Gian Carlo Ferretti, Storia dell'editoria letteraria in Italia. 1945-2003
di giuliomozzi
"Come e perché viene pubblicato un libro, in quella casa editrice e non in un'altra, con una scelta editoriale e intellettuale insieme. Come e perché viene prodotto in quella veste e in quella collana, in quella tiratura e con quel prezzo. Come e perché viene lanciato sul mercato in quel momento e in quel modo, tra pubblicità e servizio stampa. Come e perché ottiene quei risultati di stampa, di critica e di vendita. Sulla base poi di queste fasi e modalità decisionali, produttive o promozional-distributive, come e perché uno scrittore einaudiano può essere o non essere (apparire o non apparire) diverso da uno scrittore mondadoriano o rizzoliano o altro, e viceversa". Si apre con queste domande (a p. ix) il volume di Gian Carlo Ferretti Storia dell'editoria letteraria in Italia. 1945-2003 (Einaudi 2004, pp. 512, 22 euro), ultimo di una lunga serie di saggi (fondati su amplissime bibliografie, meticolose ricerche d'archivio, numerose e impotanti testimonianze dirette) dedicati da Gian Carlo Ferretti alla storia dell'editoria italiana: da Il mercato delle lettere (Einaudi 1979, nuova ed. 1994) a Il best seller all'italiana (Laterza 1983, nuova ed. 1993), passando per volumi dedicati all'attività editoriale di grandi intellettuali e imprenditori (o intellettuali-imprenditori): Vittorini (Vittorini editore, Einaudi 1992), Vittorio Sereni (Poeta e di poeti funzionario, Il Saggiatore 1999), Luciano Bianciardi (La morte irridente, Manni 2000), Alberto Mondadori (del quale ha curato l'epistolario, uscito per Mondadori nel 1996 col titolo Lettere di una vita).
Probabilmente nessuno conosce la storia dell'editoria italiana del Novecento così a fondo come Gian Carlo Ferretti, al quale va riconosciuto il merito di aver tenuto in vita quasi da solo un intero settore di ricerca. Peccato che, purtroppo, alle domande di cui sopra, la Storia dell'editoria letteraria in sostanza non risponda.
Il libro - questo sia chiaro - è utile, interessante, e assolutamente da leggere. La mia impressione è però che l'intenzione di fornire finalmente una vera e propria Storia (con l'esse maiuscola) dell'editoria letteraria italiana, un libro di sintesi che possa fare testo e restare come punto fermo, abbia forse costretto Ferretti a costruire un libro che è in gran parte un repertorio: nel quale elenchi di autori e titoli e collane, giri di valzer di autori e funzionari editoriali, brevi accenni alle vicissitudini finanziarie e prorpietarie degli editori, velocissime esposizioni di "casi" editoriali, eccetera, si susseguono come in un vortice. Lasciando alla fine, nel lettore, la sensazione di non aver capito bene che cosa, nel fondo di questo vorticare, veramente avvenisse.
O forse questo è un errore di prospettiva mio: perché sono arrivato a rileggere questa Storia (che, appena pubblicata, avevo letta solo parzialmente) dopo essermi sciroppato, in prima o seconda lettura, tutti gli altri libri di Ferretti sopra citati (tranne Il bestseller all'italiana, del quale non trovo più la copia). Che sono libri privi di (o con minori) ambizioni di storiografia complessiva, e più a carattere saggistico (pur nel rigore della ricerca d'archivio).
Comunque, dicevo, il libro va letto. Se si vuol avere un'idea di che cosa sia l'editoria oggi, e di come sia diventata tale, bisogna leggerlo. Lo schema interno del libro è semplice: un primo capitolo intitolato "I fondamenti" ricostruisce per sommi capi la situazione dell'editoria prebellica. Segue una robusta periodizzazione: gli anni tra il 1945 e il 1958 sono quelli della "transizione" (da un'editoria fortemente politica a un'editoria d'intrattenimento); gli anni dal 1958 al 1971 sono ovviamente quelli del "boom", ossia dell'esplosione di un'editoria che ha al suo centro la letteratura d'intrattenimento, le collane popolari (anche di divulgazione storico-sociale-scientifica) e le enciclopedie a dispense; gli anni dal 1971 al 1983 sono quelli della costituzione dell' "apparato" (gli editori-protagonisti cedono il posto ai manager e alle proprietà extraeditoriali; si realizzano le grandi concentrazioni editoriali; si accentua il carattere conservatore degli editori maggiori, mentre sboccia la "piccola editoria"; gli anni dal 1983 al 2003 sono quelli dell' "universo multimediale" - o, più banalmente, quelli della televisione protagonista - nei quali si consuma il decesso della prima generazione degli editori "piccoli ma belli" e avviene l'emersione-nobilitazione della letteratura di genere, mentre la grande editoria - e in particolare il gruppo stabilmente egemone, ossia Mondadori - diventa definitivamente e irreversibilmente industria.
