Honoré de Balzac: La cugina Bette (1846). Seconda parte
di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Trad. Lucio Chiavarelli
Subito sotto la Prima parte
La cugina Bette si è messa all’opera, dunque, ma i suoi movimenti restano nell’ombra: “vi dominava come una potenza occulta, alla maniera dei gesuiti.” Ella sa scegliere le strade più sicure per colpire al cuore la famiglia Hulot. Quando il barone è al colmo della felicità, poiché è riuscito a far sposare la figlia Hortense al timido scultore Wenceslas, divenuto celebre, ed ora perciò può coltivare la sua passione per la bella e scaltra Valérie, la perfida cugina mette sulla strada della cortigiana il ricco Crevel. Questa capisce subito che può mungere molto denaro dalle debolezze dell’ex bottegaio, e così comincia ad “abbindolare per bene quest’uomo nel quale vedeva una cassaforte a getto perpetuo.”, sapendo bene che “I raggiri dell’amore venale hanno un fascino e una grazia maggiore di quelli dell’amore autentico.”
Valérie è disegnata come donna diabolica, alla quale nessun uomo può resistere, se ella non vuole, mossa cinicamente dall’interesse per una vita agiata e invidiata: “attirava tutti gli sguardi, eccitava tutti i desideri dell’ambiente dove brillava sola e incontrastata.”; in breve era riuscita a racimolare ben “centocinquantamila franchi di risparmi.” Soggetto che pare muoversi in autonomia, dotato di una spiccata personalità, ma in effetti è dai disegni revanscistici di Bette che la sua vitalità prende le mosse: “Lisbeth pensava, la signora Marneffe agiva. La signora Marneffe era l’accetta, Lisbeth era la mano che l’impugnava”.
Quando anche Valérie s’incapriccia di Wenceslas, già sposato con Hortense, è a Bette che si rivolge e questa le promette che lo avrà tutto per sé. Ormai la vendetta, che persegue “con una logica spietata”, è la padrona assoluta della sua mente e del suo cuore, disposta per questo scopo a cedere e a rinunciare lei stessa al suo giovane e amato protetto.
I segni delle ferite che va infliggendo agli Hulot si fanno sempre più profondi e letali. Quanto più gli Hulot corrono verso la rovina, tanto più Bette si sente felice, ringiovanita, imbellita e piena di ambizioni. Riferendosi ad Adeline, un giorno dice: “Quando lei sarà nel fango, io sarò la contessa di Forzheim!...” Infatti, questo è un altro dei suoi progetti per dominare gli Hulot: sposare il fratello maggiore del barone, maresciallo di Francia, stimato e potente.
Bette ha questo di particolare, rispetto ad altri protagonisti cattivi della letteratura: la sua cattiveria, il suo odio non travolgono il personaggio; sembrano quasi muti, nascosti, timorosi di apparire. Bette si muove sulla scena senza che niente del suo corpo (che, fra l’altro, non si abbrutisce sotto quel peso, ma si rigenera ad una specie di nuova giovinezza) manifesti il segno della sua perversità. Uriah Heep di Dickens, a cui si è fatto riferimento, ha scritto in faccia la sua malvagità; chiunque lo incontri, osservatore quel tanto che basta, non può non avvedersene. Di Bette, invece, vanno affermandosi la sua generosità e la sua bontà. È sempre più la confidente amata e apprezzata degli Hulot, che nulla sospettano dei suoi disegni, meno che meno l’ingenua Adeline, che le ristrettezze economiche hanno reso malinconica e triste. Il marito, infatti, è ormai indebitato fino al collo e deve fronteggiare non solo la concorrenza di Crevel, ma quella del ricco brasiliano Henri Montès de Montéjanos, barone pure lui, che è stato il primo amore di Valérie e, ricomparso improvvisamente nella sua vita, riaccende in lei la mai sopita passione. Come non pensare alla figura della Grusĕnka de I fratelli Karamazov (1880) di Dostoevskij?
