Émile Zola: La disfatta (1892) Prima parte
di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Trad. Luisa Collodi
È il XIX volume del ciclo dei Rougon-Macquart. Ad esso farà seguito un anno dopo, il 1893, l’ultimo: Il dottor Pascal.
Siamo di fronte ad uno dei più grandi narratori di tutti i tempi, ed uno dei miei pochi preferiti. In una lettera inviata al redattore capo della rivista “Le Bien Public” e ivi pubblicata il 5 gennaio 1878, Émile Zola, di madre francese e di padre veneziano, scrive: “Io desidero soltanto una cosa: che una volta per tutte si dimostri che i romanzi che ho pubblicato da ormai quasi nove anni fanno parte di un vasto insieme, il cui piano è stato stabilito con precisione all’inizio, e che, per conseguenza, pur giudicando ogni romanzo come un’opera a sé stante, chi legge deve tener conto del posto armonico che occupa in quell’insieme. In tal modo, si potrà pronunciare sulla mia opera con maggiore equità e completezza.” Quando Zola spediva questa lettera aveva pubblicato già nove romanzi dei venti che completeranno il ciclo, ed è davvero sorprendente apprendere, dallo schema che allega alla lettera, che tutti i personaggi che prenderanno parte alla storia sono già disegnati con le loro qualità, i loro difetti e le loro ambizioni.
Siamo al tempo di Napoleone III, nell’estate del 1870. È in corso la guerra tra la Francia e la Prussia di Bismarck. Ci troviamo nell’accampamento francese. Questo è il bell’incipit: “L’accampamento era a due chilometri da Mulhouse, verso il Reno, in mezzo alla fertile pianura. All’ultima luce di quella sera d’agosto, sotto il cielo plumbeo, attraversato da pesanti nuvoloni, erano state piantate le tende, e i fasci di armi luccicavano, allineati a intervalli regolari sulla linea del fronte. Con i fucili carichi, le sentinelle li sorvegliavano, immobili, fissando in lontananza, laggiù, le nebbie violacee dell’orizzonte, che salivano dal grande fiume.” Tra i 12.000 soldati del 7° corpo d’armata, si trova anche il caporale Jean Macquart, di trentanove anni, “un ragazzone serio e posato”, vedovo e fratello più piccolo di quella Gervaise, che è la splendida protagonista de L’Ammazzatoio, del 1877 (volume VII) e di Lisa, la maggiore (“seria, bellissima quando sorrideva. Il suo maggior fascino derivava dalla grazia estrema con cui concedeva i rari sorrisi”), protagonista de Il ventre di Parigi, del 1873 (volume III).
Siamo appena all’inizio e l’autore sin da quelle prime scene dell’accampamento prepara, nelle conversazioni tra alcuni soldati, gli intrecci della storia. Se la protagonista sarà la guerra, con tutte le sue nefandezze e iniquità, e in particolare la disfatta di cui si avverte il respiro nell’aria, non si può dire che il modo in cui Zola sviluppa la tessitura della sua storia sia di minore interesse. Egli non fa altro che creare un punto circolare (in questo caso l’accampamento) in cui si innestano i piccoli germogli che daranno vita a mano a mano a percorsi diversi. Fatta questa prima operazione, toccherà, così, all’autore la scelta dei modi e dei tempi, ma nella più assoluta sicurezza di un complessivo cammino che sarà compiuto fino in fondo.
