06.05.07

Maestri dell’altro mondo, 6 / Ibn Ata Allah, Sentenze e colloquio mistico

Quello che nasce da ciò che non è stato sepolto è immaturo

di Giorgio Morale

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“Il segno che tu confidi nell’opera è che, quando cadi, la tua speranza viene meno.

Varie sono le opere perché diverse sono le illuminazioni degli stati.

Seppellisciti nella terra dell’oscurità. Quello che nasce da ciò che non è stato sepolto è immaturo.

Niente giova al cuore come una solitudine che gli permette di entrare nel campo della meditazione.

Il tuo rinviare le opere al momento del vuoto è una follia dell’anima.

Non può essere piccola un’opera che scaturisce da un cuore distaccato, né grande un’opera che scaturisce da un cuore che brama.

Non c’è opera che dia più speranza ai cuori dell’opera di cui non hai considerazione e che ai tuoi occhi è spregevole.

Se vedi qualcuno rispondere a tutto ciò che gli viene chiesto, rendere noto tutto ciò che contempla e raccontare tutto ciò che sa, consideralo per questo un ignorante.

E’ speranza quando è accompagnata dall’azione; altrimenti è velleità.

Coloro che hanno la conoscenza temono molto di più quando sono consolati che quando sono desolati.

Se vuoi avere una potenza che non perisce, non appoggiarti a una potenza che perisce.

Quando Egli vuole manifestarti la Sua grazia, crea e attribuisce a te.

Se non fosse per la bellezza del Suo velo, nessuna opera sarebbe degna di accettazione.

Dove c’è stata l’illuminazione, là giunge il dire.

Ogni parola che esce ha su di sé l’impronta del cuore da cui è uscita.

Veramente superbo chi si attribuisce l’umiltà. L’umiltà infatti è sempre una grandezza, e se ci si attribuisce una grandezza si è veramente superbi.

Chi è nel creato, se non gli sono aperti gli spazi dei misteri, è prigioniero di ciò che lo circonda e confinato nell’edificio del proprio io”.

* * *

Sfogliavo casualmente, in libreria, lo smilzo libretto di Ibn Ata Allah, Sentenze e colloquio mistico, quando ho letto questa frase: “Seppellisciti nella terra dell’oscurità. Quello che nasce da ciò che non è stato sepolto è immaturo”.

L’ho comprato subito, non per un interesse per la mistica araba, ma per la voce dello scrittore: mi arriva con una serie di brevi sentenze e folgorazioni del pensiero e della scrittura di straordinaria bellezza e profondità emotiva, ricche di figure in cui è infusa l’arte di trapassare nel silenzio e nella meditazione.

“Seppellisciti nella terra dell’oscurità. Quello che nasce da ciò che non è stato sepolto è immaturo”.

Il mio pensiero è andato a Juan de la Cruz e alla sua famosa “notte oscura”:

“Più salivo in alto
Più il mio sguardo s’offuscava,
e la più aspra conquista
fu un’opera di buio…”

E’ andato al “silenzioso deserto della nuda divinità” di Meister Eckhart.

Mi è apparso evidente come nella mistica, più che altrove, avvenga un incontro di diverse manifestazioni della religiosità. Perché essa presenta una religiosità depurata da determinazioni storiche e culturali, fino a coincidere quasi con la spiritualità e la vita interiore. Sulla quale la mistica pare avere una profonda conoscenza.

Inoltre mi sembra utile, per un lettore occidentale, entrare in contatto con una produzione che manifesta aspetti meno conosciuti dell’Islam, che lo fanno apparire meno distante dalla spiritualità occidentale e meno monolitico di quanto non sembri a una considerazione da fuori e da lontano.

Infine dalle Sentenze emergono le linee di un’etica forte, che più che sulla rivelazione mi pare faccia leva su una concezione della natura dell’uomo e su un forte richiamo all’impegno.

Ma questi sono discorsi che io posso solo accennare e che altri possono fare meglio di me…

* * *

Ciò che mi ha più sorpreso in questo libro è il fatto che Ibn Ata Allah, mistico arabo del XIII secolo, parla di un’esperienza, quella del sufismo, e a me pare che parli del processo creativo.

Ci sono tanti manuali di scrittura che forniscono ad aspiranti scrittori indicazioni tecniche. Anche questo Sentenze e colloquio mistico può essere assunto come una guida per l’artista, di cui merita di diventare un livre de cheveu. Una guida “spirituale”, il cui oggetto è come creare in sé le condizioni propizie per l’ascolto e l’esecuzione dell’opera.

Mi pare infatti che il “far vuoto dentro” del mistico per favorire l’avvento dell'Altro sia molto vicino alla preparazione all’ascolto da parte del poeta. Ascolto che richiede capacità di distacco dai concetti, dal volontarismo, dal dirigismo della mente, per far luogo a umiltà e silenzio interiore. Affinché l’artista non si faccia distrarre e non abbia fretta, non si deprima e non s’insuperbisca.

“Niente giova al cuore come una solitudine che gli permette di entrare nel campo della meditazione” dice Ibn Ata Allah. In attesa che avvenga quella “nascita della parola nell’anima” di cui parla Eckhart.

Si tratta di un’attesa attiva, perché “Il tuo rinviare le opere al momento del vuoto è una follia dell’anima”.

Mi ricorda da vicino Maria Zambrano, che in Chiari del bosco parla di “passività attiva”:

“Laggiù nelle ‘profondità’, negli inferi il cuore veglia, non si concede riposo, si riaccende in se stesso”, “in mezzo a tenebre che hanno molto di sacro”. “Qualcosa ha da venir facendosi nascostamente in quella sua oscurità… nel nulla raggiunto attraverso un puro ritrarsi perché ciò che vi è di più prezioso possa comparire, sorge, inizialmente inavvertito, un qualcosa… la parola concepita sta per nascere”.

Che concorda con la parola di un poeta: “Il più alto grado di dissociazione dell’anima e il più alto grado di concentrazione. Il massimo grado di passività e il massimo di attività. Lasciarsi annientare completamente fino a un certo ultimo atomo, quello dalla cui salvezza (resistenza) fiorirà il mondo” (Marina Cvetaeva, Il poeta e il tempo).

Per finire, le parole di uno dei più acuti psicanalisti che abbiano trattato La mente estatica (questo il titolo del suo libro sull’argomento), Elvio Fachinelli: “Diminuzione della vigilanza, allentamento della difesa... Non meditazione né raccoglimento. Accoglimento... Accogliere chi? Un ospite - interno... Cnosso, Festo, le potenze aperte sull'orizzonte marino”.

Immersione, incubazione, illuminazione: così comincia il processo creativo.


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Pubblicato da Giorgio Morale il 06.05.07 11:48

COMMENTI

Molto bello ed interessante questo post. La Zambrano in particolare è una delle mie filosofe preferite. Ciao Giulia

da Giulia il 06.05.07 14:43

Grazie della lettura, Giulia. Mi pare che il pensiero e la scrittura di Maria Zambrano siano particolarmente amati dai poeti, e più in generale da chi presta speciale attenzione al linguaggio.

da Giorgio il 07.05.07 15:20




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