Marino Magliani: Il collezionista di tempo (2007)
di Bartolomeo Di Monaco
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Ogni volta che ricevo una e-mail da Marino Magliani, che ancora non conosco di persona, ma che ho imparato a stimare per il modo riservato e quasi del tutto silenzioso con il quale ha fatto il suo ingresso nella nostra narrativa, essa reca sempre come oggetto: “dal nord”, allora capisco che è lui più che dal suo complicato indirizzo. Quelle e-mail portano a me, grazie proprio a quell’oggetto, il profumo di una terra, l’Olanda, che mi affascinò (era il 1992) per la sua bellezza e le sue dolci atmosfere. L’autore, di origine ligure (è nato a Dolcedo, in provincia di Imperia, nel 1960), vive e lavora a IJmuiden, di fronte al mare. Sono convinto che proprio queste due fortunate circostanze, l’origine ligure, patria di narratori asciutti e di raffinata sensibilità, e terra dalla bellezza aspra e magica, e la vita condotta in un Paese che ha anch’esso una lunga tradizione di mare e che offre una bellezza rassicurante e serena hanno contribuito a costruire in lui un narratore tra i più attenti e sensibili.
Il romanzo segue Quattro giorni per non morire, uscito nel 2006, anch’esso per i tipi dell’editore Sironi.
La memoria porta sempre con sé il sentimento, l’autore lo sa bene allorché si accinge a rievocare la vita di un uomo, Gregorio Sanderi, i cui gesti, i cui pensieri, i cui sguardi egli riconosce vicini al suo cuore: “Scendevano nell’orto. Il giorno era un ritaglio di luce intorno ai monti, nel resto del cielo gridavano i rondoni, e la sera odorava di fango e di verdure innaffiate.” Non ha importanza domandarci se si tratti di una narrazione autobiografica, come, per fare i primi esempi che vengono in mente, non lo ha per il romanzo di Romano Bilenchi, Conservatorio di Santa Teresa e per L'età breve di Corrado Alvaro, giacché ciò che un uomo vive è in qualche modo la testimonianza anche della nostra vita.
Ancora fanciullo Gregorio, contrariamente alla volontà del padre, vuole andare in collegio a Mondovì, dai Frati Maristi, giacché ha un sogno nel cassetto, diventare bravo nei giochi che si praticano laggiù, specialmente il calcio. Quando sale a Leve, e sul sagrato della chiesa si ferma a guardare i compagni che giocano, si vede subito che quelli che frequentano il collegio sono i più bravi “per morbidezza di tocco e palleggio”.
È il 3 agosto 1969, Gregorio sta attendendo, su una delle terrazze che declinano verso il fondo valle, Fratel Ludovico che, “con la sua tunica nera e lucente di sole”, deve venire a prelevarlo per condurlo a fare un mese di esperienza in collegio.
È un momento di attesa, in cui l’autore annuncia già il suo modo di narrarci questa storia: non si farà prendere dallo scorrere dei giorni, ma si fermerà a gustare i colori e i sapori ogni volta che saranno percepiti dal suo protagonista, materializzandoli come su di una tela. È un narrare lento, intimo e nello stesso tempo dominante: “Erano cose – queste terrazze e l’ombra magra nell’odore di verderame – che non gli avevano mai chiesto nulla, tanto meno di andarsene. Era rimasto col busto proteso in avanti e guardava le cose, provava a scoprirle per la prima volta, erano le cose che restavano. Per la prima volta.” La vicina partenza, l’attesa, l’allontanamento dalla sua terra, non sono neutre. Anselmo, il padrone della vigna da dove Gregorio scruta il fondo valle per sorprendere l’arrivo della “cinquecento” che lo condurrà in collegio, non può capire: “Non capiva, quest’uomo non capiva, erano angosce che non poteva conoscere, gente che non era mai dovuta partire, gente fortunata che non aveva mai dovuto sognare.”
Dunque: il sogno. Esso è come una maschera che ha due facce, quella lieta della speranza e quella triste dell’abbandono. Il sogno, per realizzarsi, reca sempre qualche pena con sé. È nient’altro che la fasciatura di una ferita: “nessuno parve accorgersi che andava via.”
Durante il viaggio, superato il confine con il Piemonte: “Guardava le gente piemontese seduta sulle panchine fuori delle case, si chiedeva chissà se sanno che passi tu.”
Sono due momenti, il precedente e questo, che evidenziano la solitudine che accompagna l’inizio di ogni nostra ricerca. Leggeremo molto più avanti: “Potessi intervenire sul tuo passato, toglierei alla tua vita una tonnellata di solitudine”. Il contatto con il mondo deve fare i conti, sempre, con la parte intima che è rimasta inespressa in noi e che si libera per la prima volta allorché il sogno ci spinge a muoverci e ad avere coraggio.
