Maestri dell’altro mondo, 7 / Shen Fu, Racconti di vita irreale
Perché ci sono difficoltà nella vita degli uomini?
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I Racconti di vita irreale, unica opera di Shen Fu – 150 pagine scarse nell’edizione italiana – sono conosciuti in Cina come Sei racconti di vita irreale. Shen Fu (nato nel 1763, anno di morte ignoto), li scrive nel 1809, all’età di 46 anni. A essi dobbiamo tutte le notizie sull’autore, che ha alternato periodi di povertà a periodi di lavoro come oscuro funzionario dei gradi inferiori.
I racconti però sono quattro, due sono andati persi. Forse proprio perché, in anticipo sui tempi, quando furono scritti non trovarono chi li apprezzasse. Per la cultura confuciana non risultava interessante l’indulgere di Shen Fu su vicende private e perfino intime.
I primi quattro che ci sono pervenuti sono rimasti inediti fino al 1877, ma il vero successo è arrivato quando sono stati ripubblicati nel 1924. Adesso in Cina quest’opera è annoverata tra i grandi classici e la moglie del protagonista, Yun, è considerata “la più bella donna della letteratura cinese”.
Non sono racconti straordinari, come potrebbe far pensare il significato italiano dell’attributo “irreali”. Irreale secondo la concezione taoista e buddista è quella che noi chiamiamo la vita reale, perché non ha in sé una vera realtà, è fluttuante, effimera, incostante, inquieta, fuggitiva: tutti sinonimi di “irreale”. Secondo i nostri criteri, si tratta perciò di racconti realistici.
Nella prima pagina Shen Fu lo dichiara: “annoterò solamente fatti e sentimenti reali e null’altro. Se si vorrà esaminare il mio stile, sarà come cercare la lucentezza in uno specchio sporco”.
In realtà, leggo nell’introduzione al volume, nonostante la modestia dell’autore, la lingua di Shen Fu è quella raffinata dei classici. Il suo realismo si colloca in una sorta di grado zero della scrittura: registra eventi quotidiani come farebbe un minimalista del ‘900. Con una differenza però: non è minimalista l’intensità emotiva del racconto. Molta produzione del minimalismo sa di letteratura, l’attenzione al quotidiano e al dettaglio è talvolta esibita, questi racconti invece sanno di grande letteratura e soprattutto di vita.
In anticipo sui tempi è anche la struttura della narrazione. E’ una sorta di romanzo autobiografico, organizzato non in ordine cronologico, ma tematico, come nel ‘900 La coscienza di Zeno di Svevo. I quattro racconti sono come i capitoli di un romanzo, i loro titoli sono: La gioia del ricordo del gineceo, La gioia dei momenti d’ozio, Malinconia del ricordare le difficoltà, Le gioie del vagabondaggio.
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Il primo tema, quello dominante in assoluto, è l’amore di Shen per la moglie Yun, che appare nei primi tre racconti, diventandone il personaggio principale. Dopo il matrimonio in giovane età, Shen Fu ci porta con sé dentro casa.
“Dentro casa, se ci incontravamo in una stanza buia o alla svolta di un corridoio, ci prendevamo per mano dicendo: ‘Dove vai?’. Il cuore palpitava, quasi temessimo di essere visti da altri. Camminavamo infatti assieme e sedevamo l’uno accanto all’altra, evitando, nei primi tempi, altre persone, ma col tempo non ci facemmo più caso. Se Yun, seduta con un’altra persona, conversava, appena mi vedeva arrivare, si alzava e si spostava perché mi mettessi accanto a lei. Entrambi non ci rendevamo conto perché fosse così: all’inizio ci sembrava di vergognarci, poi fu una cosa naturale”.
Grande è il rispetto nelle loro relazioni, in un contesto in cui non c’era parità nelle relazioni uomo-donna. Ad esempio lui le dice: “Le parole di prima erano uno scherzo!”. E lei: “Spesso i litigi hanno origine da uno scherzo; non essere ingiusto verso di me, che io poi non ne muoia di dolore!”.
Il loro motto diventa: “Desideriamo essere marito e moglie nelle prossime vite”.
In queste pagine trovo una bella definizione della carezza: “Accarezzare è una cosa fra la consapevolezza e la non consapevolezza”.
