Honoré de Balzac: La cugina Bette (1846). Prima Parte
di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Trad. Lucio Chiavarelli
Se rimaniamo ammirati dei venti volumi che costituiscono il ciclo dei Rougon-Macquart di Zola, che dire della Commedia Umana, “forse il più vasto ciclo narrativo mai tentato da uno scrittore”, come si legge nella quarta di copertina dell’edizione 2003 di questo romanzo, pubblicato dalla Newton & Compton. Si resta addirittura annichiliti ove si pensi che Balzac scriveva congiuntamente due romanzi, questo e “Il cugino Pons”, che chiuderà il monumentale ciclo che si svolge tutto tra il Primo Impero e l’età di Luigi Filippo.
De La cugina Bette, Balzac scrive all’amata contessa polacca Eveline Hanska che, rimasta vedova nel 1841, l’autore sposerà il 14 marzo 1850, ossia qualche mese prima della sua morte, avvenuta il 18 agosto dello stesso anno: “terribile romanzo, poiché il carattere della protagonista è un miscuglio di mia madre, della signora Valmore e di zia Rosalie.” È noto l’odio per la madre, ma Balzac detestava anche la zia di Madame Hanska, Rosalie, che dall’alto della sua nobiltà trattava l’autore da miserabile parvenu.
Quando esce il romanzo, Sthendal è morto da quattro anni e sulla scena francese, per restare nel campo della narrativa, sono apparse nuove stelle: soprattutto quelle di Victor Hugo (1802-1885), Alexandre Dumas (1802-1870), Eugène Sue (1804-1857), e Gustave Flaubert (1821-1880) che, abbandonati gli studi universitari per ragioni di salute, decide di dedicarsi interamente alla letteratura, dove muove in quegli anni i suoi primi passi.
La cugina Bette uscì in quarantuno puntate dall’8 ottobre al 3 dicembre del 1846 sul giornale “Constitutionnel” e fu scritto “senza un piano prestabilito”, costruendo l’intreccio a seconda di come veniva svolgendosi di puntata in puntata.
Il proposito di Balzac era quello di riguadagnare la popolarità d’un tempo, ora sbiadita da alcuni infortuni e dal successo enorme delle opere di Dumas (I tre moschettieri e Il conte di Montecristo, pensate, entrambe uscite nello stesso anno, il 1844!) e di Sue (I misteri di Parigi, 1842-1843), intenzionato a dimostrare a tutti che era sempre lui il migliore.
L’opera viene a cadere proprio alla vigilia del 1848 e tratteggia una società attraversata da frenesie, ansie e malumori che anticipano quasi profeticamente quei moti rivoluzionari che, a soli due anni di distanza, percorreranno e sconvolgeranno l’intera nazione, e non solo. I fatti narrati si svolgono sotto Luigi Filippo I, che fu re dei francesi dal 1830 al 1848, succedendo a Carlo X.
