Gaetano Cappelli: Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo (2007)
Gaetano Cappelli a due anni da Il primo, (storia di una rivalità tra amore ed editoria), ritorna con un altro sfolgorante romanzo dal lunghissimo e curioso titolo: Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo. La prima cosa che colpisce è la costruzione formale, fatta per piccoli capitoli dai titoli briosi, ironici, con raffinati rimandi letterari o filosofici, riassuntivi o esplicativi (come nella tradizione settecentesca) o più spesso ludici che danno alla pagina, già solo visivamente, un’ariosità, una leggerezza, un respiro che rende ancora più piacevole la lettura.
Il protagonista Riccardo Fusco, è un antropologo che presto rinuncia alla ricerca per occuparsi della sua famiglia (quattro figlie) e che vede la moglie, presa dalla sua carriera di regista teatrale, allontanarsi tradendolo col primo attore di questo spettacolo sul brigantaggio: un sosia di George Clooney (chiamato appunto: il clone di Clooney). I briganti sono rappresentati come degli eroi che resistono, a fianco dei Borboni, all’invasione dei Savoia. Lo spettacolo diventa un successo popolare con tanto di indotto turistico (gadget, taverne, tour, folklore) che però ha effetti catastrofici sulla vita di Riccardo Fusco.
Da questo preambolo scaturiranno tutta una serie di situazioni, di intrecci e di sviluppi che non citiamo per non rovinare al lettore il gusto della sorpresa, del divertimento nel vedere come Cappelli riesce a dipanare una matassa sciogliendo nodi che sembrano irrisolvibili e facendolo con la naturalezza che gli viene dal suo immaginifico talento.
Va citato come pezzo di bravura, almeno quello visionario, dove prendono corpo e colore, uscendo come bolle di sapone dai camini, dalle finestre, diventando nuvole, i sogni di benessere (per la scoperta del petrolio nelle terre di Ferrandina) dei contadini. Una pagina che fa il verso a quel realismo magico spesso usato da una letteratura di stampo arcaico, primitivo, preindustriale, utilizzando oniricamente proprio gli oggetti dell’immaginario più consumista degli anni del boom economico. Un’altra piccola annotazione ideologica Cappelli la fa con maestria paragonando la cupezza greve del bianco e nero dei telegiornali dei primi scontri tra movimentisti e polizia con la leggerezza dei grigi solari delle prime gite in vespa, dei primi bikini, negli stabilimenti balneari coi juke-box documentati dalla televisione di quegli anni.
Va detto che all'interno di una storia, impeccabile nella costruzione, attraverso uno stile disinvolto e leggero, Cappelli inserisce con gusto satirico, temi belli tosti come lo stalinismo, la sete di giustizia sociale, il ribellismo dei giovani negli anni '60-'70 sfociato in due direzioni opposte: quella mite, libertaria-creativa dei beat o dei freak, e quella violenta e dogmatica che ha prodotto la plumbea stagione del terrorismo. La ricchezza (che spesso nasconde un crimine) che ha bisogno della cultura (come alibi) per diventare prestigiosa. La moda del vino. L’aspirazione diffusa alla fama come effetto indotto dalla *televisivizzazione della società. L’omologazione metropolitana e il ruolo degli opinion leaders nei piccoli paesi. La demolizione di miti terronici come il brigantaggio, rituali magici, la civiltà contadina fino all'ultimo mito (ricco più di illusioni che di vantaggi economici): il petrolio.
Gaetano Cappelli scrive con deliziosa perfidia ed è (come dev'essere uno scrittore libero) politicamente scorretto. Non per caso è stato definito dal più antiaccademico dei critici, Antonio D'Orrico, il Piliph Roth italiano.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco il 17.06.07 09:37