23.06.07

Gaetano Cappelli: Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo (2007)

di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Marsilio editori

L'ultimo romanzo di Gaetano Cappelli“Divenire famosi è la cosa che più ti avvicina all’immortalità” è la frase che può connotare quel filo rosso attorno a cui ruotano taluni personaggi di spicco nella narrativa di questo autore. Anche il precedente romanzo, Il Primo, ne era intriso. È la molla, tuttavia, con cui si avvia un cammino disseminato di frustrazioni e sconfitte, giacché non è facile raggiungere e conservare il successo.
Cappelli è uno dei migliori, dinamici e freschi narratori dei nostri giorni. Vive a Potenza (“dove gran parte di questa storia si svolge”) e tra gli amici più cari annovera quel Giancarlo Tramutoli, suo concittadino, scrittore pure lui, di cui ci siamo occupati.

Riccardo Fusco, ricercatore universitario “nullafacente”, nel senso che “Da anni ormai s’era scrollato qualsiasi obbligo di dosso”, viene colto nel momento in cui le sue ambizioni sono del tutto svanite ed egli già vive una frustrazione latente. Si è rifugiato nella famiglia (ha una moglie, Eleonora, e quattro figlie) e nella “vita di società”. È lui che organizza, nel gruppo di amici, “cene, viaggi, feste”.
Ma accade qualcosa, uno di “quei pochi inevitabili colpi che comunque l’esistenza ha in serbo per tutti, anche i più fortunati”: “Eleonora, sua moglie, era irrimediabilmente impazzita.”, ossia, decide di intraprendere un’attività sua propria, ottenendo dal sindaco l’incarico di dirigere il teatro della città. Ciò non sarà senza conseguenze, come vedremo.
Mettere su una compagnia teatrale, fatta di giovani attori, quasi tutti belli, uno poi, Donato Loruscio, “clone di Clooney – George Clooney -”, e scrivere un dramma: “Storia d’amore e di Briganti”, è un amen. La sorpresa, per Riccardo, è che il dramma ha successo, richiama spettatori da ogni parte, soprattutto ragazze che accorrono a vedere gli attori della compagnia e soprattutto il bel sosia di Clooney. Il quale, di male in peggio per Riccardo, forma ormai coppia fissa con la sua Eleonora e tutti ne parlano, spettegolando. Ridotto a fare il baby-sitter delle quattro figlie (tutte con nomi teatrali: Ofelia, Desdemona, Salomè, Cressida), e a dipendere economicamente dalla moglie, il destino di Riccardo pare segnato, dato che, al contrario di Eleonora, il suo sogno di trovare un editore per la sua “monumentale ricerca” intitolata “Le oche in piazza. Imprinting antropologico in un contesto paesano” e di ricevere, grazie a ciò, un adeguato incarico universitario, è miseramente fallito.
La scrittura di Cappelli è carica di una sottile ironia che fa intuire il pungente e “sfrigolante” divertimento (che richiama tanto Molière quanto Goldoni) con cui l’autore affronta i paradossi della vita e degli uomini, “essendo la gran parte dei maschi la massa di insensibili buzzurri che si conosce.”

Mentre la moglie ha un crescente successo e rincasa sempre più tardi la notte, lui è diventato “L’uomo di casa”, “l’elemento debole della coppia”.
Una possibile via di uscita sarebbe quella di rinnovare una vecchia amicizia con un pittore Giacinto Cenere (Giàcenere) che era stato famoso un tempo, ma che si diceva fosse caduto in disgrazia, ridotto ormai a “essenzialmente drogarsi, viaggiare e correre dietro alle gonne.” Va a trovarlo e si accorge che non è più così: a Giàcenere la ruota della fortuna ha ripreso a girare per il verso giusto, e Riccardo “si sentiva ancora di più nella merda.”
Dal momento in cui il protagonista incontra il “vecchio sodale”, la storia si accende di colori e i luoghi si trasformano nell’affettuoso sorriso con cui Cappelli disegna la vita della sua “antichissima e misteriosa terra di Lucania”.
L’occasione di abbrancare la fortuna gliela offre proprio Giàcenere, giacché la sua vita è cambiata in meglio il giorno che ha incontrato il ricchissimo Graziantonio Dell’Arco (loro compagno di infanzia, a quel tempo soprannominato da tutti “Stoldo l’ottavo nano stolto”), che si è scoperto invece dotato di uno straordinario fiuto per gli affari e tutto ciò che tocca diventa oro. Perché non portare Riccardo da Graziantonio?, suggerisce Giàcenere. Chissà che non arrechi fortuna anche a lui.