La guerra contro la Prussia non sta andando bene, c’è già stata la batosta di Wissembourg, “I generali, poi, erano per la maggior parte mediocri, rosi dalle reciproche rivalità, alcuni di una stupefacente ignoranza. Alla loro testa l’imperatore, malato ed esitante, che veniva ingannato e s’ingannava, nella spaventosa avventura in cui gettava alla cieca l’esercito, senza una seria preparazione, simile ad una mandria stordita e sbandata, condotta al macello.” Giungono notizie di altre sconfitte, come quella a Frœchwiller: ”Per due ore i ruscelli sono stati rossi di sangue…” C’è stupore tra i soldati, incredulità, smarrimento. Quando suona la ritirata, si scatena una gran confusione (“un furioso ‘si salvi chi può!’”); Jean perde di vista la sua compagnia, il 106°, e rimane solo con i suoi uomini. Tra questi, Maurice Levasseur - nipote di un eroe della Grande Armata -, “arruolatisi volontario, dopo una serie di grossi errori, dovuti ad una vita di dissipazione, a un carattere debole ed esaltato. Aveva sciupato denaro nel gioco e con le donne, commettendo infinite sciocchezze a Parigi, dove era andato a terminare gli studi di legge. La famiglia si era dissanguata per fare di lui un vero signore.” Ha un carattere ribelle e poco incline alla disciplina. Con Jean, suo superiore, ha più di uno scontro. Non sopporta quella ritirata che lo sta trasformando in “una bestia di quella mandria sbandata, che seminava gli uomini per le strade.” Sono lontani i giorni, scanditi dall’euforia e dalla certezza della vittoria, in cui per le strade di Parigi la gente gridava “A Berlino! A Berlino!”, che, ricordate?, sono le parole con cui si chiude il romanzo Nanà, del 1880. L’autore segue passo passo la ritirata, registrando gli umori dei soldati, il loro pessimismo, la delusione e l’amarezza. È un esercito allo sbando che, nell’attraversare paesi e villaggi, diffonde nell’aria il contagio della sconfitta. Pur non lasciandoceli ancora vedere, Zola riesce a farci sentire il fiato dei prussiani che si avvicinano, che incalzano il nemico con la forza e la tracotanza di una vittoria certa e vicina: “Tutti avevano l’impressione di sentire crescere il rombo dell’invasione, quel sordo muggito di fiume straripante, che ora, ad ogni nuovo villaggio, si gonfiava di altro spavento, in mezzo ai clamori e ai lamenti.” Non è difficile trovare in queste pagine i ricordi di un’altra grande ritirata, quella di Napoleone Bonaparte in fuga dalla Russia. Zola sembra, con le sue descrizioni, volerla deliberatamente richiamare, mettendo sotto gli occhi del lettore le conseguenze nefaste di una volontà di potenza non sostenuta da una preparazione e da una strategia militare adeguate, bensì: “dalla stupidaggine dei capi.”
Il panico che assale la popolazione dei vari villaggi al passare dell’esercito francese allo sbando, è reso con grande efficacia e fa un po’ da pendant alla paura e al caos che anni prima avevano assalito Mosca nell’imminenza dell’arrivo di Napoleone, così magistralmente descritti da Tolstoj in Guerra e pace, del 1863-1869.
Il caporale Jean (“un contadino mal dirozzato, è vero, ma comunque una brava persona”) e il soldato semplice Maurice (“biondo, piuttosto minuto, con fronte molto ampia, naso e mento piccoli, volto sottile, occhi grigi e dolci, a volte un po’ folli.") sono gli occhi attraverso cui, alternativamente, Zola osserva la guerra e i suoi risvolti psicologici: “i soldati, dopo Frœchwiller, non salutavano più neppure il maresciallo Mac-Mahon.” E ancora: “erano state distribuite a tutti gli ufficiali carte della Germania, mentre nessuno di loro, certamente, possedeva una carta della Francia.” In seguito si servirà dello sguardo di altri personaggi, come Weiss, cognato di Maurice, Delaherche, il suo padrone, nella proprietà del quale sarà issato un ospedale da campo, e di Silvine Morange, la donna amata da Honoré Fouchard, cugino di Maurice.
L’autore lancia, così, il suo j’accuse: “La Francia non era preparata alla guerra”. Come nel caso Dreyfuss, Zola non ha peli sulla lingua, il suo impegno civile trova spesso nei suoi romanzi un’eco ancora più definitiva. “La disfatta” è una impietosa analisi della leggerezza e della inconsistenza della politica e delle gerarchie militari, colpevoli di aver fatto subire alla Francia un’umiliazione bruciante: “Il debole schermo dei sette corpi francesi, disseminati da Metz a Strasburgo, era stato sfondato dalle tre armate tedesche come da possenti cunei.”; “ora si capiva con chiarezza che la disfatta, nonostante tutto, era fatale, come la legge delle forze che reggono il mondo.”
Se Zola condanna i capi, ha sempre parole di lode per i soldati, di cui descriverà puntigliosamente gli atti di eroismo. Una notte, uscito dalla sua tenda non potendo prendere sonno, Maurice pensa che: “Quella marcia su Verdun era una marcia verso la morte, e la accettava con rassegnazione forte e serena, dato che bisognava morire.”