Sono già, questi, segnali più che sufficienti ad indicare un’attenzione e una sensibilità particolari con le quali l’autore intende chiamarci a partecipare alle vicende del suo protagonista. Quella intimità inespressa, infatti, la prima sera, mentre nel dormitorio Gregorio si accinge a dormire, ecco che si materializza, prende il suono di una voce: Chi sei? domanda Gregorio, credendo che a parlare sia stato un compagno, ma la risposta è sorprendente: Io sono te, sono Gregorio.
Ma non è sempre lo stesso Gregorio. Si alternano vari Gregori: “Certi giorni venivano a visitarlo anche una decina di se stesso diversi”. Una voce, che gli parla solo quando è in vacanza a casa sua, si chiama Lukas, “appassionato di deltaplano.”; “Lukas gli parlava del suo lavoro di venditore di multiproprietà e di una Liguria che non esisteva ancora.”; “i Gregorio parlavano in dialetto, Lukas mai.”
Gregorio, dopo il mese di prova, vorrebbe tornare a casa, i genitori il giorno della festa dell’8 settembre vengono a prenderlo e lo portano fuori con la seicento, e gli domandano se voglia abbandonare il collegio, ma lui decide di restare. Sono le voci a trattenerlo; anche quando il suo compagno Falconi Leo gli confida che intende fuggire (e infine lo farà) e gli chiede di andarsene con lui, Gregorio resta.
Se si osserva che spesso le voci gli parlano del cane Cobra, disperso dal suo padrone, che Gregorio aveva sentito abbaiare lontano il giorno che si trovava nella vigna di Anselmo, in attesa che venisse a prenderlo Fratel Ludovico, e che Cobra nella sua fuga corre e corre “anche quando ai suoi fianchi crescevano nella notte le palme”, non è fuori luogo supporre che ci troviamo di fronte alla rappresentazione di un’infanzia tremebonda, impaurita, incerta, insicura.
La quale lascia le sue tracce nell’età più adulta, come accade a Gregorio, che continua a sentire le voci, infatti, anche quando, finito il servizio militare, si trova sdraiato sulla branda della sua camerata in attesa che Save, un commilitone, in congedo da pochi mesi, passi a prenderlo con il suo maggiolino giallo.
Nell’estate del 1965 (con Gregorio siamo invece nel 1980, il 18 settembre) mi trovavo anch’io nella caserma di Legnano, dove, proveniente dalla Scuola Ufficiali di complemento di Caserta, completavo, come sergente AUC, il mio tirocinio prima della nomina a sottotenente. Vi ho conosciuto la nebbia descritta da Magliani, che ci costringeva a procedere a tentoni per trovare la nostra palazzina. Ho conosciuto le sveglie al mattino e la corsa per l’Alzabandiera, che si celebrava sotto il manto fitto di una nebbia che toglieva il respiro. A Bellinzago, invece, dove fui inviato con il grado di sottotenente in carico alla Divisione Centauro, giacché ero carrista, ho conosciuto l’attesa del congedo e la malinconia per un periodo della mia vita che si chiudeva per sempre. Un congedante di Grosseto mi attendeva fuori con la sua auto, proprio come accade a Gregorio: “Lasciarono l’aerea della caserma, i muri di mattoni con le garritte armate e le palazzine.”
Gregorio, ossia, siamo anche un po’ tutti noi, e quelle voci possono perfino essere la memoria degli altri che si agita inquieta dentro di noi: esperienze di altri che si trasmettono a noi e diventano nostre (le nostre voci) attraverso gli sconosciuti sentieri dell’esistenza.
Non v’è dubbio, tuttavia, che l’immagine del cane Cobre che ancora corre per giungere al mare (“il viaggio di Cobre verso il mare”), è quella che lega prepotentemente l’infanzia di Gregorio al suo presente e al suo futuro, come un cordone ombelicale che non vuole staccarsi. Ciò significa anche che nella congiunzione misteriosa che avviene dentro di noi delle esperienze universali, quella che più ci appartiene emerge nella luce riflessa di ciò che più amiamo.
Non si fatica molto ad arrivare ad una interpretazione che unisca l’immagine del cane Cobre a quella di uno dei tanti Gregori che gli parlano: il Gregorio che corre pure lui, pieno di affanno: “Gli aveva già parlato parecchie volte un Gregorio da un bosco sul mare al Nord. Ogni volta gli spiegava che era in affanno perché correva e c’erano dune di sabbia e canali, ciminiere.”; “pensò ai suoi quarant’anni, a dove li avrebbe messi assieme. Quell’improbabile bosco del Nord, forse, da cui lo chiamava una voce.” Su Cobre e sulla sua corsa leggeremo un lungo capitolo finale, in cui il cane, metafora che ha lo stesso sangue del protagonista, “prima ancora di vederlo sentì che il mare gli era entrato dentro.”
Dunque: la storia di un viaggio. D’un viaggio già scritto nelle cose, preannunciato e “in affanno”, come lo sarà Cobre, quando un pescatore lo raccoglierà naufrago in mezzo alle onde. Un viaggio che conduce Gregorio in Olanda, come si legge dal capitolo che avvia la Terza parte: “Costa olandese, 22 aprile 2004”. Sono trascorsi più di venti anni, e la corsa del protagonista ancora non si è fermata: “L’uomo corre, appesantito, il berretto di lana e la tuta chiusa fino alla gola, l’aria fredda.”; “era il suo tragitto di scrittore che l’aveva portato su questa costa.”