Cappelli ne approfitta per introdurre il personaggio del padre di Stoldo, Michelantonio, che un giorno si vide uscire il metano dalle sue terre e pensò di diventare ricchissimo, com’era successo a James Dean ne “Il gigante”, senza sapere però che lo Stato ha il diritto di espropriare la sua terra e sfruttare esso, e non Michelantonio, il ricco giacimento. È la chiave, questo personaggio, per penetrare la Lucania, con le sue tradizioni, la rusticità delle sue credenze, l’astuzia un po’ grossolana e contadina della sua gente. Michelantonio è anche una delle chiavi di lettura dello spirito icastico, umoristico e frizzante del suo autore. Un misto del Pirandello de La giara, del Verga de la roba, del Silone dei cafoni di Fontamara e perché no?, del Guareschi di Peppone.
Con Michelantonio, dunque, si fa il nostro ingresso in Lucania, e dalla porta principale, giacché incontriamo con lui Gufíus, “ovvero Gerolamo Cuspiddo, il becchino, intabarrato nel suo solito completo di velluto che era stato una volta color senape, trasmutandosi negli anni in giallo banana, limone, paglierino fino all’attuale indefinibile acida coloritura simile solo a quella dei sudari in cui trovava avvolti, disseppellendoli a cinquant’anni dalla tumulazione, i resti mortali dei paesani per trasferirli nell’apposito ossario.” Tanto basso di statura che per appoggiarsi al bancone del bar “dovette sollevarsi sulla punta dei piedi.” È lui che insinua che Michelantonio (il quale, saputo che incorrerà nell’esproprio, si è dato fintamente malato per realizzare un suo piano) ha ricevuto il “Maluocchio” e che occorre chiamare Lia la “Bavosa” per togliergli la fattura: “Lia la Bavosa abitava al margine del paese, in una stamberga scavata nel tufo che si vedeva a stento sotto un gran salice i cui rami, spioventi come chiome scarmigliate sugli occhi cavi delle finestre, la facevano sembrare il volto di un pazzo ululante.” E come è descritta la Bavosa?: “incurvata di novanta gradi dall’artrosi, la gonna gonfia a campana fino ai piedi da un lato, lo scialle che le pendeva dalla testa dall’altro, e tutta in nero, sembrava una blatta”. La maga visita Michelantonio e lo sottopone ad un antico rituale fatto di gesti, di pozioni, pomate e scongiuri, finché – è ciò che si aspetta Michelantonio - gli consiglia di vendere le sue terre.
È un mondo che ci affascina, illuminato dalle luci della modernità e dai cupi bagliori di un passato che resiste all’usura del tempo. C’è un altro autore che riesce a mischiare passato e presente con maestria e suggestione, Carlo Sgorlon, e considero un merito della scrittura di Cappelli essere riuscita a richiamare alla mia memoria un autore che considero tra i più grandi della letteratura del nostro Novecento.