Il realismo esigente, pignolo ed ossessivo con cui Zola segue la marcia dei soldati ha più il connotato della denuncia documentaria piuttosto che quello letterario, pur notevole. L’accanimento nel descrivere ogni gesto, ogni piccolo movimento imprime nei singoli uomini, tanto nella gioia quanto nel dolore, la tragica conseguenza della incapacità di chi ha voluto una guerra perduta in partenza: “Lapoulle, di tanto in tanto, con una spallata, si rimetteva a posto lo zaino.” e ancora, molto più avanti: “vide il cadavere di un artigliere scendere lentamente a filo d’acqua… Fu trattenuto un momento da un ciuffo d’erba, poi girò su se stesso, e ripartì.”; delle carrette stanno raccogliendo i morti lungo le strade di Bazeilles, distrutta dai prussiani: “Quando i tre carri si misero in moto, traballando nelle pozzanghere, una mano livida che pendeva fuori, strusciando contro una ruota, si consumò a poco a poco, fino all’osso.” I rari momenti di allegria e di spensieratezza della truppa renderanno ancora più drammatico l’esito della disfatta, sia materiale che morale: Lapoulle “non si lamentava, anzi rideva, ascoltando una canzone con cui Loubet, il tenore della squadra, alleviava la lunghezza del cammino.”
È il romanzo, questo, in cui la forza del naturalismo zoliano emerge con maggior forza e determinazione: “tornarono dopo una mezz’ora, carichi di un costato di bue ancora sanguinante, e di un fascio di legna. Sotto una quercia erano state abbattute e fatte a pezzi tre bestie della mandria che seguiva la divisione.”
In mezzo al caos e allo smarrimento, alle fatiche e alle delusioni, quella lunga marcia feconda un’amicizia che sembrava impossibile tra Jean e Maurice. Quest’ultimo si accorge via via che dietro la rozza apparenza del contadino, Jean nasconde un cuore d’oro ed una esperienza preziosa, messa sempre al servizio dei compagni. Così un giorno, curato da Jean per una piaga al calcagno, con le lacrime agli occhi gli confessa: “Sei proprio una brava persona, tu… Grazie, amico mio.”
Non è, La disfatta, un romanzo facile a scriversi, come si accorgerà il lettore. Solo le speciali qualità narrative dell’autore e la sua preparazione, con la raccolta di abbondante materiale documentario e di numerose testimonianze, hanno reso possibile la ricostruzione puntigliosa di una vicenda di guerra, quella franco-prussiana del 1870-1871, che ci appassionerà, proprio in virtù di una particolare sapienza narrativa.
A fronte della sofferenza dei soldati, invece l’imperatore Napoleone III, alla testa dell’esercito, pare non farsi mancare nulla. Quando Maurice si trova accampato vicino al paese natio, Chesne, riceve da Jean il consiglio di andare a riposarsi da qualche conoscente, per trovare sollievo al suo calcagno, la cui piaga stentava a guarire. Giunto al paese, si dirige verso la casa del notaio, figlio di Madame Desroches che lo aveva spesso coccolato da bambino, ma lo ferma a tempo la moglie del farmacista, Madame Combette, che lo avverte che nella casa del notaio ha preso alloggio nientemeno che l’imperatore: “Ah, mio caro ragazzo! Se sapeste cosa è venuto fuori, da quel bagaglio! Vasellame d’argento, bottiglie di vino pregiato, ceste di provviste, bellissima biancheria… Di tutto, insomma! Hanno scaricato per due ore, senza fermarsi un momento. Mi domando dove sia stata ficcata tutta quella roba, perché la casa non è grande… Guardate! Guardate! Hanno acceso un gran fuoco in cucina!” All’interno, infatti, è stata allestita “una specie di fornace, su cui si arrostiva e bolliva il pranzo di un imperatore.” Nella strada sosta una folla di curiosi che contempla lo spettacolo a bocca aperta: “I vecchi non ricordavano di aver visto, al Lion d’Argent, nemmeno in occasione dei più sontuosi festini, tanti fornelli accesi e tanto cibo messo a cuocere in una sola volta.” Ma l’imperatore è malato, soffre di un tumore alla prostata (“Pare che abbia una malattia terribile, che lo fa gridare in quel modo. Quando c’è gente si trattiene, ma quando è solo, è una cosa più forte della sua