Nel romanzo, abbiamo a che fare con la cugina Lisbeth Fischer (Bette), soprannominata “la Capra”, “una zitellona rinsecchita, che pareva molto più anziana della baronessa benché avesse cinque anni di meno.” La baronessa è un altro dei personaggi importanti, si chiama Adeline, ha quarantotto anni ed è sposata a un libertino (“Volle rimanere bello a tutti i costi”) che la tradisce da molti anni, Hector Hulot d’Ervy, “intendente generale delle armate di Spagna.”, fratello minore del “celebre generale Hulot, dei granatieri della guardia imperiale, che Napoleone aveva creato conte di Forzheim”. Le fa la corte il vedovo Célestin Crevel, “bottegaio arricchito”, età cinquantadue anni, “dieci di meno del signor Hulot”, il marito di Adeline (di cui, fra l’altro, è amico intimo in “orgette a quattro”; “siamo diventati due fratelli.”), contando sul fatto che la famiglia Hulot si trova in ristrettezze economiche (“Siete già sulla via dell’ospizio”), proprio a causa delle folli spese del barone con le donne, una delle quali, la bella Josépha, cantante di successo, era prima amante di Crevel. Tra le due famiglie corre una parentela, giacché il figlio della baronessa, Victorin Hulot, avvocato, ha sposato la figlia di Crevel, Célestine. L’uomo, respinto ancora una volta, rinfaccia alla donna di essere costretto a mantenere il genero, che ha sperperato gran parte della ricca dote della figlia per aiutare il barone, suo padre, mentre la baronessa accusa l’ex bottegaio di aver mandato a monte il matrimonio dell’altra sua figlia, Hortense Hulot, con il consigliere Lebas. Inoltre, l’ex bottegaio ha l’ardire di giustificare la sua insistenza con queste parole: “Cercate di comprendere i miei diritti. Vostro marito, mia bella signora, mi ha tolto la felicità, la sola gioia che ho avuto da quando sono rimasto vedovo.” E: “E così quando mi sono visto turpemente ingannato dal barone, siccome le amanti, tra vecchi donnaioli, dovrebbero essere sacre, ho giurato a me stesso di prendergli la sua donna. Per giustizia.”; “Sono pazzo di voi, e voi siete la mia vendetta!” Ha, per giunta, mandato a monte il matrimonio di Hortense per avere un altro strumento di ricatto nei confronti della donna che, impossibilitata a dare una dote alla figlia, si vede offrire una discreta somma da Crevel e la certezza di fare convolare la figlia a nozze, se ella diviene subito la sua amante. Non mancano, come si vede, echi sthendaliani, e la figura della baronessa pare ispirarsi, in qualche modo, alla signora Rênal de Il rosso e il nero, del 1830.
I temi del romanzo sono già tutti qui: la decadenza, l’ascesa sociale grazie alla ricchezza, la vanità, l’ambizione, la spregiudicatezza, gli intrighi, l’umiliazione, la depravazione. Ossia, i vizi della Parigi del tempo, che Balzac non ha mai mancato di denunciare nei suoi romanzi, una città dove dominano “l’incessante concubinaggio del lusso e della miseria, del vizio e dell’onestà, del desiderio represso e della tentazione sempre rinascente, che fa di questa città l’erede di Ninive, di Babilonia e della Roma imperiale.” Definirà la storia narrata nel romanzo come “serio e terribile studio di costumi parigini”. Ma deve ancora entrare in scena lei, Bette, la zitella che tutti li riassume, inasprendoli con il calcolo, l’odio e la perfidia. Sta conversando in giardino con Hortense, mentre in casa avviene quella conversazione sconveniente tra Crevel e la baronessa, e Balzac non ha ancora spostato su di lei le luci della ribalta, preferendo, con saggia regia, sfoggiare un ritratto a tutto tondo della baronessa e della sua fedeltà coniugale. Così sappiamo che, cresciuta in una famiglia di contadini, era dotata di una bellezza rara, notata da Hulot che la fa sua sposa. Trascorrono anni di felicità, in cui la vita di Adeline è cambiata radicalmente. Ora è ricca e ammirata, ma al culmine della felicità, ecco che al marito torna l’antico vizio per le donne. Non più giovane, è costretto a dilapidare il ricco patrimonio per destare l’attenzione delle più belle. La moglie sa, ma tace e quando scopre che il denaro scorre a fiumi impoverendo la casa, in silenzio, senza farne parola al marito, comincia a temere il peggio. Da quel momento la sua vita è una continua tortura: l’insicurezza e l’inquietudine accompagnano le sue giornate, non più serene e allegre come un tempo.