La struttura del romanzo sembra crescere per partenogenesi. Disegnato un personaggio, nel suo sviluppo esso ne crea un altro e così via, con espansione più verticale che orizzontale, ma nel corso della quale ogni nuovo personaggio si porta dietro orizzontalmente la sua parte di mondo. Riccardo introduce Giàcenere, questi Graziantonio e Graziantonio genera a ritroso Michelantonio, il padre latifondista che vive gli anni del fascismo, e attraverso di lui entra in scena Carmine Addario, sindacalista e grande giocatore di biliardo, che apre le porte al cugino di Michelantonio, il pittore Ernesto Dell’Arco, il quale, fuggito insieme con Carmine nella Russia staliniana per sottrarsi alla guerra d’Etiopia, introduce il pittore russo Mikail Nikolaevic Trepulov, che presenta loro il generale Andrey Yulievich Semkovky, anche lui grande appassionato di biliardo, e così via.
La Russia, come già in Guareschi, non è il paradiso che Ernesto e Carmine si aspettavano, così cercano il modo di fuggire. L’occasione viene dalla Guerra di Spagna. Per arruolarsi occorre, però, superare l’esame di “fedeltà alla linea leninista dei candidati” affidato a un italiano, “un certo Ercoli”, conosciuto anche con il soprannome de “Il Migliore”. È così, perciò, che Ernesto finisce ai lavori forzati, dove, nel gulag di Uchto-Izemky, “dopo appena sei mesi, la sua vita piena di speranza si era miseramente conclusa.” Carmine, finita la guerra di Spagna, e trascorsi dieci anni, avrà invece il permesso di tornare in patria a condizione di mantenere il segreto sulla fine del compagno e “che nessuno sapesse come era molto probabile che il compagno Ercoli, al secolo Palmiro Togliatti anche detto il Migliore, fosse stato a bocce ferme, in tempo di pace, responsabile della morte di molti più comunisti italiani che non Mussolini.” Cappelli non ha peli sulla lingua, anche se la storia ha ormai confermato, perfino agli occhi dei più increduli, la dolorosa vicenda. Tornato in Italia, a Carmine Addario sarà offerto dal partito l’incarico di sindacalista e considerato un eroe. È in questa veste che viene chiamato da Donna Cesidia, la moglie di Michelantonio, la quale gli comunica che il marito, per liberarsi dal malocchio, e consigliato dalla Bavosa, vuole vendere le sue terre ai contadini. Attenzione, però: venderle, è vero, non al prezzo esoso raggiunto dalla scoperta del prezioso metano, ma comunque venderle ad un ottimo prezzo. L’assemblea dei contadini, chiassosa e numerosa, s’interroga: Perché l’avaro latifondista vende ad un prezzo inferiore a quello che la sua proprietà ha raggiunto con la scoperta del giacimento gassoso? E quando, telefonando ad “un compagno di sezione di Ravenna” - dove, nei dintorni, erano stati scoperti giacimenti analoghi da Enrico Mattei – Carmine, il sindacalista, ne scopre il motivo (il sicuro esproprio da parte dello Stato), col cavolo che ne informa i contadini; va dritto dritto da Michelantonio e con lui combina l’affare. La povera gente, ci dice Cappelli, è quella che paga sempre per tutti, che sconta gli imbrogli e le malefatte dei potenti e dei furbi.