L’amore è vissuto, come sempre succede, come eccezionalità. Guardano da una finestra il fiume e la luna e Yun dice: “Nell’immensità del mondo solo questa luna è sempre uguale, ma io non so se oggi esiste nel mondo un sentimento simile a quello che c’è fra noi due!”.
Quando la luna è coperta dalle nuvole, lei diventa triste e dice: “Se potremo incanutire insieme, la luna dovrà riapparire!”. La luna riappare e sono contenti. Ma sentono un tonfo di malaugurio che li spaventa. Rientrano e, forse per via del freddo notturno, si ammalano per una ventina di giorni e Shen Fu commenta: “E’ vero quando si dice che se la felicità è al massimo ne deriva la disgrazia”.
Yun è colta e sensibile e condivide con il marito l’amore per l’arte. Lei stessa è molto creativa e raccoglie e rilega libri rovinati e incompleti chiamandoli “Fogli rotti e capitoli incompleti”, mette insieme fogli sparsi di scritti e dipinti intitolandoli “Cose raccolte fra i rifiuti per poterne godere”.
“Le sue passioni erano uguali alle mie” scrive Shen Fu. “Yun era capace di distinguere l’espressione dei miei occhi, di capire i cenni delle mie sopracciglia; con un solo gesto o con un solo movimento, ci si comprendeva e tutto era chiaro fra noi.
Le dissi una volta: ‘E’ un peccato che tu sia una donna; se potessi trasformarti in uomo, andremmo a visitare assieme le montagne famose, e cercheremmo le rovine illustri, girando per tutto il mondo. Non sarebbe meraviglioso?’… E Yun: ‘Se non sarà possibile in questo mondo, lo faremo in una vita futura’. Replicai: ‘In una vita futura tu dovrai essere un uomo e io la donna che ti seguirà’. Disse Yun: ‘Dovremo cercare di non dimenticare questa vita, e allora potremo trovare piacere’.
Questa donna è, come la moglie di Montale, quella che dei due ci vede meglio:
… di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
(E. Montale, Xenia II)
E’ tanta la loro felicità, e sarà tanto amara la conclusione, che l’autore avverte: “Io esorto gli sposi di questo mondo a non voler essere nemici fra loro, ma anche a non eccedere nei loro affetti, perché come recita l’adagio: ‘gli sposi che si amano non arriveranno alla fine’”.
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Un altro tema dei Racconti di vita irreale è l’ozio con le sue occupazioni-non occupazioni. Una sorta di otium, ma con accentuate, mi pare, la libertà e la spontaneità. E’ trattato nel secondo racconto, che rientra nel genere “scrivi seguendo il pennello”.
L’ozio si annuncia nelle fantasticherie dell’infanzia, rievocate in una pagina di grande poesia:
“D’estate le zanzare fanno un ronzio, ma dentro di me immaginavo fosse uno stormo di gru che danzavano nell’aria. Quando il cuore era attento, allora era come se cento o mille di esse fossero realmente delle gru… Talvolta mi accovacciavo sulle parti sporgenti o rientranti dei muretti di terra o presso cespugli di erbe basse, nei cassoni fioriti, così da essere alla stessa altezza dei cassoni. Concentravo l’animo nell’attenta osservazione: i cespugli erbosi erano boschi; gli insetti e le formiche erano quadrupedi; la sabbia che sporgeva era una collina, le cavità erano valli. Il mio animo si aggirava là in mezzo ed ero veramente felice”.
Prosegue con i passatempi della coppia Shen Fu-Yun:
“Io, di norma, amo avere ospiti, bere un poco e giocare pagando pegni. Yun era capace di cucinare senza spendere troppo… I miei colleghi sapevano che io ero povero e spesso mi davano del denaro per poter pranzare insieme per un’intera giornata. Mi piaceva che non ci fosse polvere per terra e anche essere libero senza eccessive convenzioni… Per un’intera giornata si discuteva soltanto di poesia, di prose, di dipinti… Yun… si toglieva le spille dai capelli per impegnarle e comprare del vino, senza che il suo aspetto e la sua voce cambiassero. Non si trascurava un giorno di festa o un bel panorama”.
“Quattro erano le cose preferite: una franca generosità, un discreto sentimentalismo, la mancanza di legami convenzionali e la tranquillità”.