La gelosia, che fa la sua comparsa per la prima volta nell’animo del barone, acuisce, all’età cui è giunto di sessantatre anni, il senso del decadimento e della sconfitta, così come avviene – ricordate? - per il professor Hunrat nel romanzo omonimo di Heinrich Mann, del 1905, più conosciuto con il titolo del celebre film L’angelo azzurro di Joseph von Sternberg, del 1930. La miscela degli ingredienti che Balzac sa dosare con sapiente regia, è ora divenuta esplosiva, giacché vi sono molti fili della trama da cui il lettore è avvinto e dei quali attende con avidità la conclusione. Bisogna ammettere che Balzac incarna forse l’espressione più emblematica del romanzo ottocentesco che, se ha avuto in altri scrittori autorevoli esponenti, raggiunge e realizza tuttavia nel narratore di Tours il più alto e significativo connubio tra creatività e aderenza al reale per quanto concerne la rappresentazione degli uomini e della società del suo tempo. Si può dire che raramente in uno scrittore la finzione narrativa è così rappresentativa di una società come in Balzac. Si pensi a Valérie, a come sa armonizzare tra loro, la cortigianeria, la bellezza e l’astuzia femminile. Balzac ne fa indubbiamente un simbolo della Parigi di allora: “Parigi è la sola città nella quale possiamo vivere felici.”, dice Valérie al focoso brasiliano che vorrebbe condurla lontana da quel mondo, e al quale ha promesso il matrimonio, una volta che sarà diventata vedova.
Valérie è donna che sa muoversi in mezzo agli uomini, sa eccitare, “quell’artista dell’arte amatoria”, le loro passioni allo stesso modo che sa controllare le proprie. Di Henri, il barone brasiliano, confida a Bette: “Questo morone è tornato troppo presto!” Infatti, è ancora forte in lei il desiderio di togliere il bel Wenceslas a Hortense, spalleggiata in questo perverso disegno da Bette, che così ricambia la confidenza: “Hortense mi aspetta domani; è in miseria. Per aver mille franchi, Wenceslas ti abbraccerà mille volte.” La miseria di Hortense deriva dal fatto che, ad un certo punto, stornato dalle delizie dei primi tempi del matrimonio, Wenceslas a poco a poco perde la voglia di lavorare e quando lo fa le sue opere risultano brutte: “L’ispirazione, questo parossismo del parto intellettuale, fuggiva a volo spiegato davanti al suo fiacco amante.”
Una parentesi va fatta riguardo allo scorrere del tempo. Balzac racconta come se gli avvenimenti si susseguissero uno dietro l’altro, in una serie continua, ed è ciò che avverte il lettore. In realtà ci sono sbalzi anche di anni, che Balzac non ha mai intenzione di rimarcare, facendo intendere con ciò che il tempo non conta nell’unica trama che la storia intreccia per le azioni degli uomini. La sola annotazione dello scorrere del tempo, la si trova espressa incidentalmente in alcuni personaggi, come il barone Hulot e la stessa Valérie, ad esempio, di cui vengono ogni tanto ricordate le età, sempre progressive. Non è una scelta di poco conto nella filosofia generale di questo romanzo, in cui non deve essere mai il tempo protagonista, anche se le sue tracce scorrono sul volto dei personaggi, sibbene i vizi e i capricci degli uomini.
I capricci di Valérie, ad esempio, non hanno requie. Le fa gola perfino Stidmann, lo scultore amico di Wenceslas, il quale ha un’infatuazione per Hortense, di cui vorrebbe diventare l’amante, se non l’ostacolasse la sua amicizia con il marito. Con la complicità di Bette, ecco che Valérie riesce a riceverli entrambi in casa sua. Si fa talmente bella che, guardandosi allo specchio, esclama: “Sono da mangiare!”
Pensate, Balzac, maestro indiscusso nella rappresentazione di una società frivola e corrotta, dove i matrimoni hanno senso solo se accompagnati dall’adulterio, così si esprime sull’amore coniugale e sulle debolezze dei mariti: “Molti uomini vogliono avere queste due edizioni della stessa opera, sebbene sia un’immensa prova di inferiorità in un uomo il non saper fare di sua moglie la propria amante. La varietà in questi casi è un segno di impotenza. La costanza sarà sempre il genio dell’amore, l’indice di una forza immensa, quella che costituisce l’essenza d’un poeta! Bisogna saper avere tutte le donne nella propria donna”.
Wenceslas, sotto il “colpo di sperone dato da Lisbeth”, è già conquistato dalla donna.
