Torineide #1
Marco Cassardo, Va a finire che nevica
di Paolo Cacciolati
Dopo essere stata deamicisiana, gozzaniana, pavesiana, arpiniana, volponiana, primoleviana, calviniana, lallaromaniana, fruttero&lucentiniana, nataliaginzburghiana, e passando per i più recenti Culicchia, Remmert, Perissinotto, Torino continua a prestarsi come sfondo per più e più romanzi, oltre a fare da quinta per sempre nuove produzioni cinematografiche.
Certo, Torino non è più (solo) quella cartolina ottocentesca dei palazzi barocchi, delle piazze maestose, delle pasticcerie lastricate di marmi e stucchi, ha perso quella vena quieta e aristocratica che la identificava come una piccola Parigi, ha ammorbidito i suoi spazi squadrati, seppure interrotti da proiezioni ortogonali verso le stelle come la Mole Antonelliana.
Non è più neppure la metropoli industriale della seconda metà del secolo scorso, la grigia Torino che si è allattata alla grande madre con i capezzoli a forma di ruota. E non è forse mai stata la Torino magica, il presunto terzo acuto di un triangolo dell’occulto che la dovrebbe congiungere con Lione e Praga, fantomatico centro di suggestioni esoteriche utili per riempire i quadranti delle guide turistiche.
Accantonando laudi da agenzia del turismo e immagini buone per scatole di cioccolatini, sorvolando sulla capacità di questa città di mutare continuamente veste, rimanendo però sempre fedele ad alcune caratteristiche goreniche (una fra tutte: l’inventiva con i piedi per terra), mi pare interessante approfondire come il capoluogo subalpino si trasformi in fondale per trame&intrecci. E vorrei farlo tramite i romanzi di alcuni esordienti, di recente uscita, che proprio su Torino hanno centrato le loro storie.
Ognuno di questi è caratterizzato da un particolare stile e tono, ma a mio parere hanno in comune freschezza di scrittura e immersione in storie avvincenti, possibilmente alternative alla sterminata teoria dei polpettoni di formazione.
Non scivolano su ululati alla luna o effetti speciali per stupire infanti, accontentandosi (si fa per dire) di cesellare fabule con personaggi credibili e una struttura narrativa decente. Anche se, in questi esordienti, mi pare ci sia una padronanza del pennino perfin troppo geometrica, precisa fino all’eccesso. Ah già, ma è gente di Torino, dimenticavo. Gente di Torino, anche se vive a Milano, come Marco Cassardo, classe 1965, che esordisce con il romanzo Va a finire che nevica, per i tipi di Cairo Editore.
Alla ricerca del De Carlo perduto, mi viene da commentare a caldo. Da subito colpisce la cura sul montaggio delle scene che rappresenta, con risultati che quasi possono ricondursi al primo De Carlo, quello di Tecniche di seduzione, per dire.
Cassardo disegna una storia in cui ti immergi da subito. Ti dimentichi che stai solo leggendo. E non è poco.
Parte giocando sul non detto, poi è un imbuto sulle vicende parallele dei due protagonisti, due fratelli, Ercole e Dario. Sicuro, un tema non nuovo (ma quale ormai lo è?), eppure affrontato con la capacità di tenerti incollato alla scia di questi due fratelli, agli incroci di queste due tracce, una precisa e dritta, l’altra più ebbra e sbandata.
Dario, avvocato di successo, va incontro alla vita come andare in spiaggia, con il sole in fronte, sicuro e vincente. Ercole invece, aspirante giornalista, è un motore imballato, si è trasferito a Milano per lavoro, ma gira a vuoto tra debacle professionali e sfregamenti con anime di strada.
Il rapporto tra loro è un gioco di contrappesi. Rispetto al momento iniziale del romanzo le loro vicende progressivamente si riequilibrano, il successo di Dario inizia ad incrinarsi, il fallimento di Ercole si risolve in una nuova prospettiva con il trasferimento a Torino, aiutato dal fratello.
Come contraltare ai due protagonisti emergono due figure femminili. Laura, eterna fidanzata di Dario, disordinata quanto lui è meticoloso, ma tenace nel cercare di arginare i danni causati dalle nevrosi del compagno, malattia il cui emergere è delineato in modo magistrale.
E poi Clara, di cui Ercole si innamora all’istante, la prima volta che la vede, invero ostacolato da un energumeno che si condensa in un’ombra nera ad abbattersi sul mento, nocche pesanti e dolorosette, ma che accelerano l’avvio della nuova storia.