Ma tutte queste gioie appartengono al mondo fluttuante: “Adesso ognuno di noi è in un posto diverso; il vento corre, le nuvole si disperdono e mia moglie non c’è più, come una giada che si è spezzata o l’incenso una volta bruciato”. Triste è la conclusione dello scrittore: “Non posso sopportare di pensare al passato!”.
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Il terzo tema è la povertà. Dapprima l’amore basta per affrontare le difficoltà, suggerisce espedienti e affina l’arte della sopravvivenza.
“All’inizio si prendeva da una parte per provvedere a un’altra, poi non c’era più modo per sostenere le spese… Qualche anno dopo, i debiti andavano quotidianamente aumentando e anche le critiche delle persone”.
“Il mio berrettino, i miei colletti e le mie calze erano tutti fatti da Yun. I vestiti che si rompevano, li rattoppava con pezzi di altri vestiti. Erano sempre in ordine e puliti; sceglieva quelli di colore scuro per evitare le macchie ed essi erano adatti ad essere indossati sia in casa che fuori. Questo è il principio dell’economia nell’abbigliamento”.
“Con vesti di cotone e cibi semplici potremo divertirci per una vita intera; non sarà necessario fare programmi di viaggi lontani” dice Yun.
“I poveri letterati che abitano in case anguste e sovraffollate, dovrebbero imitare la poppa delle barche t’ai-p’ing del mio paese… Davanti e dietro, sopra e sotto, tutto è più profondo. Come quando si cammina su una strada lunga e non ci si accorge della sua strettezza”.
Dopo le difficoltà diventano insostenibili. Shen è in cattivi rapporti con la famiglia d’origine, che non lo aiuta. Yun si ammala e prima di morire fa le sue raccomandazioni al marito.
“Questo genere di malattia è incurabile e anche un bravo medico incrocerebbe le braccia. Ti prego di non fare spese inutili. Se ripenso che sono stata con te ventitré anni, ti sono grata per il tuo immeritato affetto e perché non mi hai abbandonata per i miei difetti. Ho conosciuto un amico e un marito come te e non mi devo lamentare di questa vita. Se un abito di cotone ci riscaldava e un piatto di verdura ci saziava, tutta la famiglia era contenta; andavamo in giro, a piacere, fra rocce e sorgenti… Era proprio come se fossimo diventati degli immortali, ma si può arrivare ad essere immortali solo dopo parecchie generazioni di vita virtuosa. Chi eravamo noi per osar sperare di essere tali?”.
Quando Yun muore, Shen è da solo. “C’era una sola lanterna; alzai gli occhi, ma non c’era un parente, le mie mani stringevano il vuoto, il mio cuore voleva spezzarsi. Questo dolore infinito come poteva aver fine?”.
La conclusione di Shen è sconsolata:
“A chi ha un misero destino, neanche Buddha potrebbe elargire la sua benevolenza!”.
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Il quarto tema è il viaggio. Anche se nel quanto capitolo manca l’attrattiva della presenza di Yun, il viaggio detta a Shen pagine degne di Basho.
“Regnavano comprensione e gentilezza e tutta l’imbarcazione era piena di gioia… ci pareva di volare come fossimo degli Immortali”.
“Peschi e prugni gareggiavano con le loro fioriture, ma era triste non avere compagni di viaggio”.
“Bravo! Di viaggiatori con tale entusiasmo, non ne ho visto uno simile a voi!”.
“Appoggiato sul dorso di un bufalo, cantavo o danzavo ubriaco sul margine estremo della spiaggia; agivo secondo il mio piacere ed era veramente il viaggio più piacevole e più libero della mia vita”.
“Il cuore si allargava in questo viaggio, perché meglio che nei giardini pianeggianti, l’opera umana era stata mirabile!... in lontananza le montagne argentate e gli alberi verdi come giada mi commuovevano come se fossi nella dimora degli Immortali… Una volta giunti qui, si acquietavano i pensieri di fama e di ricchezza”…
Ma il cuore va a certe semplici domande che l’autore si è fatto:
“Perché ci sono difficoltà nella vita degli uomini? Normalmente esse derivano tutte da noi. Non fu così per me, che ero molto sentimentale, fedele alle promesse, schietto e spontaneo…”.
Anche Agostino domanda: “Perché il male?”…
PS. In italiano esiste un'edizione Marsilio del 1993, non più in commercio.
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Pubblicato da Giorgio Morale il 02.06.07 10:23