La cugina Bette è figlia del fratello maggiore di casa Fischer, e, al contrario di Adeline, è brutta, “magra, bruna, coi capelli neri lucenti, le sopracciglia folte e riunite, le braccia lunghe e forti, i piedi grossi, qualche verruca sparsa sul suo lungo e scimmiesco viso”. La baronessa l’ha chiamata a Parigi per darle una sistemazione. Le ha fatto imparare il mestiere di ricamatrice “presso i famosi fratelli Pons, ricamatori della corte imperiale.” La caduta di Napoleone stronca però le velleità di Bette, che aveva intrapreso una redditizia attività commerciale. Sfumata quindi ogni speranza di arricchirsi, Bette così pensa della cugina: “Adeline ed io siamo dello stesso sangue, i nostri padri erano fratelli: lei è in un palazzo, io in una soffitta!”, nonostante che la cugina e la famiglia Hulot continuino a interessarsi a lei e a proteggerla: “le avevano procurato l’indipendenza e viveva a Parigi a modo suo.”
Dire che Balzac sa irretire il lettore è affermare cosa nota. Lo ha saputo fare ai suoi tempi e continua a farlo oggi, come accade ai grandi maestri. Ciò che è da sottolineare è che egli non fa mistero dei suoi debiti verso l’Italia (le numerose parole ed espressioni in italiano: condottieri, la prima donna assoluta, dragone, patito, brio, in fiocchi) e la sua arte (Bronzino, Raffaello, Brunelleschi, Giotto, Michelangelo, Cellini, Canova, Correggio, Rossini, Paganini, Dante, Tasso, Ariosto, Machiavelli, la maschera di Pantalone, Vittoria Colonna, eccetera, per non parlare del capitolo XXIX, dove distribuisce lodi alla sagacia degli italiani, o quando nel capitolo XXXIX ricorda i monumenti “quasi eterni” dell’Impero romano, o i poeti romani, o nei capitoli finali quando loda la bellezza delle donne italiane nella figura della piccola Atala), anche qui a somiglianza del suo predecessore Stendhal (1783-1842). Allorché cita Napoleone – ma è solo l’esempio più eclatante, venendo da un francese - lo fa anche con queste parole: “L’imperatore, da buon italiano amante del fasto”, nonostante si sappia quanto Napoleone, non solo lui ma soprattutto lui, abbia inciso sulla grandeur della Francia e quanto quella superba nazione, che gli ha riservato come degna sepoltura lo stupendo Dome de Les Invalides (1675-1706), ne vada orgogliosa. Troveremo più avanti alcuni bei capitoli, a partire dal LV, dedicati all’arte e agli artisti, dove tornano nomi di italiani e dove possiamo leggere: “Il lavoro costante è la legge dell’arte, come quella della vita, perché l’arte è creazione idealizzata. Per questo i grandi artisti, i poeti completi non aspettano né le ordinazioni né i clienti; ma producono oggi, domani, sempre.”
Balzac procede nella narrazione attraverso la messa a fuoco dei suoi personaggi, in modo da offrire al lettore le chiavi per misurare le loro azioni. Abbiamo visto già Adeline e Crevel, Hector Hulot, poi Bette e Hortense, il fratello maggiore di Hulot, la famiglia Marneffe, e così via. Essi costituiscono piccoli mondi che vanno a congiungersi all’interno del mondo più ampio rappresentato dalla società parigina del tempo, della quale diventano espressione paradigmatica. Nelle conversazioni, nei segreti, negli intrighi, nelle vanità e nelle umiliazioni del piccolo nucleo familiare, noi leggiamo l’intero universo parigino, appariscente, enfatico, tutto lustrini e perbenismo esteriori, ma pervaso e contaminato dalla gelosia, dalla ambizione, dalla ipocrisia, dalla depravazione e, infine, dalla disperazione. Le propaggini di un tale nucleo si allungano poi, come tentacoli morbosi, all’interno di altri microcosmi dei quali catturano e diffondono i medesimi miasmi.