La prosa dell’autore ha il tocco leggero di una narrazione che vuole indicare a tutti noi il pertugio magico attraverso il quale si riesca a guardare il mondo con il disincanto di chi ne intravede le false apparenze, le furbizie e gli inganni, imparando a riconoscerle e ad affrontarle. Sarà ciò che accadrà, infatti, a Riccardo Fusco, il nostro protagonista.
Intanto, nel paese di Ferrandina, dove si trovano le terre di Michelantonio, “I ferrandinesi sembravano impazziti. Ettolitri di vino e birra, anice Moccia e amaro Lucano e Strega vennero serviti al Danubio blu e al Regina e fuochi d’artificio si aprirono alti nel cielo”. Sono esaltati, giacché credono di aver fatto un affare comprando le terre di Michelantonio, ma non sono loro, i contadini, i vincitori, come non lo furono i cafoni di Silone, bensì, con la complicità di Carmine Addario, l’astuto latifondista Michelantonio Dell’Arco, rapidamente tornato in piena salute una volta incassato dai contadini il denaro, e pronto, come sarà, ad ingrossare ancora di più la sua fortuna.
Il passaggio strutturale che ci ha fatto tornare indietro verso Michelantonio, ora fa il suo ritorno su Graziantonio e l’obiettivo si allarga su di lui, così come è avvenuto per il padre. Sapremo tutto, infatti, di Graziantonio, prima che Riccardo, condottovi da Giàcenere, lo incontri nella speranza che possa dare una svolta alla sua disastrata vita, ormai in balia della moglie Eleonora. E conosceremo la sua vita sin dagli anni in cui, trasferitosi a Roma (vi incontrerà Riccardo e Giàcenere) per frequentare la facoltà di filosofia, si muove intorno a lui il mondo della contestazione giovanile degli anni Settanta, chiassosa e colorata, ma anche violenta, armata di “mazze da piccone o chiavi inglesi n. 32 – le più à la page – allo scopo di frantumare ossa e spargere la materia cerebrale degli avversari sulle strade della città”. Come Michelantonio aveva prodotto per partenogenesi gli altri personaggi del suo tempo, così avviene anche nel caso di Graziantonio, il quale, smentendo le previsioni del padre, si è arricchito in virtù del suo ingegno e si gode il mondo, e le donne in particolare, essendo uno degli uomini più facoltosi d’Italia, e potendosi permettere “suite da tremila euro a notte”. Il conte Yaro Cantini è da lui, infatti, che germina, per dare poi vita ad un nuovo ramo della narrazione, così da procedere con la storia oltre Michelantonio e oltre Graziantonio. È Yaro che fa il grande affronto al ricchissimo uomo di affari, che finisce sulle riviste mondane come il “neocafone”. Aveva detto di lui Yaro: “quando i miei avi banchettavano con i reali di Francia i suoi dovevano accontentarsi di dividere le ghiande con i porci.”
Poco dopo questo smacco, Graziantonio riceve la telefonata di Giàcenere che chiede il permesso di fargli visita insieme con l’amico Riccardo Fusco. Una visita che cade propizia. Tanto per Graziantonio quanto per Riccardo, che intuisce che quella può essere la strada per liberarsi della moglie e tornare ad essere l’uomo brillante e stimato di un tempo.

La partenogenesi di cui si è parlato non si conclude e vi assisteremo anche nella Seconda parte, dove vedremo sorgere nuovi personaggi. Il ricco Graziantonio (“milionario in euro, è chiaro”) propone ai due compagni di gioventù di lanciare il suo Aglianico, in modo che possa affermarsi come “il vino di cui si parla.” E con ciò consumare anche una piccola vendetta nei confronti di Yaro Cantini: “Intanto adesso m’hanno affibbiato questa qualifica. Sono il supercafone, e debbo scrollarmela di dosso a tutti i costi”; “Ti garantisco che la gente che conta veramente mi ha chiuso la porta in faccia, a me, ti rendi conto: il dodicesimo più ricco d’Italia.” L’opportunismo di Riccardo fa il resto, insinua che il cognome Dell’Arco potrebbe essere distintivo di un’origine nobiliare, ed ecco fatto che riceve da Graziantonio l’incarico di indagare sulla sua famiglia, incarico ben retribuito, naturalmente. Il romanzo continua a giocare molto sulla vanità e sulle furbizie del mondo e vengono in mente perfino La mandragola di Niccolò Machiavelli e Volpone di Ben Jonson.
I primi frutti delle ricerche di Riccardo sono nuovi personaggi: la bella americana Chatryn, che sarà destinata ad occupare un ruolo decisivo per i destini del protagonista, l’ambizioso trisavolo di Graziantonio, che porta il suo stesso nome e “ne era l’immagine precisa”, il marchese Cosimino Gigli Gaudioso, ed altri che nomineremo fra poco. Come nella prima parte si è assistito ad una suggestiva rievocazione del passato con Lia la Bavosa, così ora le ricerche sul trisavolo di Graziantonio fanno scoprire una storia di briganti, che un giorno lo rapiscono e lo portano nel loro rifugio “tra le montagne gelate”, al cospetto del famoso e ferocissimo “Comandante Taccola”, al secolo Carmine Serra, nientemeno che un suo compagno d’infanzia. Sono gli anni del Risorgimento, che al Sud provocò grande spargimento di sangue e l’acuirsi del fenomeno del brigantaggio volto a contrastare soprattutto l’avanzata dei Piemontesi, così bene rievocati da Carlo Alianello nei suoi romanzi: L’Alfiere; Soldati del re e L’eredità della Priora, nonché da Raffaele Nigro ne I fuochi del Basento.
Notiamo, dunque, che la Seconda parte del romanzo ha un impianto simile e parallelo alla Prima parte (la Terza, invece, sarà destinata a costruire la conclusione della storia). Come era accaduto per Michelantonio, così ora il trisavolo Graziantonio (scoperto nel corso delle ricerche di Riccardo) spalanca le porte a nuovi personaggi del passato (il nobile ufficiale toscano, Giovanni Cantini, che risulterà poi essere il trisavolo di Yarno Cantini), poi si tornerà al Graziantonio amico d’infanzia di Riccardo, e attraverso di lui si metterà in moto un meccanismo che definirà più compiutamente le figure di Yarno suo rivale, e poi, dopo Yarno, dell’avvenente Chatryn; introdurrà le figure del padre e della madre di lei, (Osvald e Carmel), di Normal Gastell, e così via, con quello sviluppo verticale, ossia, quando in avanti quando a ritroso, che abbiamo già descritto. La stessa vanità, la stessa furbizia, la stessa avidità di successo e di ricchezza cuciono insieme le rispettive storie. Si potrebbe dire che l’impianto del romanzo si sviluppi come una torre ad incastri verticali biforcuta (il ramo di Graziantonio e il ramo del rivale Yarno), comprimendo le due cime della quale torni a configurarsi l’unica base da cui tutto è partito: il rapporto difficile tra Riccardo e sua moglie e il desiderio del primo di riacquistare la propria libertà.

