V.M. 18, di Isabella Santacroce
di Gattostanco
[prelevo questo lunghissimo e mirabile post dal sito personale del Bottegaio Gattostanco. gm]
Ho letto "V.M. 18" di Isabella Santacroce, pubblicato da Fazi Editore, attirato dalla copertina.
Poco o nulla sapevo dell’autrice, a parte quel poco da giudicarne poco attraenti le opere senza averle lette. In una torrida Feltrinelli appena inaugurata l’ho stimato un costoso e infantile capriccio squisitamente lascivo e divertente.
A casa, mia moglie, anch’ella attirata dalla copertina e dal sesto senso muliebre, ha letto le prime righe per poi sorridere giudicandolo innocuo per noi. Avesse proseguito la lettura cozzando contro le dissertazioni sul cattolicesimo probabilmente si sarebbe irritata.
In realtà io ho dovuto superare alcune mie sovrastrutture culturali di diverso genere prima di potermi dedicare sereno alla lettura del romanzo. La serenità, dopo una lunga parentesi, ha però distolto l’interesse lasciando spazio a una sostanziale monotonia ben prima di giungere al finale.
Non lo consiglierei.
Del resto penso abbia delle qualità educative (nel paradosso, letti gli avvenimenti narrati) e sia di facile comprensione e presa su un certo pubblico giovanile.
Non ho idea se questo libro sia spazzatura. Sinceramente non saprei deciderlo e tanto meno affermarlo (anche volendo mitigare un giudizio in blande parole).
Ho sfogliato un po’ il blog della Santacroce, mentre leggevo. Ne ho ricavato un’impressione poco realistica, neppure verosimile, di un personaggio autoalimentato di un clone fulminato e lasciato in pasto ai visitatori. Certe blogger sanno far di meglio, ma di scrittrice si tratta e l’apoteosi deve avvenire nei libri venduti e nelle ospitate di qualsiasi genere.
Sono rimasto basito dalle email riportate nel blog. Amore indefesso e odio sbeffeggiante. Pur essendo la loro selezione parziale, mi sarei aspettato la presenza di giudizi intermedi (per quanto siano aborriti da qualsiasi autore o esteta).
A me non è piaciuto, ma non l’ho trovato brutto. La scrittura dopo un poco ha iniziato a infastidirmi, ma non l’ho trovata complessa, piuttosto ipnotica. La storia è grottesca in ogni istante, persino stucchevole nell’essere traboccante di malefatte e cattivi pensieri, ma non l’ho trovata ignobile.
Un libro per ragazzi (proprio perché altamente sconsigliabile a loro) dove viene utilizzato un facile esempio interamente malsano per istruirli a non essere gregge acritico, stupido e ignorante. E, per quanto io non me ne intenda, alcuni ragazzi di oggi mi auguro traggano ancora insegnamenti anche da esempi profondamente immorali e immondi, che magari vanno a scovarsi per i fatti loro in libreria o in biblioteca, riuscendo a raschiarne saggi suggerimenti e acute lezioni.
A seguire riporto i miei appunti, ridotti e un poco modificati, presi prima e durante la lettura. Svelano alcuni avvenimenti del romanzo di minor conto.
14 Giugno 2007 10:32
- Il personaggio "Satancroce" creato dalla Santacroce attorno a lei stessa non ha molto di diverso nella forza estraniante e dirompente da altri miti giovanili e/o artistici del passato.
- Mi rendo conto di essere guidato da numerosissimi pregiudizi categorici e che fatico ad allontanarmene se la curiosità non prende il sopravvento (in mancanza di un barlume di intelligenza viva e pronta).
- Non ho ancora letto il suo ultimo romanzo, ma l’ho sfogliato cercando con l’occhio del maschio qualche descrizione di azioni peccaminose (dichiarate così tanto estetiche e compendiate narrativamente da una scrittura ampollosa) e me ne sono rimasto un po’ perplesso chiedendomi quale sia il target di riferimento della scrittrice (e soprattutto di chi le ha pubblicato il libro): forse sono troppo vecchio o troppo ingenuo o, all’opposto, troppo fantasioso. O più semplicemente estrapolare simili brani letterari non è come estrapolare simili scene visive. Non si possono trattare come fossero fotografie.
