di valore, condizione necessaria del discorso scientifico, è appunto un problema del discorso scientifico (intendo dire: qualcosa che chi si occupa di scienza tiene sempre davanti a sé come un problema).
Ricordo poi che proprio per problemi di distinzione tra descrizione e giudizi di valore un certo numero di persone ha avuto dei problemi personali. Ad esempio, tutti gli scienzati che sono stati fatti fuori (ridotti al silenzio o ammazzati) perché pretendevano di fare un discorso scientifico distinto dal discorso dei valori.

Non mi pare di aver mai sostenuto che "sui valori non si può argomentare", né mi pare che una tale fesseria (cioè: che sui valori non si possa argomentare) stia come presupposto di ciò che dico.

da giuliomozzi il 13.01.08 15:31

Giulio fai notare quello che ti avevo già scritto: la distinzione fatto valore è un problema. E' un problema che filosofi e scienziati hanno davanti da secoli.
Su Vibrisselibri invece non è più un problema. Infatti tu con certezza divina sostieni che gli autori ci presentano i fatti (a differenza del sottoscritto che invece mischia valori e fatti).
Io sostengo:
1. Che il valore è estremamente presente in ciò che scrivono gli autori.
2. Non si può dare un discorso sull'arte che non sia fatto e valore insieme.
3. Dato che sui valori si può argomentare razionalmente, il valore non è qualcosa che sta fuori dalla 'scienza'.

da andrea barbieri il 15.01.08 10:17




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