Non dimentichiamoci, inoltre, che i due discendenti di Graziantonio e di Yarno somigliano come due gocce d’acqua ai loro trisavoli; e ciò non può che significare la riproposizione di quella ciclicità della storia enunciata proprio da un uomo del Sud, il napoletano Giambattista Vico. La quale storia è più dispensatrice di leggende e di miti piuttosto che di verità. Cappelli ricorda, infatti, che si tramandano solo le epiche gesta dei grandi condottieri del passato, ma si dimenticano le stragi che provocarono le loro conquiste: da Alessandro Magno a Giulio Cesare, a Gengis Khan, a Napoleone.
Appena nata da questo sviluppo verticale della storia, Chatryn innesterà il grimaldello con cui potrebbe realizzarsi la vendetta di Graziantonio contro Yarno Cantini. Infatti, appena Riccardo fa il suo nome per caso (l’ha conosciuta quando era antropologa come lui) a Graziantonio – che ha deciso, come si ricorderà, di mettere su un grosso vigneto in grado di produrre un vino speciale di cui tutti parlino – si illuminano gli occhi giacché intuisce immediatamente che quella Chatryn Vallytriny, abbandonata la professione di antropologa, è la stessa Chatryn Vally Triny che è divenuta il “critico più influente” nel campo dei vini, e il fatto che sia stata l’amante di Riccardo gli offre l’occasione di approfittarne per la sua vendetta, visto che anche Yarno (fra l’altro un bell’uomo, come lo era stato il suo trisavolo, mentre lui è brutto, basso e tracagnotto) produce in Toscana, nella zona del Chianti, un vino di ottimo pregio, che rappresenta però la sua unica fonte di guadagno. Colpirlo lì, pieno di debiti com’è, significherebbe segnarne il tracollo e l’infamia. Da ciò, la richiesta e la promessa a Riccardo: “Riccà se tu la convinci a mettermi nella sua classifica prima di quel bastardo di Yarno… se tu riesci a farmi questo favore Riccà, io ti ricopro d’oro.”
Sembra che l’obiettivo del protagonista di affrancarsi dalla moglie e dalla famiglia metta a segno un altro bel colpo fortunato. Ma sarà davvero così?