- Il caro vecchio De Sade (o come si scrive) mi sembrava più sostanzioso, ma non ha senso il paragone.
17 Giugno 2007 03:43
Al momento sono giunto solamente a pagina 30.
Le prime pagine raccontano, tra molto altro, i giochi di una bamb*na con un soprammobile a forma di delfino e poi con un bamb*no e poi con un pastore tedesco.
Bah.
…Mi sono detto: "sono io a essere all’antica" e così ho cercato in rete un po’ di informazioni, sapendo praticamente nulla dell’autrice (a parte i miei pregiudizi che l’avevano esclusa dal mio interesse), per riuscire a capire, a comprendere oltre i semplici fatti quel che mi aspetta proseguendo la lettura. Mi è parsa subito evidente una mia lacuna, e sono sincero e privo di ironia nel dichiararla, perché mi rendo conto di essere costretto a forzare le mie sovrastrutture culturali per continuare la lettura del romanzo.
Ho trovato in rete una intervista del 2003 attribuita a una professoressa italiana, che insegna negli Stati Uniti, e che l’anno precedente aveva pubblicato un saggio sulla scrittrice.
Mi ha colpito questa affermazione: "Isabella Santacroce è una delle voci della letteratura contemporanea più importanti.".
Evidentemente i temi e i modi di trattarli allora erano diversi dall’ultimo romanzo. Infatti quel che per me è curioso (nel senso di strano e forse un poco bizzarro) è il fatto che la studiosa attualmente insegna letteratura italiana e comparata all’Università Cattolica di Washington.
Comunque la scrittrice ha collaborato con Gianna Nannini e per me questo conta qualcosa anche se l’ultimo lavoro della cantante che ho comprato è "Malafemmina".
Inoltre in blogosfera a proposito dell’ultimo romanzo ho trovato poco fino ad ora.
In somma, non ho risolto il mio problema non trovando che pareri contrapposti e stigmatizzanti la scrittrice, e pertanto inutilizzabili a formarmi un’opinione (o a scardinare quella preconcetta), perché danno per scontata la lettura del romanzo attuale o almeno dei precedenti (o, più probabilmente, sono io a essere limitato di comprendonio).
E comunque nessuno affronta quel determinato aspetto del libro che mi frena, pur non bloccandomi.
18 Giugno 2007 18:06
Vado molto a rilento, sono a pagina 68.
La descrizione fisica della protagonista e il delinearsi dell’ambiente in unione alla scrittura densamente cremosa della scrittrice hanno fatto in modo procedessi nella lettura.
Ora immagino la protagonista non più come una bimbetta. Ora me la vedo come un misto tra Mercoledì del film la Famiglia Addams (e non quella della serie in bianco e nero, perché parte integrante dei miei ricordi d’infanzia, un po’ come i Forti di Forte Coraggio o Rintintin, e quindi ripulsiva a farsi inserire in un contesto tutt’altro che casto) e la ragazza (Winona Ryder) del film Beetlejuice con una forte preponderanza di quest’ultima.
Questa visualizzazione mentale del personaggio con fattezze relativamente adulte mi aiuta a superare i blocchi culturali che mi rendevano faticoso procedere di paragrafo in paragrafo.
Inoltre la rappresentazione dell’ambiente del collegio finora letta mi è parsa grottesca e completamente fuor di realtà e quindi più accettabile.
Resta comunque un processo indugevole a manifestarsi quello della mia solita lettura.
20 Giugno 2007 11:43
Ho fatto un balzo giungendo pagina 193.
Aggirata la costrizione di cui sopra, il ritmo di lettura si è fatto consueto.
