03.06.07

Émile Zola: La disfatta (1892). Seconda parte

di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Trad. Luisa Collodi

(subito sotto la prima parte)
Émile ZolaI soldati comunque non vedono l’ora di battersi, di farla finita. È da troppo tempo che fuggono il nemico, si sono ridotti che paiono scheletri, fantasmi, e non ne possono più delle bugie dei comandanti: “Ci raccontavano che Bismarck era stato fatto prigioniero, e che un’intera armata era stata scaraventata in una cava di pietra…” e di nuovo quella terribile accusa: “Siamo stati venduti… Lo sanno tutti.”
Attraverso lo scontento, la voglia di ribellione e l’ira che serpeggiano tra i soldati, Zola si leva qualche sassolino dalle scarpe: uno di loro, Chouteau dice agli altri: “Ma è più che chiaro, Dio mio! Si sanno perfino le cifre… Mac-Mahon ha avuto tre milioni, e gli altri generali un milione a testa, per portarci qui… Si sono messi d’accordo a Parigi, la primavera scorsa, e stanotte hanno tirato un po’ di razzi, per far capire che era tutto pronto, e che ci potevano venire a prendere.” Naturalmente è scontato per i soldati che sia stato Otto von Bismarck a corromperli: “Tornavano, fatalmente, le accuse di tradimento. Ducrot e Wimpffen volevano guadagnare i tre milioni di Bismarck, proprio come Mac-Mahon.” Dopo il ferimento di Mac-Mahon, “a cui una scheggia di granata aveva quasi completamente portato via la natica sinistra”, il comando era passato, infatti, prima, per la durata di appena due ore, a Auguste-Alexandre Ducrot, poi definitivamente a Emmanuel Félix de Wimpffen, richiamato apposta dall’Algeria, dopo le prime sconfitte dei francesi.

La tragedia della guerra viene magistralmente resa, oltre che con la precisa descrizione delle varie battaglie, dall’opera di assistenza ai feriti prodigata negli ospedali da campo. In particolare, resta drammatica la visione dei corpi martoriati e sottoposti ai drastici e febbrili interventi del chirurgo, il maggiore Bouroche: “Si vedevano fianchi sanguinanti per spaventose lacerazioni, grovigli di viscere sotto la pelle squarciata, dorsi maciullati, che torcevano il corpo in frenetiche convulsioni, polmoni trapassati da parte a parte, alcuni con un foro così piccolo che non sanguinava neppure, altri aperti da larghe piaghe, da cui la vita scorreva via in un rosso fiume di sangue. Le emorragie, interne, poi, fulminavano gli uomini, rendendoli da un momento all’altro deliranti e neri. Più di tutto avevano sofferto le teste: mascelle fracassate, sanguinose poltiglie di denti e di lingua, orbite sfondate, con gli occhi usciti a metà, crani aperti, da cui si scorgeva il cervello.”
Come quel contadino intento ad arare la sua terra, incurante dei colpi di cannone, anche questa volta, allorché Napoleone III, atterrito da quella grande carneficina di soldati, fa consegnare al re di Prussia la lettera della capitolazione dell’esercito francese, allo stesso modo la natura continua il suo corso, indifferente: “gli incendi di Bazeilles, i massacri di Illy, le angosce di Sedan, non impedivano all’impassibile natura di essere bella, in quel sereno tramonto di una luminosa giornata.”