Intorno ruotano costellazioni di personaggi minori, tratteggiati in modo mai banale. In questo Cassardo è molto bravo, specie nell’emersione dei caratteri tramite i dialoghi. Mi è piaciuto l’affresco di una cena a casa di Dario, una sorta di piccola ripetizione dell’incompiuto Dinner Party di Tondelli.
Eppure l’autore, con abilità tutt’altro che da esordiente, evita che i personaggi si mangino la trama, sagomando la struttura romanzesca con la perizia di uno di quegli artigiani del mobile che si trovano ancora in certe botteghe dietro via Po.
Non mi dilungo oltre sulla trama, che si aggroviglia non poco. Preferisco spendere ancora qualche parola sui luoghi, quelli di una Torino piccolo borghese e pettegola, che trova il suo specchio nel Tribunale, con l'ambiente forense descritto in modo approfondito e crudele, pur senza lasciar trapelare il sospetto di giudizio morale. Ma ci sono anche i quartieri cosiddetti popolari, c’è l’odore di kebab e spezie spiaccicato su piastrelle bisunte, c’è San Salvario, raffigurato come un posto normale, non diverso da tanti altri blocks multietnici, senza le fobie ipocrite da cinegiornale della Padania.
E ancora una buffa gara in bicicletta tra avvocati panzuti, meta la Basilica di Superga, traguardo avvolto in volute d’estasi, probabile omaggio al cuoreToro dell’autore (ma sarà mica stato commissionato dall’Editore?). E una sala da ballo riprodotta con echi alla Paolo Conte: “gli habituè del dancing ballano in coppia, la musica è una questione a due”.
La scena dilaga anche sulla provincia. C’è uno spassoso cameo dedicato a uno dei tanti agglomerati cementificati sulla riviera ligure di ponente, Borghetto Santo Spirito, “un pezzo di periferia che si è trasferito al mare” . E appare l’autostrada Torino-Savona, che riporta a un deja vu collettivo di mitiche partenze per il mare, magari a bordo di una fiat centoventotto blu, viaggi puntualmente interrotti da tappe vomito causa mal d’auto del cucciolame.
E c’è il fascino torbido della Valle Varaita, sopra Cuneo, da sempre zona di passeurs, una vallata già fotografata magistralmente da Davide Longo, nel suo secondo romanzo, Il mangiatore di pietre. Lì sono ambientati i flash back sul passato dei protagonisti, con uno stile più asciutto, come in sintonia con il carattere della gente (quella verace) di montagna. In questi capitoli in effetti Cassardo abbandona certe voluttà descrittive, per lasciare che siano le cose a parlare.
Il meccanismo scelto dall’autore non è comunque quello di una mera illustrazione, fine a se stessa. Al contrario, è funzionale a una operazione di svuotamento del significato del luogo, di erosione dell’anima di quel determinato posto. Ed è funzionale a spostare l’attenzione sul destino dei protagonisti.
Mi sembra un’ottima prova di esordio, come usa dire il critico in siffatti casi, forse ombreggiata da un finale un poco fragile, proprio a voler cercare il pelo nell’uovo.
Non deve trarre in inganno il titolo, colloquiale, vagamente dimesso, come a dire al lettore, guarda, ti racconto una storia qualunque. E’ lo stesso timbro della narrazione, apparentemente distaccata, a mimetizzare aspirazioni più elevate, a condurre il lettore a riflettere su dolore, misericordia e rivolgimento del destino.
Ed è qui che si ritorna alla domanda iniziale, a come Torino si pone come lente d’ingrandimento verso fenomeni contemporanei come il rifiuto della trascendenza, il relativismo, l’alienazione.
Mi pare che l’approccio di questo autore, come quello dei prossimi di cui vorrei parlare in questa cosa che chiamo Torineide, sia quello di utilizzare il fenomeno dei “non luoghi”, partendo dalla spersonalizzazione, dall’aggiramento dei luoghi simbolo, di quelli più carichi di valenze storiche, sociali ecc.ecc.
E' come se volesse divincolarsi dalla stretta della città, in modo da aver più spazio per affrontare i temi sottotraccia del romanzo.
C’è chi opera questa presa di distacco in modo leggero, quasi a non voler farsene accorgere, appunto come Cassardo, e chi invece attua questo meccanismo in modo più diretto e brutale, come appunto i prossimi di cui sopra.
Per l'intanto chapeau a
Marco Cassardo, Va a finire che nevica, Cairo Editore, pp. 237, € 15
Pubblicato da Paolo Cacciolati il 19.06.07 22:26