Nelle tre fasi della vita di Gregorio, segnate da altrettanti capitoli, la terza è quella in cui arrivano a sciogliersi le due precedenti: “Ora sapeva che le voci non gli avevano mai chiesto altro, perché non aveva cominciato ad essere scrittore a questo tavolo, ma lontano, l’aveva fatto un Gregorio bambino chiedendo ad altri Gregorio che gli raccontassero il viaggio di Cobre e ora sapeva che la voce che un Gregorio bambino sentiva in un letto di camerata, tra umori di sonno di altri cento bambini, era la sua voce, era quel momento della sua vita, e la storia di Cobre era un racconto terminato.”
Cobre è rappresentativo, dunque, della fase che precede l’avvio della maturità (la ricerca del mare). Che è la fase – questa dell’inizio della maturità - ancora tremebonda, in cui il protagonista consegna se stesso all’arte, e più precisamente alla scrittura (“la scrittura è ciò che per me una volta era la preghiera.”), la quale provvede ad aiutarlo a interpretare e a rendere definitivamente suo quel passato vissuto nell’insicurezza e nella paura.
Scrivere è così “collezionare il tempo” per riuscire a ritrovare se stesso attraverso quelle voci “che gli parlano e ricordano per lui, e tutte le voci della sua storia privata che si sommano e si annullano, ogni volta, come accade per il paesaggio, lo aiutano a sparire, e davvero allora anch’egli s’accorge di essere negli scavi del vento che fa diventare le cose.”
L’autore disegna una vita che è oltre la carne. Ci sentiamo trasferiti in una dimensione dove lo spessore delle cose è così sottile da denunciare una trasparenza che ha profondità inconsuete e sconosciute. Ci accorgiamo, cioè, che il cammino di Gregorio, “il collezionista di tempo”, riguarda e rende conto anche della nostra vita.
Ciò che siamo, infatti, può essere il risultato di esperienze, di sensazioni, di voci che paiono soltanto nostre, e non lo sono, giacché non appartengono mai alla carne e non sono mai nostre nella stessa misura in cui, appunto, appartengono a tutti. Le voci sono indocili, ci possono perfino respingere, come il Gregorio bambino che il Gregorio adulto torna a visitare a Mondovì nella speranza che se ne esca dal collegio, dove ormai non vivono che tre poveri frati e non c’è più alcun ragazzo. O ci possono perfino anticipare il tempo, parlarci o scriverci dal futuro, come Lukas: “Anche le voci diventano altro?”
Il collezionista di tempo, colui che ha registrato le minute tappe della sua vita, è, dunque, alle prese con qualcosa di inaspettato e sorprendente, la stessa potenza del tempo, che può congiungere in un solo punto di riferimento il passato, il presente e il futuro. Il tempo, ossia, come una misteriosa e nuova trinità.
Ma il futuro, in questo romanzo, frantuma e sommerge, come per un vasto cataclisma, passato e presente: agisce per mutare la loro identità, quasi che il senso riconosciuto loro dagli uomini non sia altro che mistificazione e soltanto il futuro abbia il potere di decidere sulla verità delle cose.
Un senso religioso accentua la presenza di un futuro tanto invadente quanto misterioso e viene scandito dal suono delle campane, prima da quelle di San Rocco, poi, subito dopo, da quelle di San Pancrazio. Verso la fine, allorché Gregorio è tornato per poco tempo al suo paese e l’enigma racchiuso nella figura di Lukas (il personaggio che scrive dal futuro) sta per sciogliersi, i rintocchi insistono nella scrittura, la misurano con il ritmo e il fiato di una epifania imminente.
Quando l’enigma ci sarà svelato, capiremo – proprio con il senso religioso delle rivelazioni - che il tempo non agisce così come abbiamo sempre pensato, sibbene, allo stesso modo che accadde per il sole e la terra, in senso opposto: non è il presente che determina il futuro ma è il futuro che s’impone e agisce sul presente. Senza questa azione del futuro ("Un’onda che sta arrivando, e poi un’altra e un’altra ancora”), tutto, presente e passato, sarebbe inerte.
Il romanzo, infine, nella sua parte conclusiva fa esplodere all’interno del complesso viaggio del protagonista e del cane Cobre quell’afflato poetico che ci aveva accompagnato in sottofondo sin dal principio. Fattosi totale e universale, esso si trasfigura in un lirismo che, attraverso il mare, ci traghetta oltre la soglia del mistero e fa delle due anime, quella del cane e quella del poeta (un’altra rappresentazione del protagonista: “Io ero un bambino dell’entroterra, sono nato in uno dei paesini di pietra che hai conosciuto anche tu.) un’anima sola.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco il 29.06.07 11:47