Una natura che è qualcosa di più ampio e di più profondo rispetto a ciò che cade sotto i nostri sensi, se è vero che un’intera foresta di alberi perfino secolari (è la foresta della Garenne) stramazza al suolo sotto la furia delle cannonate del nemico. Lì dentro stanno alberi e uomini (troveremo scritto nella terza parte, quando Silvine e Prosper vanno in cerca di Honoré: “C’erano anche cadaveri di soldati, caduti fraternamente insieme agli alberi.”) uniti dallo stesso disastro prodotto dalla guerra, dalla stessa disfatta: “Due uomini furono uccisi, colpiti di schiena e di fronte. Davanti a Maurice una quercia secolare a cui una granata aveva colpito il tronco piombò a terra con la tragica maestà di un eroe, schiantando tutto all’intorno.” E subito dopo, un altro faggio colossale “si spezzò e rovinò come le capriate di una cattedrale.” Nella “massacrata” foresta, nel “bosco del terrore”, è un fuggi fuggi alla ricerca di un riparo che non c’è: “Altri, con le membra crivellate, colpiti a morte, parlavano e correvano ancora per molti metri, prima di stramazzare con un’improvvisa convulsione.”
La guerra, in questo romanzo di Zola, non nasconde la sua follia, e tutta la riversa sugli uomini, ossia su coloro in grado di provocarla, con una estensione tragica nei confronti di ciò che vive intorno a lei, non solo uomini, dunque, ma anche animali, cose, alberi. La guerra quale peggior furia che possa scatenarsi sulla Terra ha in Zola il suo impietoso e stoico cantore: “Maurice e Jean scorsero uno zuavo con le viscere squarciate, che gridava ininterrottamente, come un animale sgozzato. Più lontano, un altro era in fiamme: la cintura blu bruciava, il fuoco gli ardeva la barba, e, immobilizzato dalle reni spezzate, piangeva a calde lacrime. Un capitano, col braccio sinistro staccato, e il fianco destro trapassato fino alla coscia, si trascinava sui gomiti, implorando il colpo di grazia, con voce acuta e supplichevole, agghiacciante.” Al di là delle colpe dei comandanti, con questa messe quasi ininterrotta di descrizioni dolorose, Zola pare voler indicare a tutti noi che non si può amare la guerra, perché essa è una scomposizione orribile dell’uomo, una frantumazione dell’anima, un rimescolamento insidioso dell’ordine, del significato e dello stesso fine dell’universo. Ma la si può fuggire? È descrivendo la morte del tenente Rochas, indomabile ottimista e sicuro della vittoria (“con lui finiva una leggenda”), che ci arriva la risposta dell’autore: “Visse ancora un momento, con gli occhi spalancati, vedendo forse salire all’orizzonte l’immagine vera della guerra, atroce lotta per la vita che bisogna accettare con cuore rassegnato, come una legge.” È un concetto duro, cinico, che Zola, nello stesso tempo in cui ci mostra le terribili conseguenze della guerra, non vuole nasconderci. Tuttavia, l’autore torna a sottolineare: “Il tempo era bellissimo, il cielo appariva di un magnifico azzurro.” Anche più avanti, nella terza parte, quando si ripresenta la visione della foresta della Garenne, disseminata di cadaveri e di alberi sventrati dalle cannonate prussiane, Zola ci ripropone, a confronto e monito, l’immagine quieta di una natura rimasta intatta dagli orrori della guerra: “Ad un tratto, in una piccola vallata, lo spettacolo tremendo cessò. La battaglia doveva essere passata altrove, senza toccare quella deliziosa conca erbosa. Nessun albero era stato abbattuto, nessuna ferita aveva sanguinato sul muschio. Un ruscello scorreva tra le lenticchie d’acqua, il sentiero che lo fiancheggiava era ombreggiato da maestosi faggi. Da quella freschezza di acque vive, da quel fremere silenzioso di erbe spirava un incanto sottile, una meravigliosa pace.” Questo ricorrente motivo sarà, alla fine, uno dei messaggi più espliciti del romanzo.

