14.05.07

E' finito il nostro carnevale di Fabio Stassi

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di Giorgio Fontana

È finito il nostro carnevale parla di un’ossessione e di un amore, o forse della stessa cosa. Parla di Rigoberto Aguyar Montiel, un eterno vagabondo, figlio bastardo di mille razze, che nella Parigi anni ’20 si innamora della modella della Coppa Rimet – e dopo la morte della modella, della coppa stessa: trasferita l’immagine, trasferita l’ossessione. Per tutto il resto della sua vita Rigoberto le darà la caccia, saltando fra il Vecchio e il Nuovo Continente, inciampando nella seconda guerra mondiale e nelle rivoluzioni, amico di Reinhardt e Hemingway, fratello dei senzaterra e degli emarginati, con quattordici passaporti in tasca e nove lingue in bocca, facendo il giornalista e l’osservatore di calcio, in un turbine di follie che si placa soltanto con il furto definitivo.

Scritto con una lingua ricca e con delle immagini splendide per energia e concretezza, capace di dare vita con tre pennellate ad ambienti e situazioni davvero d’altri tempi, il libro di Stassi è anche una grande cavalcata lungo il ‘900, attraverso le sue tragedie e le sue luci, spiato da un buco della serratura privilegiato: il calcio. Sì, il calcio: finalmente trattato come argomento letterario, via da ogni intellettualismo (così paradossalmente italiano), e riconosciuto come elemento seminale e bruciante di una civiltà, o forma d’amore e d’arte. Quella di Garrincha, che dribblando sull’ala destra “muoveva corridoi di farfalle”.
Stassi ha scritto un romanzo con dei limiti: i debiti alla letteratura sudamericana, un’ideologia un po’ facile dei vinti e dei rivoluzionari. Ma questa è poca roba. Stassi ha anche scritto un romanzo stupendo ed esaltante: una storia talmente esagerata da risultare quasi incredibile per la sua compattezza ed esattezza. Di più, Stassi ci regala una celebrazione bruciante dell’ossessione, della malinconia e insieme della bellezza della vita. “Sei condannato alla nostalgia, è vero, ma benedici il tuo tempo”, scrive: e in questa frase c’è tutto il senso del libro. Che è un libro felice, perché ispirato, perché governato dalla passione, perché così brutalmente meridionale e sincero. Ma che è anche un libro triste, perché la storia di Rigoberto si chiude (in piena coerenza) con il furto della coppa nel 1983. Dico “in piena coerenza” perché il possesso brucia, come da manuale, tutto il fascino della ricerca e dello spasimo. Di colpo, il desiderio che aveva mosso Rigoberto si trasforma in qualcosa di più terribile e spietato: la consapevolezza che il carnevale è finito, che il secolo si chiude. Che l’epoca in cui un pazzo poteva innamorarsi di una coppa non esiste più. Che il grande jazz è finito e Hemingway o Garrincha sono morti. E che anche il calcio, da nobile forma d’amore, è decaduto a una prassi corrotta e quasi ridicola.
A un certo punto del libro, Rigoberto aveva ammesso di aver sempre sbagliato. Di essere un fallito da manuale. Ora che finalmente ha vinto, è troppo tardi per tutto, e ciò che resta è semplicemente una conferma: il sorriso di un vecchio, e una bellissima storia. Alzerà la sua coppa per l’ultima volta in onore dei tempi andati. Nel punto più a sud del mondo, nel sud di tutti i sud, sul piano antartico, dove il ghiaccio brucia tutto il sole e tutte le passioni. E così sia.

[tutti i libri della bottega]

Pubblicato da Giorgio Fontana il 14.05.07 21:21

COMMENTI

Grazie per il consiglio, ciao Giulia

da Giulia il 15.05.07 14:29

Fabio è un mio collega! Ora gli giro la recensione.
Ezio

da ezio il 19.05.07 14:24




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