volontà: grida e si lamenta in modo tale, che vi si drizzano i capelli in testa.”), e di tutto quel ben di Dio, mangia solo “due bocconi, respinse il piatto con un cenno della mano. Aveva pranzato. Un’espressione di sofferenza, sopportata in segreto, rendeva terreo il pallido volto.” A dar man bassa al pranzo ci pensano, in un’altra stanza, gli scudieri, gli aiutanti di campo, i ciambellani, “con grandi scoppi di voci.” Napoleone III, succube per di più dell’imperatrice, l’aristocratica, cinica e bella spagnola Eugenia di Montijo, è, così, la figura tragica e simbolica di quella guerra, in cui, a Sedan, il 2 settembre 1870, sarà sconfitto e fatto prigioniero: “la finestra d’angolo, nella casa del notaio, era ancora illuminata, e l’ombra dell’imperatore, a intervalli regolari, vi si stagliava nettamente, in un cupo profilo.”; ancora: “quel malato, che l’insonnia teneva in piedi, con un angoscioso bisogno di movimento, nonostante la sofferenza, e con le orecchie rintronate dal frastuono di quei cavalli e di quei soldati, che mandava alla morte.” Zola ritrae, dunque, le ultime immagini di Napoleone III a pochi giorni dalla fine del suo impero: “l’imperatore, che non comandava più, attendeva soltanto il compiersi del proprio destino.” Esiliato prima in Germania, infatti, raggiungerà poi l’imperatrice a Kent, in Inghilterra, dove morirà il 9 gennaio 1873.
Si tratta del crollo di uno degli imperi più sfarzosi e invidiati d’Europa. Di questa disfatta Zola non esita a attribuire la responsabilità, oltre che ai comandanti militari - sempre indecisi tra “marce e contromarce” delle truppe, le quali, stanche, affamate e demoralizzate “si volevano sedere sugli zaini, nel fango di quell’altipiano zuppo d’acqua, e aspettare la morte lì, sotto la pioggia. Protestavano, insultavano i comandanti” - in particolare alla imperatrice Eugenia, alla quale attribuisce questo pensiero malvagio, indirizzato all’imperatore: “Muori da eroe sui mucchi di cadaveri del tuo popolo, suscita in tutto il mondo commozione e ammirazione, se vuoi che si perdoni tuo figlio!”; e si domanda Zola: “l’imperatrice si era augurata la morte del padre perché regnasse il figlio?” Mandava, ossia, un esercito “incontro a una carneficina, per la salvezza di una dinastia!” Salvezza che non ci sarà, come ci dice la Storia.
L’allegria, il buon umore, quel po’ di ottimismo, se ne sono andati definitivamente: “Il misero esercito cominciava a salire il suo calvario.” Zola riesce, come già si accennato, a mantenere viva e presente la forza nemica, senza mai introdurla in scena completamente. In punta di penna annota che sono state effettuate delle incursioni, che i terribili ulani hanno incendiato i villaggi, e ora stanno fiancheggiando in silenzio la truppa in attesa del momento propizio per lanciare l’assalto, ma la sua attenzione resta ferma sull’esercito francese che, nel bene e nel male, domina la pagina, simile però a un gigante via via sempre più ferito, meglio ancora simile al toro nell’arena, portato prima all’agonia e infine alla morte: “I soldati, a poco a poco, si innervosivano, sentendosi avvolgere, a distanza, nelle maglie di un’invisibile rete.”; “si sentiva il nemico avvicinarsi da ogni parte, come si sente arrivare il temporale, prima ancora che si mostri all’orizzonte.”
Lo si è già detto, è il romanzo che vede nascere una amicizia, quella tra il caporale Jean e il soldato Maurice. A mano a mano che la disfatta si avvicina, essa si erge sulla sventura a simbolo di quella “fraternità dei primi giorni del mondo, l’amicizia che prescinde dalle differenze di cultura e di classe”. Maurice è sfinito, vorrebbe che fosse abbandonato e lasciato solo a morire, ma Jean si prende cura di lui, lo sostiene con il suo braccio, gli offre il suo già scarso cibo, lo scuote, lo incoraggia e per Maurice “in quell’estrema miseria, con la morte di fronte, era un conforto delizioso sentire che un essere umano lo amava e si prendeva cura di lui.” Succederà che la stessa cosa farà più tardi Maurice nei confronti di Jean ferito.