Così appare, al contrario, la cittadina di Sedan, stipata all’inverosimile, dietro le sue mura, da una folla innumerevole di fuggiaschi: “Le strade e le piazze erano gremite, stracolme, zeppe a tal punto di uomini, di cavalli, di cannoni, che quella massa compatta sembrava esservi stata cacciata con la forza, a colpi di un maglio gigantesco. Sui bastioni bivaccavano i reggimenti che si erano ritirati in buon ordine, i relitti di tutti i corpi, i fuggiaschi di tutte le armi. La città era stata sommersa da una turba brulicante, una ressa, un fiotto denso, compatto, in cui non si potevano più muovere né braccia né gambe.” E più avanti: “La città era diventata una vera e propria cloaca, dove da tre giorni si ammucchiavano gli escrementi di centomila uomini.” A Sedan si sono rifugiati anche Jean e Maurice, che porta con sé la sorella Henriette, cui hanno ucciso Weiss, il marito. Le porte della città vengono chiuse: “I prussiani erano a meno di cento metri”.
Il generale Wimpffen si è appena recato al quartiere generale prussiano per negoziare la resa.
Napoleone III è costretto all’esilio. Se ne va dentro una carrozza verso Bouillon, accolto da mormorii e fischi.
I soldati asserragliati in città vengono fatti prigionieri e deportati nella penisola di Iges, in attesa di essere trasferiti in Germania. Tra loro Jean e Maurice. Vi resteranno nove giorni. Il caldo e la fame mietono nuove vittime: “ne cadevano di debolezza a centinaia, sotto l’ardore del sole.” I cavalli (Zola non manca mai di osservarli, sia quando sono in battaglia che in occasioni come questa) galoppano in branco, senza una meta, come impazziti per la fame: “I loro nitriti erano così agghiaccianti, così spaventosi, che sembravano ruggiti di belve.” Nonostante la proibizione di ucciderli per procurarsi cibo, di notte Jean e gli uomini superstiti della sua squadra vedono un cavallo disteso a terra, fiaccato dalla fame e decidono di ucciderlo. Zola ne descrive il bestiale modo: prima si cerca con una pietra di fracassargli il cranio, poi con un coltello, che ha “la lama non più lunga di un dito”, gli viene aperta e frugata la gola in cerca dell’arteria: “Per morire gli ci vollero quasi cinque minuti. I grandi occhi spalancati, pieni di tristezza e di spavento, fissavano gli uomini che aspettavano impazientemente la sua morte. Poi si oscurarono e si spensero.” Annota ancora Zola: “Il carnaio divenne spaventoso, simile alla furibonda fretta, tra sangue e visceri sparsi, di lupi feroci che frugano con i denti aguzzi la carcassa di una preda.” Quel luogo era stato denominato, non a caso, “Campo della Miseria”. La guerra, infatti, sembra ammonire l’autore con la minuziosa descrizione di un tale atto selvaggio, non finisce di produrre i suoi effetti disastrosi con l’ultimo colpo di cannone, ma lascia segni che si trascineranno nel tempo. Non si è più uguali a prima, una volta che ci siamo lasciati vincere dai peggiori istinti. Per un pezzo di pane uno dei soldati di Jean, Lapoulle, ucciderà un compagno, Pache.
Allorché, verso la fine, Silvine farà sgozzare davanti ai suoi occhi e a quelli del figlio (il piccolo Charlot) il marito Goliath, una spia alsaziana, l’autore scrive: “Ah, la guerra, l’abominevole guerra, che aveva trasformato tutta quella povera gente in belve, seminando odi incredibili: il figlio, spruzzato dal sangue del padre, sarebbe cresciuto perpetuando l’odio di razza, nell’esecrazione della famiglia paterna che forse un giorno sarebbe andato a sterminare! Erano veramente sei scellerati da cui sarebbero spuntate messi spaventevoli!”
C’è un punto – nel corso di questa orribile prigionia - in cui Zola sembra intuire quella che nel secolo successivo sarà la grande tragedia del nazismo, ed è quando Henriette, alla ricerca del fratello Maurice, incontra il cugino Gunther, “capitano della guardia prussiana” e gli chiede di aiutarla. Gunther si rifiuta e Zola scrive, nel mentre Henriette si allontana: “Gli ordini erano formali: Gunther parlava della volontà tedesca come di una religione. Lasciandolo aveva avuto la netta sensazione che il cugino si credesse investito, in Francia, di un ruolo di giustiziere, con l’intolleranza e l’alterigia del nemico ereditario, cresciuto nell’odio della razza che finalmente era autorizzato a punire.” Sul finire, sempre a proposito dell’atteggiamento assunto da Gunther, l’autore riferirà la convinzione di quest’ultimo che: “Ancora una volta i Germani salvavano il mondo”.