Mi sento più libero e a mio agio. Devo fare attenzione a non considerare il romanzo ridicolo o la parodia di un fumetto. Leggendo mi è venuto in mente Zio Tibia e devo stare attento a non stravolgere per caso o per forzatura il mio approccio di lettore a ciò che racconta il romanzo. Del resto anche la visione da videogioco non mi abbandona. Ho fatto una ricerchina e potrei associarla ad una delle ultime uscite di ambientazione scolastica.
A pagina 120 una negativa e spassionata definizione dell’utopista, "definizione" per così dire, che intristisce nella sua pragmatica.
Il manifesto delle Ninfette sembra essere uscito da un castello nazista. E’ una impressione sciocca la mia, probabilmente venutami in mente grazie a qualche documentario sull’esoterismo nazista latente nella memoria che poco o nulla relaziono al testo. Eppure quella è stata.
L’uso delle ripetizioni, anche di interi paragrafi, spesso neppure lievemente modificati, mi snerva. Ripetizioni ridondanti, scientificamente riproposte al lettore non ritengo al solo scopo di percuoterne la pazienza.
Il libro li ingloba citazioni senza malizia. Forse non è vero, non mi sono preso la briga di riconoscerle.
La protagonista presto si descrive annoiata da pratiche del piacere fini a loro stesse al scemare dell’estasi della loro conquista e in mancanza di altre emozioni capaci di rinnovarle e ammaliarle nel tempo (romanticamente, smielandomi addosso, potrei suggerire l’amore tra queste emozioni). Un classico della realtà umana da millenni.
Sento una fortissima nota stonata nella sinfonia finora ascoltata. Leggere "sex-appeal" in un romanzo scritto nel modo in cui è scritto ferisce la mia sensibilità nonostante io sia riuscito a renderla evanescente per questa lettura. E’ una banale carezza di normalità.
La citazione della supremazia del sublime sul bello mi coglie impreparato. Pensavo di trovarmi davanti a un romanzo per ragazzette sceme (nel senso di noiose e presuntuose) o vecchi satiri (che non praticano, supplendo con la lettura). Io spero di essere considerato un noioso vecchietto e non un satiro scemo. Spero soprattutto che almeno un giovane lettore sia incuriosito e si vada a leggere Burke, Kant e compagnia bella.
22 Giugno 2007 12:26
Sono arrivato a pagina 406.
L’azione si sviluppa in un alternarsi di riflessioni parafilosofiche e forse persino erudite, pur se distorte e inaccettabili, aberrazioni contro vittime in successione e pratiche orgiastiche. Il tutto amalgamato da una traboccante scrittura densa e in grado di provocare assuefazione nel lettore.
La fauna umana adulta e delle educande, oltre che l’incolpevole animale, risulta meschina e inerte carne da plasmare per la protagonista Desdemona.
Le vittime dirette e indirette sono "sacrificate" dai carnefici. E’ ovvio. Però alcune, o forse tutte, lo sono anche dai benpensanti inetti e ipocriti. Se il comportamento di Desdemona è brutto in ogni senso ai miei occhi, si manifesta orrido il comportamento delle cosiddette persone normali raccontate nel romanzo. Spaventosi esseri grotteschi e ignobili intrisi nella menzogna senza neppure prenderne mai coscienza o appena un poco.
La protagonista viene colta dalla paura d’innamorarsi, di cedere al sentimento, di improvvisamente ammorbidirsi. L’innamorarsi di un cane lo stimo deposto sopra un piano teorico sotto le mie capacità di comprensione, intendendo l’innamoramento come una forza proprompente e ingestibile che altera i processi del ragionamento e fisiologici in maniera naturale.
Mi diverte la protagonista nel momento in cui si chiede se la sua vittima sarebbe riuscita a scorgere il platonico iperuranio.
Le astrazioni sulla natura umana sottomessa al plagio, alla tortura o alle droghe non mi sembrano particolarmente illuminanti. Forse sono interessanti, ma nel complesso abbastanza ripetute da tempo. In certe circostanze e situazioni il mostro alberga nella stragrande maggioranza delle persone e agisce, foss’anche unicamente per istinto di sopravvivenza o per l’incepparsi dei meccanismi morali davanti alla manipolazione, alla sofferenza o al degrado.