Balzac non dimentica di essere l’autore, di Eugénie Grandet (1833), di Papà Goriot (1834), delle Illusioni perdute (1843), opere che congiuntamente a Splendori e miserie delle cortigiane, che uscirà nel 1847, ad un anno di distanza da La cugina Bette, costituiscono il mosaico della rappresentazione meno effimera e più convincente della società francese di quel tempo, al punto che Friedrich Engels dichiarerà di aver imparato più dal "reazionario" Balzac che da tutti gli economisti. Infatti sono frequenti le frasi che, con un brillante colpo d’ala, disegnano un’abitudine, un costume, una tendenza che appartengono non al singolo o a quella data famiglia, ma alla società parigina. Qualche esempio: “la tavola è il più sicuro termometro del patrimonio delle famiglie parigine.”; “Certe donne, ligie ai loro doveri, virtuose e belle, tornano a casa di cattivo umore, quando non hanno raccolto, durante la passeggiata, il loro mazzolino di sguardi.”; “Lasciate fare a una parigina per ventiquattro ore e vi sconvolgerà un ministero.”; “A Parigi la maggior parte delle buone azioni sono delle speculazioni, come la maggior parte delle ingratitudini sono delle vendette…”; “Gli interessi finiscono sempre per contrastarsi e dividersi, le persone viziose si intendono sempre.”; “Nelle classi inferiori la donna non è soltanto superiore all’uomo, ma quasi sempre è lei che comanda.” Esse denotano un’osservazione mai fine a se stessa, sibbene accompagnata da un’arguzia che interroga, riflette e giudica. Quasi sempre il risultato sono il sarcasmo, la denuncia e la condanna. Il Balzac che nel corso della sua intensa e breve vita (morì a 51 anni) è corso dietro alle donne e ai debiti, immerso nei travagli e nelle delusioni di ogni genere, non ha mai ceduto di una sola spanna il privilegio di osservare dall’alto tutte le miserie e i falsi splendori di quel mondo che pure lo affascinava e lo vinceva. Non è facile.
Valérie Fortin, “giovane, piccola, svelta, bella, elegantissima, profumata”, sposata all’impiegato Jean-Paul Stanislas Marneffe, figlia naturale di “uno dei più celebri luogotenenti di Napoleone”, il conte Montcornet, abituata, grazie al padre, al lusso, morto quest’ultimo, vive nell’indigenza, ma non manca di iniziativa, incoraggiata dall’insulso e pronubo marito. È uno dei ritratti, insieme con quello della “perfida” e “venale” Josépha, esemplificativi dei sentimenti e delle perspicaci qualità di osservatore di Balzac. Scrive riguardo a Valérie: “Valérie è una triste realtà modellata dal vivo nei minimi particolari.” Quanto la brutta cugina Bette si muove sotterraneamente nell’intrigo e nella silenziosa costruzione della sua vendetta contro chi è migliore di lei, altrettanto Valérie si muove alla luce del sole ostentando la sua bellezza e i suoi capricci.
È in questo modo che irretisce il libertino Hulot, proprio nel momento in cui è stato abbandonato da Josépha per un altro che può assicurarle l’agiatezza, e proprio quando la figlia Hortense incontra Wenceslas Steinbock, “conte e scultore”, il giovane e pallido artista di cui, già prima di vederlo, si è innamorata a sentirne tessere le lodi da Bette, che vive nel suo stesso stabile e vorrebbe averlo tutto per sé. Balzac avvia così due percorsi paralleli: quello del padre che si sente rigenerato a nuova vita con l’incontro della bella Valérie, con la quale immagina di rimediare allo scacco subito da Josépha; e quello, lontano dal vizio e pervaso di giovanile candore, della figlia che, sentendosi un peso per la sua famiglia (“io so che una fanciulla da marito che non si sposa è una croce molto pesante per dei genitori onesti.”), pensa già di sposare colui che considera “un grande artista”, dal sicuro avvenire, del quale ha comprato una scultura che giudica premonitrice del suo successo: “L’autore di un gruppo simile deve fare fortuna”. E, riferendosi alla cugina Bette: “E la cugina Bette dovrebbe sposare quel ragazzo, lei che potrebbe essere sua madre?...”