L’amicizia tra Jean e Maurice sembra sempre più consolidarsi. Siamo quasi alla fine del romanzo e abbiamo assistito, in quella lunga tragedia della guerra e della prigionia, a comportamenti tra i due improntati al rispetto e all’aiuto reciproco, che Zola chiama: “carità fraterna”. Il romanzo si conferma, dunque, anche come la storia di una amicizia esemplare nata in una situazione tanto tragica com’è quella di una guerra. Zola vi insiste a tal punto che sembra volerci suggerire che, infine, è proprio questo il tema emergente del suo romanzo. Esso scivola fuori dalla guerra così prepotentemente, come da un guscio, da indurci a crederlo. Ci dice la verità? Fate attenzione: Jean è stato ferito ad una gamba, rischia l’amputazione. Maurice non se la sente di attendere la guarigione dell’amico, che durerà forse dei mesi, giacché gli cresce dentro la smania, mai sopita, di prendersi una rivincita per quella disfatta che ha umiliato la Francia. La sorella lo supplica di non partire, ma inutilmente. Parigi è ancora una città aperta, là ci sono speranze di riprendere la lotta contro i prussiani. Così parte, e proprio nel momento dell’addio, allorché Maurice saluta Jean, Zola si domanda: “Possono mai dividersi, due cuori, quando il dono di se stessi li ha fusi l’uno nell’altro?” Anche l’autore, dunque, attende che l’amicizia, addirittura, in questo caso, una amicizia davvero speciale, nata da tanti pericoli corsi insieme e da “settimane di dolorosa ed eroica vita in comune”, sia messa alla prova fino in fondo, nei momenti ancora più disperati, forse, che attendono i due protagonisti: “il bacio di quell’ora era tremante dell’angoscia dell’addio. Si sarebbero rivisti, un giorno, e come, in quali circostanze di dolore o di gioia?” Condannati ormai definitivamente i comandanti francesi, colpevoli della disfatta, l’autore riesce a far esplodere un tema psicologicamente assai fondamentale, legato alla passione politica e al patriottismo, un tema che sta per innestarsi sul tronco di un’amicizia la cui forza è ancora tutta da misurare, nonostante che Maurice, nel congedarsi dalla sorella Henriette, pronunci parole molto significative: “Ti affido mio fratello… Abbi cura di lui: amalo come lo amo io!”
Zola, inoltre, fa qualcosa di più: fa nascere “una tenera simpatia”, “una grande tenerezza”, tra Henriette e Jean, quasi a rafforzare il legame di amicizia che lega quest’ultimo a Maurice. Il quale ora si trova a Parigi, dove si respira un’aria pesante, a causa delle continue sconfitte militari, finché il 3 settembre (siamo sempre nel 1870) il popolo si riversa per le strade della capitale al grido “Abdicazione! Abdicazione!” Il giorno successivo è “la fine di un mondo, il Secondo Impero travolto nel crollo dei suoi vizi e delle sue colpe, tutto il popolo per le strade, un torrente di mezzo milione di uomini che riempiva place de la Concorde, sotto il luminoso sole di quella bella domenica”. Ancora il raffronto con la natura, a far da contrasto alle beghe degli uomini.

Nasce la Repubblica, che sarà seguita dalla Comune. L’imperatrice reggente lascia in gran fretta il Louvre, passando attraverso una porticina, “vestita di nero, accompagnata da un’amica, tutte e due tremanti” e “Quello stesso giorno Napoleone III lasciava la locanda di Bouillon dove aveva trascorso la prima notte d’esilio, in cammino verso Wilhelmshoehe.”
Parigi deve fare i conti, però, con l’assedio dei prussiani, che l’hanno stretta in una morsa di ferro, trasformandola in una “gigantesca prigione di due milioni di viventi, da cui proveniva un silenzio di morte.”
Maurice è là, pronto a combattere, ancora presente in lui un barlume di speranza. Di fronte ai tentennamenti della nuova repubblica guidata da Jules Favre, egli comincia ad abbracciare le idee dei nuovi rivoluzionari, “che erano certi di vincere”: “Era disposto ad accettare tutto: la distruzione, lo sterminio piuttosto che cedere un soldo del patrimonio, un pollice della terra di Francia!” Vedrete più avanti che questo passaggio, che altro non è che la maturazione di un sentimento già presente in nuce in Maurice, sarà importante, e non affatto retorico, nella teoria di quell’amicizia tra Maurice e Jean, che Zola si è proposto di mettere alla prova. Intanto si apre una frattura anche tra l’esercito e il popolo parigino: “Mentre le truppe, scoraggiate, sentendo l’approssimarsi della fine, domandavano la pace, la popolazione reclamava ancora la sortita in massa, la sortita torrenziale, in cui tutto il popolo, insieme alle donne e ai bambini, si sarebbe precipitato sui prussiani, come un fiume in piena, che straripando spazza via tutto.” Maurice sente che il popolo ha ragione, vuole schierarsi dalla sua parte e lasciare il suo reggimento, “con un odio crescente contro il mestiere di soldato che lo teneva al riparo del Mont-Valérien, ozioso e inutile.”
Quando viene negoziato l’armistizio, la rabbia di Maurice raggiunge il colmo e “Alla fine di febbraio si decise a disertare.” Siamo nei primi mesi del 1871. Il 26 febbraio scoppia la rivolta che porterà, il 18 marzo, alla nascita della Comune e alla fuga di coloro che avevano trattato la pace nel tentativo di riportare al governo la monarchia. Proprio quella sera stessa, dopo tanto tempo, Maurice incontra Jean, che si trova a Parigi, di nuovo arruolato nell’esercito con “i galloni di caporale”. La folla sta per disarmare lui e la sua squadra, quando Maurice, riconoscendolo, si fa avanti per sottrarlo alla sua furia. È talmente felice di averlo ritrovato e sicuro della loro amicizia che gli domanda, non dubitando della risposta: “Tu resti con noi, non è vero?”. Ma, continua Zola: “Il volto di Jean espresse una profonda sorpresa.” Si è parlato delle atrocità della guerra, si è parlato del tradimento dei generali, si è parlato della frattura tra il popolo e i suoi governanti, ma ora è arrivato il momento della prova attesa da Zola. La forza e il valore dell’amicizia. Saranno travolti anch’essi, come è stato travolto tutto il resto? Quell’amicizia è ora l’unica risorsa, la sola energia che possa illuminare la Francia umiliata. Forse, la prova più alta. Risponde Jean: “Sei tu che dovresti venire con noi.” Allora, “Con un gesto di rabbia Maurice gli lasciò le mani.” Si consuma la separazione, anche se “erano fratelli, uniti tra loro da un solido legame”, sottolinea l’autore, che continua: “ma emozionati e felici di quell’incontro.” Nello scontro che subito si accende tra i rivoluzionari e l’esercito, al cui comando è tornato il maresciallo Mac-Mahon (una vera e propria guerra civile), i prussiani stanno a guardare: “le armate tedesche erano ancora presenti, da Saint-Denis a Charenton, e assistevano allo spettacolo del disfacimento di un popolo!”

