Romanzo criminale, di Giancarlo De Cataldo (e Michele Placido)

E se considerassimo un film tratto da un romanzo come uno strumento di "ultra-editing"?
Sappiamo bene che la conversione da un libro a un film deve rispondere esclusivamente alle esigenze formali interne al nuovo linguaggio. I tagli, gli arrangiamenti, e insomma ogni cambiamento che lo sceneggiatore compie sul pre-testo è legittimato se aderisce alle regole formali che il cinema impone.
Detto questo, tuttavia, trovo abbastanza utile verificare, al netto delle cose dette sopra, se in un caso specifico i tagli e i cambiamenti cui gli sceneggiatori di Romanzo criminale-film, hanno sottoposto Romanzo criminale-romanzo possono suggerirci qualcosa nell'interpretare il romanzo e non (solo) il film.
RC (romanzo) è un testo narrativo del 2002, scritto da uno scrittore che fa anche il giudice del Tribunale di Roma, che racconta fatti ispirati alla realtà, ma non per questo veri, riguardanti un gruppo di malavitosi passati alla storia con il nome di Banda della Magliana, attiva a Roma tra gli anni settanta e inizi degli anni novanta.
Anche il romanzo, dunque, compie un percorso adattativo: la realtà, con i suoi tempi, le sue voci, i suoi protagonisti, viene modificata per quel tanto che è necessario ad essere contenuta in modo efficace da una forma diversa dalla vita reale, che ha regole sue proprie (di ritmo, di esposizione dei fatti) che per far risultare efficace la narrazione devono essere rispettate.
Non dirò qui molto del libro, che è stato ed è un libro di successo (se non che io lo avrei alleggerito di un centinaio di pagine e che trova il suo maggior pregio, secondo me, nel tono che De Cataldo ha saputo scegliere per raccontare i fatti truculenti che riempiono la storia: distaccato, neutro, mai coinvolto sul piano del giudizio). Il rispetto dei fatti (che non è distanza, perché al contrario di tanto in tanto sembra che il narratore si tradisca entrando in un modo più prossimo alla vicenda) è tale che anche i presupposti letterari su cui un'operazione del genere necessariamente fanno da punto di riferimento (Pasolini in primo luogo) sono precisi ma non ingombranti. Il libro, ad esempio, è scritto in un italiano standard senza fronzoli stilistici che solo di rado fa ricorso a formule dialettali romanesche. Non c'è quasi mai la sensazione di un'identificazione fra voce narrante e ambiente narrato. Sono assai rare anche le concessioni al folclore romanesco, ed è pressoché assente qualsiasi debito stilistico alla mitologia noir (fatta di battute ironiche, ciniche, sprezzanti il buon senso borghese).

Il film rispetta abbastanza questa impostazione. Il tono è enfatico solo dove è necessario, i personaggi sono "eroi" negativi, ma non giganteggiano nel loro ruolo di signori del male e della mala (i riferimenti ai film del genere, come Scarface o Quei bravi ragazzi sono niente più che evocazioni): in questo viene mantenuto quel tono di "normalità" del male, di casualità dell'orrore, che non si incarna in personaggi di grandezza spropositata, fuori scala rispetto alle persone normali.
Le differenze? A parte l'adozione di un punto di vista più netto a proposito del coinvolgimento di settori deviati dei servizi italiani nei fatti di terrorismo (la strage di Bologna, in primo luogo), quella più evidente sta nella soppressione di alcuni personaggi, o nel limitare notevolmente il raggio d'azione di alcuni di loro.
La domanda che lo sceneggiatore, più del romanziere, si fa è: a che mi serve questo personaggio? di quale messaggio si fa portatore? porta avanti la storia o oppure no? Che un romanziere, di norma, si faccia con minor ossessione queste domande (a parte che è opinabile) io penso sia giustificato dall'ampiezza narrativa potenziale di un romanzo e la conseguente libertà che chi scrive si può permettere rispetto a chi si trova costretto a concentrare tutta la vicenda, e i suoi significati, in uno sviluppo limitato due ore. Leggendo il romanzo mi era sembrato che un limite risiedesse proprio nella individuazione del carattere dei personaggi. Non che mancassero le informazioni necessarie a connotarli: a mancare è più il mondo interiore, le motivazioni inconsce. Scrocchiazeppi, Fierolocchio, il Ricotta... a dispetto di nomi fantastici, e una presenza assidua durante tutto l'arco della storia, non emergono mai come persone. I due torbidi spioni, Zeta e Pigreco, sono figure nell'ombra (come è giusto che sia), ma non caratteri. Vanessa è un'infermiera che senza nessun particolare motivo si fa fiancheggiatrice della Banda, per quelle che sono le sue competenze. Ne vorremmo sapere di più.
Bene, tutti questi personaggi nel film non ci sono, sono stati cassati. O se ci sono, hanno scarsa rilevanza. Zeta e Pigreco, per esempio, diventano uno solo (Carenza); l'avvocato Vasta è retrocesso a comparsa.
Ecco, io penso che questi interventi chirurgici non siano un caso. Non rispondano semplicemente alla logica di un linguaggio diverso. Colpiscono in fin dei conti un lato debole del romanzo. Diciamo, quello meno coraggioso, meno gratificante il desiderio del lettore di entrare anima e corpo dentro la storia, frequentare un mondo immaginario popolato di tipi umani riconoscibili e memorizzabili (anche se, per converso, il film è meno audace nella caratterizzazione del commissario Scialoja - nel libro più simile a Fabio Montale di Izzo che non al buon Stefano Accorsi - ed è stata praticamente cassata l'interessantissima ambientazione carceraria, fatta di secondini corrotti o conniventi).
Il cinema, nel suo approccio un po' più schematico e rozzo alla storia, con la sua fisicità e la sua densità narrativa costretta dentro regole ferree, può insegnare qualcosa al romanzo?
Giancarlo De Cataldo, Romanzo criminale. Einaudi Stilelibero Big, euro 16
Pubblicato da Ezio il 24.05.07 14:34