Pare che Zola si sia proposto di mettere una scintilla di luce dentro il buio di una immane tragedia e abbia scelto, per fare questo, l’amicizia, messa alla prova davanti agli orrori della guerra: “Siamo stati venduti: lo sanno tutti!” grida un soldato. Zola lancia un altro segnale significativo: è quello di un contadino che “tranquillamente” continua a lavorare nei campi, nonostante vicino echeggino i colpi dei cannoni. Lo farà più di una volta, come vedremo.
Proseguendo nel romanzo, non si può non rimanere stupiti dalla eccellenza di una scrittura che riesce a rendere costantemente ogni particolare (si pensi alla descrizione del lavoro dei barellieri nel V capitolo della seconda parte, oppure alle modalità di carica del cannone, sempre nello stesso capitolo), in una vicenda che, mentre ci appare compatta con il suo massiccio movimento di uomini e mezzi, con le ansie, le paure, le delusioni, le fatiche, le minime e feroci speranze, nello stesso tempo sa introdurre il nostro sguardo negli accampamenti, nelle tende, mostrarci i fuochi accesi sulle rive dei fiumi, renderci partecipi delle lunghe e snervanti marce (“A ogni passo qualcuno si accasciava sul marciapiede, stramazzava sulla porta di una casa, e rimaneva lì, addormentato, come morto.”), farci respirare le incertezze, le indecisioni, le incapacità, farci sentire il fiato del nemico (“le formiche nere”; “il nero formicaio umano”), onnipresente e pronto all’agguato. Non ricordo di aver mai letto pagine di guerra così vivibili e vissute dal lettore. Nemmeno in Tolstoj, nemmeno in Hugo. Si ha la sensazione di una vastità in cui nulla dei particolari va disperso, come in un quadro di Brughel il vecchio: “Sotto il peso della cavalleria e dell’artiglieria, che sfilavano fin dalla mattina, le chiatte di sostegno alle tavole del ponte erano affondate a poco a poco, e il tavolato era immerso per qualche centimetro nell’acqua. Ora passavano i corazzieri, a due a due, in una fila ininterrotta, che usciva dall’ombra di una delle sponde per rientrare nell’ombra dell’altra. Il ponte non si vedeva più, sembrava che gli uomini camminassero su quell’acqua violentemente illuminata, su cui danzava un incendio. I cavalli nitrivano, con le criniere arruffate, le zampe rigide, e avanzavano pieni di terrore su quel terreno instabile, che si sentivano sfuggire sotto gli zoccoli. Dritti sulle staffe, tirando le redini, passavano i corazzieri, drappeggiati nei grandi mantelli bianchi, e si vedevano soltanto i loro elmi, accesi di riflessi rossi. Sembravano cavalieri fantasma, che andassero verso una guerra di tenebre, con capigliature di fiamma.”
Ci si sta ritirando verso Sedan: “una Sedan livida, una Sedan d’incubo e di lutto si delineava all’orizzonte, contro l’immenso e cupo sipario delle foreste.”
