Il crollo delle aspettative. Scritti insurrezionali su Milano, di Luca Doninelli

Gioco degli aggettivi. Milano: crudele, piovosa, grigia, industriale, ipocrita, finta, falsa, costosa, fighetta, decaduta, superficiale, inquinata, cattiva, brutta, palazzona, modaiola, incamminabile.
Milano. Questa città mi ossessiona da sempre — ci ho gravitato attorno per anni, passato la tarda adolescenza e la giovinezza con rapide incursioni, l’ho navigata in auto da cima a fondo, fra poco più di un mese mi ci trasferirò. E per Milano ho sempre provato una forma viscerale d’odio e disprezzo, che però sapevo essere in parte figlia di un luogo comune. Il mio odio si fermava lì, alla superficie, ai commenti vomitati con rabbia, sotto la pioggia, di fronte alle birre da cinque euro e oltre, di fronte a una città perbenista e invivibile, che quasi azzera il grado di sopravvivenza. Ma non sono mai stato in grado di analizzarlo correttamente, trovarne le motivazioni profonde. Finché non ho letto questo libro.
Il senso del lavoro di Doninelli è interamente compresso nel titolo: Il crollo delle aspettative. C’è stato un periodo, collocabile prima degli anni ’80, in cui Milano poteva ambire a diventare la capitale del sud europeo. Aveva il potere, aveva i soldi, e poteva creare un’immagine di sé — un’immagine forte, culturalmente radicata, capace di sostenere questo ruolo difficile. Invece scelse di diventare ciò che è. Scelse di deludere le aspettative e trasformarsi in un ibrido raccapricciante: “Milano modaiola, Milano tangentista: due facce diverse per una sola antropologia.” Tutto il libro di Doninelli esplora le origini e il senso di questo crollo tramite frasi come questa: taglienti, luminose, perfette. Alternando evocazioni di periferie testoriane a brevi incursioni nelle zone degli happy hour e degli arricchiti (meravigliosa la sezione delle “Passeggiate”), Doninelli ci restituisce una fenomenologia straordinaria di Milano — e tanto più straordinaria perché non riducibile a un mero elenco di aspetti, ma sempre sostenuta da una profonda analisi concettuale.
Ad ogni pagina, trovavo la conferma di alcune idee confuse che sono andato formandomi negli anni. Ad esempio, il fatto che Milano sia sostanzialmente una città avara: una città che nasconde le sue bellezze (Doninelli parla di “economia del visibile”: io penso alle meravigliose — e gelosamente celate — corti del centro storico). E di qui, il fatto che Milano manchi di splendore. Torino, Roma, Parigi, Barcellona sono città splendide: Milano no. Milano “si nega qualunque esteriorità, qualunque bellezza nel senso spaziale della parola”. O ancora, che a Milano il cattolicesimo di fondo traspaia attraverso la sua apparente laicità: e che l’emblema del suo crollo stia nel in ciò che Doninelli chiama il “grande sterro”:
“un’area piuttosto limitata, popolata di erbacce, sottoponti, locali fighetti, ritrovi per giovani rampanti, cavalcavia pedonali da periferia sperduta, ristoranti modaioli, nella quale si può toccare con mano il tiepido abisso in cui l’assenza forzata di un progetto credibile e la quasi impossibilità — culturale e storica — di reperirne uno in tempi ragionevoli ha sospinto una delle città più importanti e, purtroppo, più complicate d’Europa.”
E così via. Potrei proseguire per ore, citando come un invasato. Perché una volta giunti alla fine di questo libro, si ha la sensazione di aver guadato un intero microcosmo, con le sue leggi precise e i suoi schemi di sviluppo e pensiero. Credo che questo sia il saggio fondamentale per capire Milano, l’origine della sua decadenza, e la possibilità di ricostruirne un futuro. Perché attenzione: nonostante le apparenze, si tratta di un saggio ispirato dall’amore più che dall’odio. A una forma di amore faticoso e difficile, ma pur sempre tale. In un passo illuminante, Doninelli scrive che i grandi milanesi hanno abbracciato la loro città solo tramite dei simboli finali — la peste manzoniana, l’incendio di Gadda, lo sterminio di Testori. Di qui le due domande: perché per parlare di Milano dobbiamo distruggerla? e perché ci ostiniamo ad amarla?
Milano è inchiodata a questa contraddizione: al suo lato manifesto e al suo volto nascosto che ci impedisce di abbandonarla, che ci invita a provare una fiducia figlia forse della disperazione, ma non ancora sopita.
Perché Milano è, dopotutto, una città di resistenza e di storia. È la città delle Cinque Giornate. Non è soltanto un luogo incapace di sorridere, incapace di godere, dalla politica culturale controversa, dove è difficile cenare e uscire la sera, dove i giovani sono confinati nelle periferie e il cui centro è vuoto e privo d’anima.
È anche una città nel cui petto, scrive Doninelli, dorme un diavolo. Dorme e non si è dissolto. Il crollo delle aspettative è figlio di quel diavolo, e io aspetto con ansia il suo risveglio.
Luca Doninelli, Il crollo delle aspettative. Scritti insurrezionali su Milano, Garzanti, Milano 2005
Pubblicato da Giorgio Fontana il 24.07.07 17:57