Torineide #2 – Via di scampo di Stefano Jay Bozzo

di Paolo Cacciolati
Il protagonista ha una foresta di arbre magique in macchina. Gli alberelli servono per cancellare l’odore della ex moglie. La macchina serve per rimorchiare prostitute. Quasi sempre in un parcheggio. Quando vuole festeggiare, ne porta due a casa.
Il protagonista sul lavoro vagheggia ideali xenofobi, deride i colleghi più giovani, approfitta della gerarchia per insultarli, metterli in condizione di inferiorità.
Il protagonista appena uscito di casa si apposta per affrontare il primo passante con una mazza da baseball, fracassargli il cranio, derubarlo, fuggire con un’auto rubata, bruciare i rossi, stirare pedoni e raggiungere il capo mafia. Poi soddisfatto posa il joypad della playstation.
Il protagonista vede per strada un giovane africano avvicinarsi a una macchina, allungare una cosa al conducente, che sorride sgommando via; così il nostro gli piomba alle spalle, estrae una pistola, lo pesta finchè non sputa dalla bocca quattro palline bianche. Un ultimo calcio in faccia e si allontana felice con il bottino. Senza joypad.
Il protagonista rientra a casa, arrotola la roba in quattro stagnole, le fuma una dopo l’altra. Sul tavolino, accanto alla playstation, due bottiglie di vodka. Beve, fuma, tira, fuma, vomita, fuma, beve, fuma, beve. Poi va in cucina, apre l’acqua, infila la testa sotto il rubinetto e via verso una nuova avventura.
Il protagonista è un ispettore capo, molto stimato dal commissario capo. Diavolo, tra capi ci si rispetta. Pensa che essere sbirro è un modo concreto di vivere la vita.
Si sente vivo, come quando circondano un palazzo con quindici volanti, salgono i piani come boy scout in cerca del tesoro, e poi l’irruzione, fare secco uno spacciatore, portare al comando gli altri, pestare l’albanese che gli dice io non c’entro.
Si sente vivo, l’ispettore Paul Etienne Lizzi, eppure manca ancora qualcosa.
E’ alla ricerca di un caso, un caso “importante”, che possa diventare la sua via di scampo, quella adombrata nel titolo. Non sono le facce peste dei pusher, gli interrogatori messicani, il piccolo cabotaggio della finta lotta allo spaccio; non è neppure il catalogo di criminali seriali che aggiorna meticolosamente sul computer di casa, tra un tiro di coca e una chat erotica.
Qui ci vuole qualcosa di meglio. Ecco, per esempio la morte di una bambina. In apparenza un incidente, eppure all’ispettore Lizzi si risveglia il fiuto del segugio.
Questo il primo assaggio di Via di scampo, l’ultima uscita di Colorado Noir, la collana di gialli italiani di Mondadori.
Alla prima impressione pare un fumetto manga innestato in un b-movie poliziesco, con qualche nostalgia per Dashiell Hammett. C’è un vouyerismo kitch, un modernariato narrativo nella placida reappresentazione di sesso&violenza.
Verrebbe da dire che ci faccio con questa roba in mano, che aspetto a chiuderlo, mollarlo a metà, e non se ne parli più. Anche la narrazione si presenta (volutamente?) piatta, con poche concessioni a invenzioni stilistiche. Alcune descrizione banalotte. Termini di un deja li che più non si può. Eppure.
Eppure, non si fa mollare. Sarà che l’autore, Stefano Jay Bozzo, nato a Torino nel 1967, vanta numerose esperienze in capo cinematografico, tra cui assistente alla regia in Prendimi l’anima di Roberto Faenza e in Così ridevano, di Gianni Amelio.
Sarà che conosce l’arte del montaggio delle scene, del ritmo della narrazione, del fluire delle immagini. E così non lo molli.
Nonostante l’ultrastereotipo del protagonista negativo, il poliziotto laido e corrotto, ma in fondo desideroso di riscatto. Deja li, come dicevo. Già visto, già letto. Anche con esiti più alti.
Penso ai detectives di Joseph Wambaugh, quello de Il campo di cipolle e La cupola splendente, eroi negativi persi nella Grande Meretrichollywood degli anni ’70. E penso al più recente Il lercio di Irvine Welsh, non al livello di Trainspotting, ma insomma.
Quindi, non originalissima questa figura del sordido poliziotto, anche se ha il merito di scostarsi dal gregge di tutori dell’ordine senza macchia normalmente rappresentati dai giallisti nostrani.
Non originalissino neppure il meccanismo di mettere in scena la violenza come gesto meccanico, chiuso in sé, dove è difficile distinguere tra atto simulato e atto realmente compiuto.
Eppure non lo molli. E ti prende ancora di più quando la scena si sposta in Val di Susa, più “lavorata” dalla scrittura rispetto ai fondali neutri di una Torino spersonalizzata, ripresa solo nei luoghi dello spaccio e della prostituzione, priva della dignità di una qualche descrizione, sia pur fulminea.
Il Mc Donald di Piazza Castello, i viali dei trans, il quartiere dietro la stazione di Porta Nuova, sembrano avere l’unica funzione di regredire dalla narrazione, di non esserci, almeno non come luoghi reali.
In Val di Susa, invece, emerge un sottobosco di ipocrisie che fa da humus alla catena di aggressioni di un maniaco. E da calamita per l’ispettore Lizzi in cerca di un indizio per la morte della bambina. Così il nostro eroe torna nei luoghi della sua infanzia, scoprendo di essere sulla strada giusta. In una vallata pasciuta e poco NO TAV, più villazze che malghe, sezionata con molta più cura rispetto allo sguardo di passaggio riservato a Torino.
Qui l’autore dimostra che quando vuole sa impugnare il bisturi, affondarlo nel fascino di certi luoghi e di certi ambienti così perfetti da sembrare veri, piuttosto che la copertura di un verminaio. Senza mai mollare la tensione di un ritmo che procede con disinvoltura secondo la tecnica del salto immagine.

Alla fine se ne esce con la sensazione di un prodotto ben confezionato, quasi un omaggio alla letteratura americana hard boiled. E se l’estate è (anche) la stagione delle letture in giallo-nero, va bene.
Evitando, chiaro, di porsi alcune domande. Una, per esempio: ma l’autore che cosa ha voluto dirmi?
Ha voluto sbertucciare l’ambiente dei pulotti? Descrivere i rigurgiti acidi nella vita di anime perse? Sfidare il lettore a immedesimarsi in quel cattivone del protagonista? Evidenziare un certo perbenismo di provincia, piuttosto che lo squallore di certe situazioni metropolitane? Intrattenere e basta?
Difficile dirlo, e forse è questo il punto di forza dell’ultimo thriller di Colorado noir.
Via di scampo, Stefano Jay Bozzo, Colorado noir, 15 euros.
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Pubblicato da Paolo Cacciolati il 22.07.07 19:43