Il colpo di cannone sparato all’improvviso dai prussiani dà inizio alla seconda parte e a quella che sarà la battaglia definitiva di Sedan (“armata di cannoni fuori uso, senza munizioni e senza viveri.”), che segnerà la sconfitta dei francesi e la cattura di Napoleone III, ossia la fine dell’impero. Weiss, il cognato di Maurice, ovvero il marito della sorella gemella Henriette, tanto delicata e fragile che “quando passava, sembrava che nell’aria passasse una carezza.”, così come aveva intuito, all’inizio del romanzo, la sconfitta, lui che non aveva alcuna esperienza militare essendo stato esentato a causa dei “suoi grandi occhi da miope”, così ora, “pieno di buon senso”, capiva la manovra a tenaglia dei prussiani, grazie alla quale essi avrebbero stritolato proprio a Sedan, che si trovava “come in mezzo ad una fossa”, l’esercito francese. Ciò che non erano stati in grado di prevedere i comandanti, lo intuiva, ossia, un borghese qualunque, addirittura riformato. Zola, dunque, affida alla figura di Weiss la sua tagliente e irata denuncia contro l’incapacità dei generali a guidare la guerra, in cima a tutti il maresciallo Patrice de Mac-Mahon. È anche il momento in cui l’autore si ferma a descrivere alcuni episodi di morte, provocati dal nemico. Un soldato, “colpito al cuore, stramazzava sul dorso. Le gambe ebbero una breve convulsione, la faccia rimase giovane e tranquilla.”; “sulla soglia, giaceva Françoise, di traverso, con le reni spezzate e la testa fracassata, un relitto umano coperto di sangue, spaventoso.”; “un vecchio contadino, che si ostinava a far rientrare il cavallo nella scuderia, colpito in fronte da una palla, fu proiettato fino in mezzo alla strada.”; “All’angolo di ogni strada stramazzavano soldati; i morti, alcuni ammucchiati, altri isolati, formavano macchie scure, spruzzate di sangue.” Più avanti troveremo: “Proprio in quel momento una scheggia di granata fracassò la testa di un soldato, in prima fila. Non si sentì neppure un grido: un getto di sangue e di cervello, e fu tutto.”; “Una scheggia portò via il calcagno sinistro a un furiere della compagnia, che, in un accesso di improvvisa follia, si mise a gridare di dolore.”; “Fu così che il sergente Sapin incontrò la morte che attendeva. Si voltò, e vide arrivare la granata quando non aveva più il tempo di evitarla.” Ci saranno altre occasioni come queste, ad esempio allorché infurierà la terribile battaglia dell’altopiano di Illy: “Un grande cavallo nero col ventre squarciato cercava di rialzarsi, ma aveva le zampe anteriori impigliate nelle proprie viscere.” Zola, ossia, non vuole tacerci gli orrori della guerra, accrescendo con ciò la colpevolezza dei generali, e proprio mentre il pacifico Weiss, con i suoi occhiali e il grosso cappotto, è trasformato dall’autore in una specie di eroe nazionale (e non sarà il solo, vedrete): “Rapidamente sostituì gli occhiali a molla con quelli a stanghetta, e il grosso borghese incappottato, dalla rotonda faccia bonaria trasfigurata dalla collera, comico, e insieme superbo di eroismo, si mise a sparare sui bavaresi apparsi in fondo alla strada.”; “Per lui, ormai, non esisteva che la sua rabbia, l’inestinguibile voglia di battersi, all’idea che lo straniero entrasse in casa sua, si sedesse sulla sua sedia, bevesse il suo vino.” Allo stesso modo in cui le isolate e tristi apparizioni del colonnello de Vineuil sembrano elevarsi a simbolo di una Francia coraggiosa, seppure umiliata: “Alzando la testa, Maurice vide, a pochi passi di distanza, il colonnello de Vineuil sul suo grande cavallo: l’uomo e l’animale erano immobili, come se fossero di pietra. Guardando il nemico, il colonnello aspettava, sotto le pallottole.” In una precedente scena, così aveva descritto la sua apparizione: “Maurice fu colpito dalla vista del colonnello de Vineuil, apparso all’improvviso ad un crocicchio, altissimo e pallidissimo, simile ad una statua della disperazione, immobile sul cavallo, che tremava nel freddo del mattino, con le froge dilatate, rivolto verso il cannone lontano.” La sua morte, sul finire del romanzo, sarà avvolta dalla stessa solitudine e dalla stessa malinconia.
A rendere ancora più tragico il destino dei francesi, Zola fa un ravvicinato raffronto tra Napoleone III, malaticcio e imbellettato al fine di nascondere alla truppa il suo pallore (“lo pettinavano, lo agghindavano, e gli mettevano una pomata sulla faccia”, si leggerà più avanti), e il re prussiano Guglielmo I che assisteva alla battaglia “dalle sette, al riparo da ogni pericolo, dominando la valle della Meuse, la sconfinata estensione del campo di battaglia. L’immenso piano in rilievo andava da una parte all’altra dell’orizzonte, e lui, in piedi in cima alla collina, lo guardava come da un trono, da un gigantesco palco di gala.”; “Tutte quelle terre gli appartenevano, vi poteva far manovrare, a suo piacere, i duecentocinquantamila uomini e gli ottocento cannoni delle sue armate, abbracciando, con un solo sguardo, la loro marcia conquistatrice.”
(segue subito sopra la seconda parte)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco il 03.06.07 12:33