Il romanzo tuttavia, nonostante Valérie sia sempre alla ribalta, sotto i luminosi riflettori che condizionano e offuscano il protagonismo degli altri personaggi (“quella donna è un demonio; tutti quelli che la vedono l’adorano; e lei è così viziosa, così appetitosa!...), ha la sua spinta propulsiva, non tanto nel suo splendore e nella sua miseria morale (“la signora Marneffe è cento volte più depravata di Josépha”), ma – non dobbiamo dimenticarlo - nel puro odio e nel desiderio della vendetta della più oscura e nascosta Bette. L’odio è più forte e duraturo dell’amore, ci fa intendere ad un certo punto Balzac: “Amore e odio sono sentimenti che si alimentano da sé: ma tra i due è l’odio a durare di più.” Una qualità particolare di Balzac è quella di impreziosire i suoi romanzi, non solo questo, della sua vasta cultura, senza che essa dilaghi e opprima il lettore. I suoi riferimenti alla storia, ai miti, alla letteratura, sono rapidi, quasi furtivi, ma aprono minuti spazi di luce e per un attimo ci trasferiscono altrove. Congiuntamente ad una saggezza pratica che consente all’autore di inserire aforismi, massime e brevi riflessioni, ogni romanzo di Balzac si trasforma agli occhi del lettore in una lezione e in una esperienza di vita.
Il bel capitolo LXIII, dedicato alla seduzione di Valérie nei confronti di Wenceslas, ne è uno dei tanti esempi. In esso, in più, si rinsalda, con la gioia di entrambe, l’alleanza tra la donna ammirata e contesa e la cupa e aspra Bette. La prima bisbiglierà all’orecchio dell’altra: “La tua vendetta è compiuta. Hortense piangerà tutte le sue lacrime e maledirà il giorno in cui ti ha rubato Wenceslas.” E Bette, di rimando, insaziabile: “Fino a che non sarò la signora marescialla, non sarò soddisfatta.”
In tutto questo movimento convulso e complicato, Adeline è il personaggio quasi immobile, docile, ma forte, umile, ma superbo, che incarna il sacrificio di sé, dei suoi sogni, delle sue speranze, del presente e dell’avvenire per la onorabilità e l’unità della famiglia. È colei che raccoglie i cocci della disgregazione morale e materiale della sua famiglia, nel tentativo di ricomporli, stremata nella resistenza ad un disegno perverso che ha le sue radici nella società in cui vive. Tristezza, solitudine e dolore sono i corollari della sua bellezza, non inferiore a quella di Valérie, se non fosse che è priva di quella luce malevola e seducente che arreca il vizio.
L’innocenza di Adeline, come del resto quella della figlia Hortense, appare sottomessa e opaca rispetto alla perversa e viziosa scaltrezza di Valérie. Lo stesso Balzac definirà Valérie come “la sorella borghese della signora de Merteuil”, la protagonista del famoso romanzo di De Laclos, Le relazioni pericolose, del 1782. Accorgendosi di essere incinta, Valérie arriva a concepire addirittura il disegno di informare separatamente i suoi amanti che ognuno di loro è il padre del nascituro (ben cinque, con il marito!). Balzac fa di lei, insomma, l’esempio di come una donna viziosa possa distruggere una famiglia, nonostante che quest’ultima sia presidiata da un’altra donna, debole tuttavia giacché provvista soltanto della sua virtù.
Lo si vedrà compiutamente allorché la sventurata Adeline, per salvare la famiglia, si offrirà, ma invano, al ricco Crevel, che aveva respinto appena tre anni prima, e che la umilierà. Ma Balzac, che ha un debole per la virtù, saprà donarle di nuovo tutto il suo splendore. Pensate, Josépha, che era stata l’amante di Hulot, la bella e ricca attrice che poteva permettersi molti uomini ai suoi piedi, quando si vede comparire nella sua casa Adeline, stremata dalla sofferenza e dal dolore, che sta cercando suo marito, di cui non ha più notizie da oltre due anni, “sentì perfino il bisogno di umiliarsi di fronte a quella grandezza che aveva subito intuito.”