Attraverso l’esasperazione e l’esaltazione di Maurice, Zola crea pagine molto intense in cui il sogno di una Francia migliore dà alla Comune, pur con le sue debolezze e le sue contraddizioni (“I gruppi delle assemblee rivoluzionarie si sterminavano a vicenda per salvare la patria.”) le stigmate di una follia necessaria: "la gigantesca città in cenere, solo tizzoni fumanti sulle sponde del fiume, la piaga risanata dal fuoco, una catastrofe senza nome, senza precedenti, da cui sarebbe uscito un popolo nuovo.”
Sotto i colpi dell’esercito, la Comune ha però i giorni contati. La popolazione, ormai stanca e delusa, comincia a prenderne le distanze: “Sotto lo splendente sole del magnifico mese di maggio”. Sarà proprio un passante a segnalare alle truppe che assediano la città, non lontane più di cinquanta metri, che la porta Saint-Cloud è rimasta incustodita. Attraverso di essa, entreranno in città la sera del 21 maggio 1871, “una domenica”, precisa Zola. Nel fuggi fuggi che seguirà nei giorni successivi, alla fine Maurice resterà solo, “sdraiato tra due sacchi di terra pensando unicamente a sparare, a sparare”. E lì che lo troverà Jean. Non diremo il seguito per non togliere al lettore il piacere di scoprirlo da sé, ma ci limitiamo a dire che l’amicizia, se proprio non muore, viene irrisa e sconfitta dalla guerra. Il prezzo da pagare, infatti, sarà troppo alto, anche se non tale da distruggere la speranza. Stupende le pagine che descrivono Parigi di notte, messa in fiamme dai comunardi: “il calore era così intenso che bruciava loro i peli del volto.”; “le fiamme salivano talmente in alto che spegnevano le stelle.” A noi lettori sembrerà di intravedere tra quelle fiamme, nel ritmo incalzante assunto dalla narrazione, con cui l’autore sottolinea la furiosa rappresaglia dei vincitori, i volti eccitati, tristi, di Maurice, di Jean, di Henriette.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco il 03.06.07 12:34

COMMENTI

Grande lettura, Bartolomeo, di un libro che non conoscevo. Le citazioni che ne riporti confermano la potenza di Zola come narratore e la mia impressione che questo scrittore possa essere considerato un maestro e un anticipatore di certo realismo contemporaneo, anche nell'accentuazione degli aspetti più crudi, fisiologici e patologici dell'esistenza. Le descrizioni della guerra che ci proponi non hanno nulla da invidiare a opere contemporanee, anche cinematografiche, come ad esempio "Salvate il soldato Ryan".
Lo metto tra le letture di questa estate.

da Giorgio il 03.06.07 13:20

Grazie, Giorgio. Si tratta di uno dei narratori da me preferiti. Se avrai modo, non mancare di leggere il suo "Nanà"

da Bartolomeo Di Monaco il 03.06.07 14:48