I temi attorno a i quali Ferretti racconta la storia dell'industria editoriale italiana (o meglio: la storia industriale dell'editoria italiana) sono pochi e ben definiti. Il trapasso dalla figura dell'editore-protagonista (Arnoldo Mondadori, Giulio Einaudi, Valentino Bompiani, Leo Longanesi ecc.) che si circonda di intellettuali-funzionari (Vittorioni, Sereni, Calvino, Pavese, Crovi, Bianciardi ecc.), con i quali instaura un rapporto insieme creativo e conflittuale - alla figura dell'editore industriale, la cui "squadra" è fatta di funzionari che non necessariamente provengono dall'industria del libro o dall'industria culturale in genere. La centralità industriale di Mondadori, quasi motore immobile dell'editoria italiana, e la eccentricità di Einaudi che crea a sua volta lo spazio per altre eccentricità (la prima fase di Longanesi, quand'era diretta dal "grande Leo"; l'avventura tutto sommato breve di Rusconi; la vera e propria opposizione polare con l'Adelphi di Roberto Calasso). La contrapposizione tra case che riescono a essere fedeli a un autore (a un gruppo, a una cominità di autori) e a riceverne altrettanta fedeltà, nel quadro di una relazione circolare editore-autori-lettori (Einaudi è ancora il modello), e case il cui progetto sembra non riuscire mai a definirsi, oscillando tra effettive tensioni culturali e necessità "far cassa" con prodotti destinati in realtà al mercato indifferenziato della lettura di massa. La differenza tra edtiori che "pensano per collane" e editori che "pensano per singoli prodotti", ovvero tra editori che riescono a realizzare una politica di collana ed editori che puntano invece sulla politica d'autore, investendo più sul personaggio e sulla sua visibilità che sulla logica editoriale, e quindi producendo l'autore di successo come soggetto interscambiabile (può pubblicare con chiunque, può stare dovunque ecc.).
Una curiosità. Sono rimasto di sasso scoprendo (p. 265) che Il signore degli anelli di Tolkien aveva avuta una prima edizione (il primo volume della trilogia) nel 1967 presso Ubaldini: ma Ubaldini, non riuscendo a cavarci un soldo, cedette gratuitamente tutti i diritti a Rusconi - che ci campò tren'anni (e, tanto per aggiungere un po' di romanzesco: la traduzione uscita per Ubaldini, sulla quale si basò la revisione di Quirino Principe, era stata fatta da Vittoria "Vicky" Alliata, allora quindicenne - cliccate qui se non ci credete).
[E, su segnalazione di Lorenzo Ireni, aggiungo un rinvio a una splendida e diverentissima testimonianza di Quirino Principe]
Due precisazioni. A p. 408, Ferretti scrive: "Il progetto Theoria fallisce per difficoltà di carattere interno e di ordine finanziario... Già nel 1989 Theoria cede per cinque anni i diritti di alcuni dei suoi narratori più importanti a Bompiani, mentre nel 1992 Feltrinelli entra al 20 per cento nel capitale". Ecco: stando a quel che mi dissero Beniamino Vignola, proprietario di Theoria, e Paolo Repetti suo socio e direttore e ditoriale, Feltrinelli acquistò sì quella quota di Theoria, ma si guardò bene dal pagarla. In sostanza, una cessione che doveva servire anche a rifornire la casa editrice di denaro fresco, in realtà mancò questo scopo.
Alle pp. 367-8, in un paragrafo dedicato ad Adelphi, Ferretti parla dell' "esordio italiano dello scrittore noir Giuseppe Ferrandino già affermato in Francia", riferendosi evidentemente al romanzo Pericle il nero. Ora: quel romanzo era già stato pubblicato in Italia dalla casa editrice Granata Press. Luigi Bernardi, che la dirigeva, era riuscito a ottenerne una traduzione in Francia nella collana dei Livres Noirs di Gallimard. Il romanzo aveva venduto assai poco in Italia, e ancor meno in Francia. Quando Adelphi decise di rilanciarlo, provvide a creare una "leggenda" per rendere più interessante il romanzo. Questo secondo la testimonianza di Luigi Bernardi.
Queste due minuzie, ovviamente, non intaccano il valore del libro.
- su argomenti collegati: Mercanti d'aura, di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano.
Pubblicato da giuliomozzi il 23.08.07 15:39