La scrittura di Balzac ha una scorrevolezza e una plasticità tali, ora che la trama sta sciogliendosi, che il lettore ha la sensazione di avere davanti a sé scene e personaggi come se anch’egli ne facesse parte. È verso il finale che compare, a mirabile esempio, la figura superbamente descritta con pochi cenni, della signora de Saint-Estève (uno dei suoi tanti nomi, un altro è Nourrisson), una vecchia che “ Sebbene vestita con eleganza, pure spaventava per l’espressione di fredda cattiveria che si leggeva su quel viso volgare, orribilmente rugoso, pallidissimo. Marat, fosse stato donna e di quell’età, sarebbe stato, come la Sain-Estève, l’immagine vivente del Terrore. Quella vecchia sinistra aveva nei piccoli occhi chiari la cupidigia sanguinaria delle tigri. Il suo naso schiacciato dalle larghe narici ovali che sembravano soffiare fuochi d’inferno ricordava il becco dei più feroci uccelli da preda. Sulla sua fronte bassa e crudele dominava il genio dell’intrigo. Lunghi peli, disseminati in tutte le rughe del suo volto, rivelavano la virilità dei suoi progetti. Chiunque avesse visto quella donna avrebbe pensato che nessun pittore era riuscito a rappresentare così bene il volto di Mefistofele.” Solo pochi autori, e tra questi senza dubbio Dickens, Hardy e Zola, possono vantarsi di essere riusciti a fare altrettanto. Leggete come si è ridotto il barone Hulot, che per non farsi trovare dalla giustizia non porta più il suo nome, mentre è ricercato dalla moglie e dal figlio Victorin, ai quali Bette, pur sapendo che è finito nelle braccia di nuove amanti, non rivela mai il nascondiglio per lasciare nelle ambasce la cugina e la sua famiglia, che ha deciso di distruggere: “un vecchio che pareva avesse ottant’anni, coi capelli completamente bianchi, il naso rosso dal freddo in un viso pallido e rugoso come quello di una vecchia, camminando con passo strascicato, calzato di pantofole di panno, curvo, coperto da un pastrano in alpagà spelacchiato senza decorazioni, lasciando vedere ai polsi le maniche d’una maglia e i polsini d’una camicia di un giallo incerto, apparve guardando attorno timidamente”.
Mentre Hulot raggiunge il livello più basso di degradazione, il personaggio di Adeline, nel frattempo, rimasto a lungo offuscato dalle luci diffuse su Bette, e soprattutto su Valérie, avanza ora sulla scena a piccoli passi giacché Balzac ha deciso di innalzare la sua virtù a tale livello che, senza che Adeline lo chieda, riesce a conquistare il cuore e la devozione di un’attrice come Josépha. Con questa unione, Balzac oltrepassa addirittura i personaggi per mettere in scena, in realtà, direttamente come protagonisti, la virtù e il vizio. I personaggi non ne sono, a questo punto, che degli strumenti. Da una parte Adeline e Josepha, dall’altra, a rappresentare il vizio, Bette e Valérie, alleate.
L’affetto che Balzac nutre per Shakespeare è continuamente alimentato dalle citazioni presenti nel romanzo, ma addirittura arriva a dedicargli un omaggio esplicito con la costruzione di un personaggio, il brasiliano Henri Montès de Montèjanos, “il nostro bronzeo barone”, che ha in Otello il suo originale. Allorché viene a sapere dei tradimenti di Valérie, che credeva tutta sua e di poter sposare, non si contiene più e minaccia di ucciderla: “Montès era spaventoso a vedersi, e più spaventoso ancora udirlo! Ruggiva, si torceva, tutto quanto toccava veniva spezzato, il legno di palissandro pareva essere di vetro.” E dopo questo omaggio al cigno di Stratford-upon-Avon, egli lo fa a se stesso nelle parole che mette in bocca al dottor Bianchon, che ha in cura Adeline e la sta guarendo parzialmente dai suoi mali: “Da dove viene questo male profondo?” domanda al medico la baronessa, riferendosi alla corruzione e ai vizi della società. Così risponde il medico: “Dalla mancanza di religione e dal fatto che in questa società tutto è dominato dal capitale, che non è altro che egoismo materializzato. Il denaro, un tempo, non era tutto per l’uomo; altri valori avevano la preminenza nella sua vita. Vi erano la nobiltà d’animo, il talento, i servizi resi allo Stato; ma oggi la legge fa del denaro una misura valida per ogni cosa e lo considera come base del merito politico! Certi magistrati non sono eleggibili, Jean-Jacques Rousseau stesso non sarebbe eleggibile! […] Ecco ciò che dicono tutti quelli che osservano, come faccio io, la società nelle sue miserie.”
Balzac non rinuncia, tuttavia, in questo romanzo, a fare ciò che gli è permesso come autore, e il lettore si accorgerà presto che tutti i nodi verranno al pettine e là dove c’è stato dolore ci saranno la gioia e la consolazione, dove invece hanno dominato il vizio e la perversione, una giustizia che non appartiene agli uomini, si servirà proprio degli uomini affinché le tragedie che ne conseguono siano da severo monito per l’avvenire: “La vita non continua se non si riesce a dimenticare.” Non sarà così per due soli personaggi: Bette, piegata dalla sconfitta e dall’odio, ma arresa solo davanti alla morte, e il barone Hulot, che il vizio, che sembrava sopito, conduce di nuovo lontano.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco il 15.07.07 09:26