Come si vede gli elementi per tessere una trama complessa, intricata e in grado di attrarre il lettore, non solo dell’Ottocento, ci sono tutti. Balzac resta un maestro ancora oggi e molti autori non si rendono forse conto di avere più di un debito di riconoscenza nei suoi confronti. La modernità di Balzac sta tutta nella osservazione e costruzione di una società che ha in sé gli stessi vizi del passato e gli stessi dell’avvenire. Egli ne fa emergere il cuore pulsante, il motore che la rende sanguigna e vitale, uguale a se stessa e perpetua.
Bette ricama i suoi progetti nella penombra. La sua presenza è avvertita e incombe su ogni sviluppo del romanzo. È da lei che corre Hulot per incontrare Valérie, la quale si è agghindata, sicura del proprio charme, “per piacere al barone, e piacere abbastanza per avere il diritto di essere crudele, di farlo sospirare, come si fa con i bambini”. Astuta, “senza aver promesso nulla”, pretende dal barone che il marito occupi il posto di sottocapo e ottenga addirittura la croce della Legion d’onore. Riesce perfino ad abbindolare la zitella, mostrandosi premurosa con lei, chiedendole consigli e adulandola. Ma la troppa confidenza che si stabilisce tra le due, la cui conseguenza è la scaltra rivelazione dell’imminente matrimonio tra Hortense e Wenceslas, è la molla che mette in azione le perverse e temibili qualità di Bette, che si vede sottrarre proditoriamente il suo protetto: “Di colpo la cugina Bette era ridiventata se stessa”; “Ella fu l’odio e la vendetta senza transizioni”. Inizia da qui la sua furia, che sa tuttavia controllare dietro la solita maschera di acquiescenza e umiltà. Viene da ricordare il personaggio di Dickens, Uriah Heep, in David Copperfield, che è del 1850, ossia di quattro anni dopo. È meraviglioso che due grandi maestri, divisi dal mare, che forse non si sono mai incontrati, dipingano con tratti quasi simili l’animo di due personaggi che avranno tanto rilievo nelle loro storie. Dirà Bette della cugina Adeline: “Oh! Adeline, me la pagherai, ti farò diventare più brutta di me!...” E all’astuta Valérie, che sa come manovrarla, così parla, disvelandosi, della famiglia Hulot: “Oh! voi non sapete, voi non sapete cosa sia quella genia! È l’ultimo loro colpo quello che uccide! E ne ho ricevute delle ferite all’anima! Voi non sapete che dall’età della ragione sono sempre stata sacrificata ad Adeline.”; “Durante ventisei anni non ho avuto che i loro avanzi…”
L’alleanza tra le due fa da vigoroso propulsore alla storia. Se la cugina Bette è la raffigurazione della gelosia e della perfidia (“uno Jago e anche un Riccardo III”), Valérie lo è dell’astuzia e dell’egoismo (una “maligna intelligenza di creola parigina”), giacché “Per lei la vita doveva essere tutta piacere e il piacere doveva essere senza difficoltà.”
Bette comincia, così, a tramare la sua vendetta, e corre da Crevel, di cui conosce bene l’invidia nei confronti di Hulot, che gli ha soffiato l’amante. Balzac ha deciso, dunque, di partire all’attacco e di distendere quella trama intrigante e intricata che caratterizza i romanzi del tempo, orientati a suscitare morbose curiosità e pruriginose attese da parte dei lettori. Non è a caso che quasi tutti siano preceduti dalla pubblicazione a puntate su qualche rivista. Del resto, Dumas e Sue furoreggiavano; avevano raccolto l’enorme successo proprio facendo leva su questi sentimenti e Balzac non vuole essere da meno pur di riconquistare la popolarità un po’ appannata dagli ultimi infortuni letterari e non solo. Non dimentichiamo che appena due anni prima è uscito Il conte di Montecristo e gli intrighi, le invidie che portano alle disgrazie e poi alla vendetta di Edmond Dantes scorrono a fiumi nel romanzo di Balzac.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco il 15.07.07 08:55