Chatryn si trova in quel punto della vita (vicino ai quarant’anni) in cui una donna deve decidersi se vuole ancora avere un figlio o rinunciarci per sempre, e lei lo vuole con tutte le sue forze, ma è indecisa se ricorrere alla banca del seme o ad una relazione con il primo che le capiti a tiro: ha infatti “sviluppato nei confronti degli uomini una specie di astiosa indifferenza”, così che, quando riceve l’e-mail dell’ex amante, mai dimenticato, sebbene siano trascorsi ben dieci anni, capisce che il destino le sta offrendo l’occasione tanto desiderata.
Il romanzo si apre a molti colpi di scena, come si è già visto, trasportandoci con una invidiabile cura stilistica attraverso lo spazio e il tempo, adattandosi infatti la scrittura agli ambienti, quando popolari quando raffinati, disegnati di volta in volta dal suo autore. La lettura resta sempre piacevole, e si avverte la lusinghiera attenzione che l’autore ci riserva affinché la storia mantenga un ritmo in grado non solo di non deluderci, ma di appassionarci. Allorché ci avverte che Chatryn e Riccardo stanno per incontrarsi, è come se ci domandasse, con un certo compiacimento e con il solito sorriso ironico, se anche noi desideriamo che un tale incontro avvenga: ossia, l’incontro tra un uomo la cui vita è ora nelle mani di lei, e una donna “che allora ti moriva dietro e che tu invece hai mollato”. Siamo giunti, dunque, come davanti ad un castello magico, sospintovi addirittura fin sulla soglia, al di là della quale sappiamo bene che fluttuano e si manifestano anche i nostri sogni.
La varcheremo?

Ho annotato una piacevole circostanza in questa storia. Il nome che Riccardo inventa per l’Aglianico che Graziantonio intende produrre è “Carato Federiciano”, due parole che coniugano insieme la preziosità del vino (il carato è anche l’unità di misura delle pietre preziose, precisa lo stesso Riccardo) e uno straordinario re, Federico II, amante dell’arte e artista egli stesso, figura tra le più alte della storia del Sud. Ebbene, un anziano poeta lucchese, Raffaello Belli, spesso mi faceva omaggio di un vino prezioso, sulla cui etichetta scriveva di suo pugno: “Sono rosso, sono bello, sono vin di caratello”. Devo anche aggiungere che in altre occasioni mi donava bottiglie con altri suoi versi, a dimostrazione dell’importanza che attribuiva al vino, importanza che è presente in questo libro, il cui lungo titolo è un omaggio alla storia di un vino altrettanto prezioso quanto quello toscano, l’Aglianico. Un vino che – ci dice il romanzo - si affermerà nel mondo grazie ad una divertente e ironica, ma anche un po’ triste, storia d’amore.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco il 23.06.07 15:16

COMMENTI

Ma come si fa a elogiare un "romanzo" del genere, una accozzaglia di bestemmie che infangano la storia del movimento operaio! Io l'ho letto questo libraccio.Oltre alla frase sul compagno Togliatti che sarebbe responsabile della morte di più comunisti che non Mussolini, ce ne sono cento altre degno del pià viscerale anticomunismo d'accatto. E' ora di finirla con questo revisionismo becero.E mi meraviglio che simili cose si scrivono su vibrisse.

da Federico il rosso il 25.06.07 13:03

Cappelli ha scritto cose di cui sappianmo già dalla Storia. Lo sanno bene anche i comunisti. Un'altra cosa è parlare del nazismo e dell'asse nefasto Mussolini-Hitler, in cui non era certo il pagliaccio Mussolini a comandare.

Mi meraviglio che queste verità siano ancora oggi respinte ottusamente.

Non si fa un buon servizio all'obiettività.
I crimini vanndo condannati sempre, perché non sono di destra né di sinistra, e chi cerca una minima giustificazione è colpevole quanto il criminale. Hitler, Mussolini, Stalin e anche Il Migliore sono stati cattivi esempi per tutti.

da Bartolomeo Di Monaco il 25.06.07 15:21

ma quali comunisti e quale revisionismo... il libro è una stronzatina perchè artisticamente è irrilevante. mortalmente noioso.

da Gwynplaine il 08.05.08 11:03




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