Le lettere ricevute da casa da Desdemona sono un portento. Sono poche e descritte modificando uno stesso capitoletto (mi sono abituato alle continue ripetizioni). Leggendo la quarta non trattengo un sorriso sembrandomi comica: la manifestazione di quella che si potrebbe chiamare cattiveria in una persona normale a questo punto mi diventa comica.
Del resto è pur vero che è difficile certificare quanto le persone sanno o saprebbero essere cattive potendolo essere impunemente.
Alcune pagine sono dedicate alla dissezione della morale cattolica. La compie la protagonista torturatrice e assassina. Simpatica parentesi.
Trasfiguro l’episodio incentrato sullo strazio dei parenti di alcune vittime in un siparietto comico. L’esaltante risultato e compiacimento ottenuto e descritto unito ai comportamenti umani sociali diventa una comica muta in bianco e nero caratterizzata dalla tipica accentuazione dei gesti e con la ciliegina dei poliziotti che corrono avanti e indietro.
A pagina 406 un cane assurge a degno compagno.
Non riesco proprio a concepire certe cose del romanzo.
Mi scuoto e nutro il mio gatto accarezzandolo appena un attimo (quando mangia non gradisce distrazioni del suo schiavo umano mezzo scimunito).
23 Giugno 2007 11:21
L’ho finito ieri sera.
Se non avessi provato le difficoltà iniziali, probabilmente sarei stato immerso nella noia fin dall’inizio e l’avrei abbandonato o letto con minore desiderio di saggiare le mie reazioni al testo.
Ieri sera ho comunque fatto un po’ fatica; oramai volevo giungerne al termine per togliermi il pensiero e la soddisfazione di poter dire d’averlo finito.
Certo che se gli altri sono simili, non credo che li comprerò.
V.M. 18 è assai impiastricciato di molti "salveoregina" capovolti.
Forse, per un paio di centinaia di pagine, mi è piaciuta la scrittura che di ogni frase crea un complesso stucco ornamentale, per sua natura un po’ stucchevole, usando ghirigori semplici e comprensibili. Alla lunga diventa ripetitiva e appiccicosa, come una gamella continuamente riempita di panna montata.
Vedo tenera e beneaugurante l’immagine della ragazza, dell’educanda, della studentessa diligente, mentre s’infervora di una tragedia di Seneca. Spero possa incuriosire qualche lettore di V.M. 18 e condurlo a dare almeno un’occhiata alla letteratura classica (ho sempre molta speranza, io)
Malinconica, invece, la protagonista che per qualche paragrafo si scopre non soltanto senza amore, ma addolorata di non sapere cosa sia (come fosse possibile saperlo oggettivamente e a freddo) e quasi sul punto di bramarlo.
Per il resto la storia si conclude nei modi preannunciati con largo anticipo e con l’apertura a un eventuale seguito (scelta buona e giusta nel caso il romanzo diventi un bestseller).
Bah.
Comunque la copertina mantiene il suo fascino (non mi dilungo nelle solite tiritere sull’estetica migliore della cattiva malizia rispetto a quella del buon candore delle quali infarcito il romanzo e infiniti esempi letterari precedenti): "Daddy’s girl" di Michael Hussar.
La scrittura, la storia, le riflessioni sociali e il bla bla bla mai perdono coerenza.
A suo modo porta avanti un messaggio positivo per un giovane lettore virgulto della società, istillandogli il concetto di non lasciarsi in alcun caso ammansire da qualcuno nel Bene e nel Male (il destino riservato ai due giovani maschietti è da brivido).
Gli argomenti e i toni usati sono forti per me che giovane virgulto non sono da un pezzo. Non escludo, però, che siano adatti a veicolare dei messaggi verso coloro che invece oggigiorno lo sono.
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Pubblicato da giuliomozzi il 25.06.07 16:40